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Home » News » La lezione di risk management di Aurelio De Laurentiis
07/10/2021

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La lezione di risk management di Aurelio De Laurentiis

Come imprenditore ha rischiato e alla fine ha avuto ragione. Un bell’esempio per quella borghesia che ora lo critica.


Fare impresa significa assumersi rischi. Guardare solo l’ultima scena del film Il successo può essere deviante. Avviare, gestire e portare al successo una qualunque attività imprenditoriale comporta rischi legati al proprio patrimonio, alle finanze e, se vogliamo esagerare, anche per la propria salute mentale! Insomma fare l’imprenditore è una sfida che comporta rischi, ogni giorno, in ogni decisione. Alcuni sono molto evidenti, altri meno.

LA SCOMMESSA DI DE LAURENTIIS

Il Napoli (inteso come Società sportiva calcio) è la migliore espressione di efficienza imprenditoriale di Napoli. Eppure Napoli non riesce ad apprezzarne integralmente il valore. Il Napoli ha un solo protagonista: Aurelio De Laurentiis, presidente di una azienda rilevata da un fallimento versando alla curatela un assegno circolare di Unicredit Banca di circa 30 milioni di euro. Conosco molto bene (!!!) la firma del dirigente che firmò quegli assegni circolari e ho le prove, contrariamente a quanto si afferma in giro, che le disponibilità a copertura di quell’impegno appartengono ad Aurelio De Laurentiis. Per la precisione, così come scritto nella Relazione sulla Gestione relativa al bilancio 2005, che l’acquisto del ramo di azienda riguardante l’attività sportiva dal fallimento S.s.c Napoli Spa. è avvenuto al prezzo di 29.500.000 euro oltre imposta di registro del 3%. Quindi un rischio di circa 30 milioni sostenuto attraverso un finanziamento di Unicredit (interamente garantito dal patrimonio della famiglia De Laurentiis) già rimborsato dopo appena tre anni con i proventi del Calcio Napoli. In più i soci, nel corso di questi 14 anni, hanno apportato come capitale di rischio altri 16,65 milioni di euro, concentrati soprattutto nei primi due anni di attività per ripianare le perdite. E siamo a un totale di 47 milioni circa di rischio di cui 30 già recuperati.

IL RAPPORTO RISCHI-GUADAGNI

Infine, dall’analisi dell’ultimo bilancio del Napoli, figura anche un “finanziamento soci” di 3.911.220 euro che, è bene sottolineare, è da catalogare come capitale di prestito e non di rischio. In altri termini, la famiglia De Laurentiis, in 14 anni, ha messo nelle casse del Napoli 51 milioni di cui 54 (30 rimborsati a Unicredit + 24 di compensi) già recuperati. Quindi, facendo i conti della serva ed esasperando il concetto, dopo 14 anni un imprenditore che è venuto nella mia città per rischiare il suo capitale ha guadagnato circa 3 milioni di euro. Poco più di 200 mila euro all’anno. Solo per capire la portata del rischio, se il presidente avesse investito in questi 12 anni la cifra di 51 milioni acquistando un semplice titolo di Stato, avrebbe guadagnato mediamente circa il 2,7% annuo. Una cifretta pari mediamente a 800 mila euro annui. Un rischio imprenditoriale enorme se si pensa che il Napoli ripartiva dalla serie C e che qualche settimana prima non si era trovato un solo imprenditore napoletano che volesse rischiare 7 milioni per ripartire, in base al lodo Petrucci, probabilmente dalla serie B.

IL PAPPONISMO CONTRO IL PRESIDENTE

Oggi il Napoli fattura oltre 300 milioni di euro, ha una dimensione internazionale che pare inizi a interessare anche le multinazionali dell’abbigliamento sportivo (Adidas?) e riesce a essere attrattivo per personaggi del calibro di Ancelotti, un vero e proprio ambasciatore del processo di internazionalizzazione dell’azienda. Senza dimenticare che De Laurentiis opera da 15 anni in città, con l’impresa da sempre più discussa di Napoli, e non è mai stato coinvolto in alcuna inchiesta per affari con la camorra. Di certo a Napoli (non Torino o Milano) il bagarinaggio – che storicamente ha sempre spadroneggiato – non c’è più. Questa sua estraneità, in un territorio che è oggettivamente difficile, non viene mai evidenziata. In città è addirittura avversato da tanti tifosi, contro di lui è nato il fenomeno culturale e interclassista che meglio di ogni altro fotografa la città: il papponismo. Papponismo che è quasi più radicato nella presunta alta borghesia. Quella borghesia pseudo-benpensante che rappresenta il vero dramma della mia città. Perché è una borghesia poco colta che non sa interpretare la posizione di privilegio datagli dalla sorte, dedicando parte del suo tempo e delle sue sostanze a iniziative finalizzate a dotare la città di un nuovo decoro e di progetti vincenti.

UNA LEZIONE PER LA BORGHESIA NAPOLETANA

Qualunque sia la dimensione, il settore e gli obiettivi, ogni imprenditore dev’essere capace di effettuare (ed efficientare) un processo di identificazione e misurazione dei rischi, con definizione delle relative strategie per dominarli. Questo processo si chiama risk management e forse qualche lezioncina la borghesia imprenditoriale napoletana potrebbe anche chiederla ad Aurelio De Laurentiis prima di esprimere giudizi. Semmai solo per capire che il risk management non si caratterizza solo per la sua connotazione negativa (inteso come pericolo), ma anche per le opportunità che derivano da una incognita. Il sanfedismo a Napoli non è mai scomparso. Eppure il Napoli è il meglio di Napoli.

A cura di Vincenzo Imperatore

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