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Home » News » Quanti reati può fare una banca in un colpo solo?
07/08/2021

By: gestione

Quanti reati può fare una banca in un colpo solo?

Usura, estorsione e violenza privata: l’incredibile storia di Aldo e Rossana. E delle loro accuse contro un istituto strozzino.

Aldo e Rossana sono due medici irpini che svolgono la professione di analisti clinici.
La loro storia con le banche è un concentrato di tutti i reati commessi dalle stesse e finora raccontati con casi pratici nell’ambito della nostra rubrica.
Reati che non trovano le giuste pene seppure i responsabili siano ben identificabili.
Nel 2009 la coppia stipulò un mutuo ipotecario con una piccola banca di Avellino per un valore di 200 mila euro.
Tre anni dopo la formalizzazione del contratto, i due richiesero direttamente al direttore generale – che si era sempre mostrato gentile e disponibile – una rinegoziazione che potesse permettere loro di pagare una rata più bassa, vista anche la momentanea difficile situazione lavorativa in cui si trovavano: «Come molte aziende, anche noi risentivamo della congiuntura economica, pertanto abbiamo fatto richiesta di allungamento della durata del mutuo, di modifica del tasso e della moratoria (sospensione temporanea del pagamento della quota capitale, quindi non degli interessi, della rata, ndr) così come previsto dalla legge», spiegano.
SEGNALATI COME MOROSI. Richieste approvate con una delibera del marzo 2013 con cui la banca concesse una «sospensione moratoria parziale del mutuo che consiste nel pagare 1.000 euro al mese, che già dal 30 gennaio dello stesso anno avevamo cominciato a versare», aggiungono i due che circa otto mesi prima, proprio a causa del mancato versamento di qualche rata, erano stati segnalati «come morosi alla banca dati della Centrale rischi finanziaria (Crif)».
Ma, nonostante la successiva sistemazione dei pagamenti mensili arretrati e le promesse del direttore generale, l’istituto di credito non aveva mai disposto un aggiornamento della loro situazione finanziaria alla Crif.
Aldo, nello stesso periodo, si rivolse anche a un altro istituto per ottenere un secondo mutuo per acquistare la struttura dove è ubicato il loro laboratorio di analisi e dove si sarebbe dovuto sviluppare un centro polispecialistico.
Mutuo negato: «Il 13 settembre 2013 il direttore mi mostrò la segnalazione alla Crif fatta dall’altra banca nonostante la moratoria concessa da quest’ultima e le rassicurazioni del direttore generale. Non era stato applicato, dunque, alcun tipo di beneficio previsto dalla legge, ma soprattutto nessun valore aveva avuto la parola data dall’istituto in merito all’annullamento della segnalazione presso le banche dati».
LA BANCA DEVE AVVERTIRE. A tal proposito è bene ricordare che le norme che regolano i sistemi di informazione creditizia prevedono che, qualora ci sia un ritardo nei pagamenti da parte di un cliente, la banca è tenuta ad avvertirlo, mediante sollecito che abbia certezza di consegna (con una raccomandata con ricevuta di ritorno) che a breve provvederà a registrare i suoi dati alla Crif.
In mancanza dell’avviso, l’istituto viola non solo le norme di buona condotta in materia creditizia, ma anche la privacy del correntista.
In realtà, Aldo e Rossana quel giorno hanno scoperto che non solo a loro non era mai stata inviata quella raccomandata, ma neanche alla Crif era mai giunta alcuna segnalazione di successiva sistemazione della morosità.
«È evidente che c’era qualcosa di poco trasparente su tutta la situazione del mutuo, nonostante il direttore generale continuasse a tranquillizzarci che tutto si sarebbe risolto».
Nel gennaio del 2014, terminato il periodo della sospensione moratoria, la coppia riprese a pagare la rata regolare di 1.324 euro al mese.
IMPOSTO UN PAGAMENTO UNICO. A quel punto Rossana andò dal direttore generale per chiedere chiarimenti sulla famosa delibera (ma anche sulla situazione finanziaria dell’istituto visto che su tutti i giornali era uscita la notizia di un immediato commissariamento) e invece di ricevere delucidazioni le venne imposto di pagare in un’unica soluzione tutte le rate arretrate, per un ammontare di circa 23 mila euro, per poter regolare la posizione.
«Si tratta della quota capitale già sospesa con il provvedimento di moratoria di cui nessuno, né sull’importo né sulla modalità di rimborso, ci aveva mai informati».
Per quale motivo? La donna rimase sbalordita.
