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Home » News » Il caso di Morpurgo: accusa forte contro le banche
07/10/2021

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Il caso di Morpurgo: accusa forte contro le banche



Articolo di Vincenzo Imperatore per People for Planet

Riccardo Morpurgo, 64enne ingegnere e imprenditore edile di Senigallia, è morto suicida venerdì scorso all’interno della sua azienda in crisi da tempo.

Prima di compiere l’estremo gesto ha lasciato una lettera, un messaggio d’addio alla sua famiglia e un atto di accusa forte contro le banche e gli amministratori pubblici che gli hanno negato ogni possibilità.

Di seguito un frammento di quanto scritto:

“Mi rivolgo dunque ai responsabili, assolutamente irresponsabili, degli istituti di credito, ma anche ai pubblici Amministratori ed a chi, abusando del suo infimo potere, si arroga il diritto, tralignando la verità, di divertirsi giocando con la necessità, le ansie, le emozioni del prossimo, senza capacitarsi (FORSE) che il suo divertimento può essere recepito tragicamente da chi lo subisce, ed ancora a coloro che subiscono questa iniqua situazione avvolti nella loro assordante apatia ed indifferenza o, peggio, a coloro che la aggravano con la loro cinica e supponente cupidigia”.

C’è da restare increduli. Devastati dalla crudeltà delle parole, del gesto e dell’atteggiamento troppo spesso caratterizzante degli istituti di credito. Un comportamento falso e intimidatorio, spietato, amorale.

Ti stringono la mano con la destra mentre mantengono nella sinistra una pietra, al minimo gesto di mancata sottomissione ti colpiscono.

Una stretta di mano che perde il sapore del segno di pace per diventare un pugno di mosche, la nobiltà di un gesto dissipata nel dna dei bancari/banchieri, formati ed allenati nella mancanza di stima e rispetto nei clienti, plasmati nella “forma” di una deontologia etica in sostanza vuota.

Il lato oscuro della vicenda di Senigallia sta nel capire che gli istituti di credito sono governati da dirigenze e operatori consapevoli di interpretare e applicare in maniera particolare e atipica la moralità.

Abitudine costruita che traspare dal loro linguaggio atto a mettere da parte qualsiasi possibilità di una discussione etica.

Non esiste il giusto o sbagliato, ciò che è corretto o ciò che è scorretto; esiste solo ciò che porta profitto o che può portare ostacoli legali, se c’è una strada per mettere d’accordo i due elementi la si prende e la si porta a compimento, non c’è nulla che li può fermare, nemmeno una vita, nemmeno una morte.

Stiamo parlando di un sistema intriso di amoralità, non esiste l’immoralità, perché quest’ultima presuppone concetti come il bene e il male e il perseguirli o meno, in banca tali concetti non entrano nei processi di valutazione.

In questa mentalità malata chi svolge il proprio lavoro nel migliore dei modi è colui che riesce a non farsi influenzare dalle emozioni che può riscontrare nella disperazione sulla faccia di un cliente e lasciarla dilagare, permettere che questa si impossessi di lui, che lo consumi.

Nel mondo reale questa è istigazione o aiuto al suicidio, reato previsto dal codice penale italiano tramite l’articolo 580: chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.

E se fossero accusati di istigazione al suicidio?

I banchieri in questione e gli amministratori pubblici hanno commesso un reato. Non danzo tra il serio e il faceto, se fossi un pubblico ministero li porterei a processo se solo ciò che è sancito come illecito da parte della giustizia civile trovasse per la lobby bancaria un responsabile che paghi la pena. Mi chiedo perché non funziona così.

Sapevano perfettamente ciò a cui Riccardo avrebbe potuto pensare, ciò che avrebbe potuto mettere in atto per la mancanza di vie d’uscita e se ne sono fregati, ne hanno agevolato in qualche modo l’esecuzione. C’è chiara responsabilità dell’istigatore, dovrebbero pagarla per far si che l’estremo gesto di un imprenditore possa finalmente “risvegliare coscienze intorpidite ed animi accecati”.

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