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Home » News » Ma chi vuole davvero la riforma delle Bcc?
07/10/2021

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Ma chi vuole davvero la riforma delle Bcc?

Le banche sono divise. E pure nel governo esistono due correnti: quella del ministro Tria e quella di Salvini-Di Maio. Mentre sul tavolo ci sono ancora molti dubbi.

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore per Lettera43

Quanta confusione intorno alla riforma del credito cooperativo. Segnali contrastanti provengono dagli organi governativi ma anche dagli stessi attori di quel grande palcoscenico che è il mondo delle Bcc. Ci siamo già chiesti: ma chi vuole davvero la riforma del credito cooperativo stabilita con la legge 49 del 8 aprile 2016? Ricordiamo che la riforma del credito cooperativo ha praticamente prodotto una balcanizzazione degli assetti riunendo le 278 Bcc del nostro Paese in tre galassie: due grandi gruppi facenti capo all’area romana di Iccrea (145) e ai “trentini” della Cassa Centrale Banca di Trento (95) e uno più piccolo (40 circa) facente capo alle realtà della provincia di Bolzano che segue una strada propria.

LE DUE CORRENTI IN SENO AL GOVERNO

Tante le voci che hanno chiesto di congelare l’entrata in vigore della legge per una revisione sostanziale. Le numerose istanze, soprattutto di presidenti e direttori generali delle Bcc, sono state addirittura prese in considerazione dal nuovo governo che ha annunciato che sarà necessario apportare modifiche alla riforma. Voci di dissidenti che, cosi come affermato da un presidente di una Bcc, «si fanno sentire soprattutto a microfoni spenti per timore di inimicarsi la capogruppo». Ma anche in seno al governo esistono comunque due correnti di pensiero: quella facente capo al ministro Tria che ribadisce che si tratta di “ritocchi” all’impianto base della riforma al fine di dare più tempo alle Bcc poco resilienti di assumere consapevolezza della necessità/obbligo della ristrutturazione e quella invece guidata da Salvini e Di Maio che avrebbero voluto una vera e propria sospensione della legge.

LO SGARBO ISTITUZIONALE DELLA BCE

Nel frattempo la Bce, nonostante il pronunciamento del governo sulla volontà di ritornare comunque sulla riforma, nel pieno rispetto della linea “voi italiani non contate una mazza”, ha dato (con 60 giorni di anticipo sulla scadenza prevista) il parere positivo per la costituzione del Gruppo Bancario Iccrea. Un vero e proprio sgarbo istituzionale visto che Banca d’Italia e Bce avrebbero potuto aspettare dapprima le decisioni del governo della Repubblica che, nel caso non si fosse pronunciato entro i termini previsti, avrebbe dato alla Bce il diritto di non potersi esimere dal rilasciare l’autorizzazione richiesta. Ma quale è lo stato di salute di queste banche? Rispetto al 2015, allorquando una interessante indagine, pubblicata da L’Espresso ed elaborata da R&S, la società di ricerche e studi di Mediobanca, sui bilanci di un campione di 377 piccole banche ribadì lo stato disastroso in cui versavano circa il 45% delle Bcc, qualcosa è cambiato. Alcuni istituti hanno deliberato, proprio a causa dei cattivi risultati del 2015, «programmi autonomi di irrobustimento patrimoniale»; altri sono stati assorbiti da banche meno gracili con «percorsi di messa in sicurezza» che ne evitassero il fallimento. E quindi oggi quei dati sono leggermente migliorati. Ma solo moderatamente, appunto. Perché, per esempio, se prendiamo in esame i dati comunicati in un incontro di ottobre con Bankitalia e Bce, a giugno 2017 per le circa 160 Bcc aderenti al gruppo Iccrea, i giudizi ispettivi di Bankitalia (sul 2016 e il primo quadrimestre 2017) si erano chiusi nel 43,9% dei casi mettendo la banca nell’Area di attenzione (rischiano di essere commissariate dalla capogruppo) e nel 10% con esito “sfavorevole”, condizione che di norma porta alla richiesta di fondersi con un istituto più solido.

I DUBBI DEI “DISSIDENTI”

Qualche dubbio ci assale. Non è che forse i dissidenti sono i rappresentati delle banche virtuose che non si lasciano facilmente tirare per la giacca e chiedono alla riforma di meglio chiarire il concetto di risk based e i vantaggi derivanti appunto per gli istituti più efficienti? Con il contratto di coesione, la singola banca sottoscrive infatti le regole della propria integrazione modulate in ragione della propria meritevolezza: il grado di autonomia verrebbe modulato in funzione di un approccio basato sul rischio (risk based approach), sulla base di parametri oggettivamente individuati. Non è che forse i dissidenti vogliano, prima di aderire, sapere quali sono questi parametri? E poi non è che forse alcuni esponenti delle Bcc virtuose hanno intravisto nella sostanziale unificazione del sistema delle Bcc un’opportunità di accrescimento del personale potere dei rappresentanti delle federazioni e vogliono essere coinvolti nei processi di scelta della nuova governance? Piuttosto che spendere soldi in pubblicità autoreferenziale, cosi come fatto dal gruppo Cassa Centale Banca per sostenere, sui principali quotidiani nazionali, una iniziativa che ha i prodromi di un nuovo e interessante poltronificio, non sarebbe il caso di impiegare quelle disponibilità per commissionare una indagine di customer satisfaction per verificarese i soci delle Bcc, nate intorno a un coerente insieme di principi etici e solidaristici,sono d’accordo alla riforma?

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