Ma la sorpresa non era finita lì. In quella stessa banca aveva un affidamento anche una società che gestiva un laboratorio di analisi cliniche polispecialistico, composta da professionisti senza alcun legame con i coniugi irpini, ma che ”scontava” il fatto di avere come amministratore proprio Aldo.
Ebbene, tanto per infierire, il direttore generale senza alcun diritto disse a Rossana: «Noi rinnoviamo il fido al laboratorio dove lavora suo marito solo se voi versate 10 mila euro e firmate la rinegoziazione del mutuo alle nostre nuove condizioni».
DELIRI DI ONNIPOTENZA. Oltre a essere un atteggiamento che sfiora la follia (ma i manager bancari spesso hanno deliri di onnipotenza), qui si configurano i reati di estorsione e di violenza privata.
Rossana, disgustata, uscì dall’ufficio sbattendo la porta.
L’uomo, non contento, appena qualche giorno dopo decise di contattare, direttamente in laboratorio, un dipendente di quella società.
Donato, questo il nome del dottore analista, che nel successivo processo a carico della banca si è offerto di testimoniare, riporta queste testuali parole: «Il direttore generale mi ha riferito che non avrebbero rinnovato il fido al laboratorio a meno che il “vostro amministratore non verserà immediatamente 10 mila euro per la sua posizione di mutuo”».
E qui si configura il reato di violazione della privacy. Ma andiamo avanti.
DANNI MORALI E MATERIALI. All’interno del consiglio di amministrazione, a seguito di quella comunicazione telefonica, si creò una certa agitazione che spinse i soci della coppia a chiedere ad Aldo «di lasciare formalmente la società al fine di evitare problemi di riflesso al laboratorio», precisa la coppia irpina.
E qui si configurano i danni morali e materiali, visto che i due si ritrovarono all’improvviso senza reddito. L’indecisione e l’assenza di una precisa strategia da parte dell’istituto era evidente: la banca a quel punto emise una delibera con tutte le richieste avanzate dal direttore.
Venne «ordinato», previo versamento di 10 mila euro, di rinegoziare il mutuo a 20 anni con un tasso di interessi del 7%, quando quello medio del periodo (calcolato da Bankitalia) era del 3,5%, con una rata fissa di 1.419 euro al mese.
Ma come? La coppia non era in grado di pagare una rata di 1.324 euro e se ne ritrovò una ancora più esosa?
Era stata fatta la giusta analisi della situazione economico-reddituale dei due?
O la banca per l’ennesima volta era responsabile dell’esercizio di un potere discrezionale e tecnicamente errato nella concessione di un credito?
Proprio a causa di quel tasso folle d’interessi la banca incappò, come certifica la successiva perizia giurata, anche nel reato di usura.
PRESSIONI DAL DIRETTORE. Finita così? Macché. A giugno del 2014, «a seguito delle enormi pressioni subite da parte del direttore (continua l’estorsione e la violenza privata, ndr), chiediamo al laboratorio di analisi di farci un prestito a titolo di anticipo sul Tfr (Trattamento di fine rapporto, ndr) di mio marito per l’importo richiesto dalla banca di 10 mila euro, con i quali ancora non abbiamo capito cosa dovevamo coprire: se la quota capitale delle rate arretrate, gli interessi, le more o cos’altro. Tutto questo solo per salvare la nostra attività», racconta Rossana con le lacrime agli occhi.
Il 13 ottobre 2014, però, l’istituto spedì alla coppia una lettera in cui si chiedeva testualmente, nonostante il versamento dei 10 mila euro appena fatto, di «restituire entro cinque giorni i 23 mila euro».
Inoltre, «il debito residuo del mutuo non era più, in base agli ultimi rendiconti, di 183 mila euro, bensì di 201 mila euro», aggiunge Rossana. Assurdo.
NEGATO UN ALTRO MUTUO. L’attacco della banca proseguì: «Il 25 novembre 2014 ci vediamo segnalati a “sofferenza” in Centrale rischi con le dovute conseguenze sia per noi che per il laboratorio di cui, dopo una serie di rassicurazioni date, ero ancora amministratore», conclude Aldo, al quale, proprio per via della nuova segnalazione, viene negato un altro mutuo in un istituto terzo.
Questa storia per ora finisce con le dimissioni di Aldo dal consiglio di amministrazione del laboratorio e con la denuncia penale (usura, estorsione e violenza privata) e civile (usura e risarcimento del danno) davanti al tribunale di Avellino.
Per avere giustizia bisogna ancora aspettare. E chissà se qualcuno mai, oltre alla coppia, pagherà.

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