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Home » News » Il bilancio di una piccola impresa: una fotografia sfuocata
07/10/2021

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Il bilancio di una piccola impresa: una fotografia sfuocata

La contrazione del credito alle piccole imprese a carattere familiare non e’ solo responsabilità delle banche.

Si tratta di un fenomeno che assomiglia al meccanismo della roulette russa dove la rivoltella da puntare alla testa viene offerta dall’arbitro ma a spararsi e’ lo stesso giocatore.
In questo caso quella pistola assume le sembianze del bilancio dell’azienda.
Il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare dovrebbe prevedere (il condizionale non è usato a caso) tre semplici voci.
– «Attivo»: il denaro contante; il saldo creditore presso le banche; le fatture non ancora incassate nonché beni come veicoli, macchinari, immobili eccetera.
– «Passivo»: i saldi debitori presso le banche (affidamenti); fatture non ancora pagate; le tasse da regolare; il capitale sociale ossia i soldi messi dai soci per far partire e vivere l’azienda.
– «Patrimonio netto»: la differenza tra «attivo» e «passivo» che ci dice la sostanza netta, l’effettiva ricchezza della società.
Bene, in buona parte dei casi, in Italia, il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare (dove i soci sono legati da vincoli familiari) non esprime nulla di tutto questo.
Non rappresenta mai o quasi mai l’esatta fotografia dell’azienda.
Di solito il «capitale sociale» è di 10 mila euro e, per di più, viene solo deliberato e mai interamente versato; il magazzino è sovrastimato per motivi fiscali; gli immobili (quando si possiedono) sono iscritti in bilancio a valori più bassi rispetto a quelli di mercato; i crediti verso clienti e i debiti verso i fornitori contengono perdite conclamate e contenziosi ormai accertati; compaiono ammortamenti ancora in essere di beni ormai logori e superati; gli utili risultano annacquati: questa è la vera istantanea della stragrande maggioranza delle imprese italiane.
Una realtà che le banche conoscono da sempre (i rating erano negativi anche prima del 2008), ma sulla quale hanno lasciato correre per anni.
Almeno fino a quando non hanno deciso, obtorto collo per le decisioni di Bruxelles (e con gli stessi rating), la stretta del credito, dimenticandosi del passato e della loro complicità nell’affossare i clienti.
Oggi, quindi, sono necessarie, per la sopravvivenza dell’azienda, alcune accortezze fondamentali che deve prendere per primo l’imprenditore.
La prima cosa che deve fare è capire che il bilancio della azienda e il bilancio familiare dei singoli soci sono due cose differenti.
Nelle imprese familiari si commette sistematicamente l’errore di non ripartire gli eventuali utili alla fine dell’esercizio, ma di considerare gli stessi come degli anticipi sui probabili redditi.
La maggior parte dei piccoli imprenditori (sistematicamente nelle imprese familiari), infatti, ha la percezione che la finanza di un’azienda altro non sia che un cassetto dal quale attingere soldi per fini personali: pagare la retta scolastica dei figli, mettere la benzina all’auto o comprare il regalo per il matrimonio di un parente.
Dovrebbe essere la norma che solo al 31 dicembre di ogni anno un imprenditore possa sapere se ha realizzato utili o perdite.
E solo a quel punto possa capire quanto spendere per le proprie esigenze personali oppure quanti soldi debba mettere, nel caso sia andato in perdita, di tasca propria per ripristinare il capitale.
Quelli familiari sono dei costi che molto spesso determinano degli scompensi finanziari e liti tra eventuali soci.
Da lì, se non se ne ha consapevolezza, il default è a un passo.
Ecco il motivo per cui è necessario che tutte le piccole imprese predispongano il budget familiare attraverso un programma Excel (ce ne sono tanti gratis sul web) che prenda in considerazione tutte le spese possibili e immaginabili cui va incontro la famiglia nel corso dell’anno: statisticamente sono i costi più difficili da tenere sotto controllo.
Spesso ho avuto a che fare con imprenditori che si lamentavano di aver chiuso l’esercizio in perdita salvo “scoprire” (dopo che li avevo sottoposti alla “violenza” del bilancio familiare) che, al lordo delle spese correnti dei familiari non espresse nel bilancio aziendale, quella impresa aveva prodotto utili che erano stati “anticipati” ai singoli soci.
Siamo all’anno zero e bisogna ripartire dalle basi per far crescere la cultura manageriale.
Se non facciamo maturare questa consapevolezza, siamo (consulenti e associazioni di categoria) corresponsabili del genocidio pensato e attuato dal sistema bancario.

A cura di Vincenzo Imperatore

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