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Home » News » Crowdfounding: senza banca si può
07/10/2021

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Crowdfounding: senza banca si può

Allora senza banca si può?

Articolo di Vincenzo Imperatore per People for Planet.

Pare di sì, con il crowdfounding e il microcredito, il secondo figlio del primo. 
Letteralmente si tratta di un modo per reperire finanziamenti tramite la gente (crowd, folla in inglese), una sorta di campagna di raccolta fondi che parte dal basso.
La veloce diffusione del crowdfunding è dovuta essenzialmente alla crescente espansione dei social media e alla globalizzazione geopolitica.
Oggi basta saper utilizzare il web e conoscere un po’ di lingua inglese per tentare di racimolare soldi senza limiti territoriali, da gruppi di persone con interessi comuni al fine di finanziare un progetto o un’iniziativa.
Proprio per questo è particolarmente indicato per incentivare le start up.
Grazie al crowdfunding, per esempio, la scuderia di Formula 1 Caterham F1 Team, ha trovato il denaro per partecipare al Gran premio del 2015 ad Abu Dhabi, dopo averne saltati due per mancanza di capitale.
Questo strumento ha passato una fase iniziale in sordina, ma ora sembra finalmente essere sulla bocca di tutti.
Quella a cui stiamo assistendo ora è un’ampia sperimentazione di soluzioni innovative e alternative che spiega la vasta gamma di piattaforme presenti sul mercato.
Secondo il più recente report globale sullo stato del crowdfunding pubblicato suCrowdsourcing.org, ce ne sono circa 500 attive nel mondo di cui il 50% con base in Europa.
In Italia se ne possono contare una trentina, quasi tutte nate dopo il 2011, a parte Kapipal e Produzioni dal Basso avviate nel «lontano» 2005.
In linea generale possiamo classificare le piattaforme in base al tipo di ritorno che le persone ottengono una volta che hanno donato del denaro per un progetto.
Secondo il report citato, più dei due terzi di quelle presenti al mondo sono reward-based crowdfunding: quando qualcuno effettua una donazione riceve in cambio una ricompensa o un premio, siano essi materiali – per esempio il pre-ordine del prodotto non ancora sul mercato – o più intangibili, anche un semplice «grazie» sul sito.
Alcune piattaforme sono, invece, dei veri tramiti di investimento finanziario come avvenuto ad esempio, nel caso della musica, con SellaBand e Bandstocks.
Gli iniziatori del progetto e i loro partner generalmente definiscono una scadenza entro la quale reperire una somma.
Quest’ultima viene divisa in migliaia di parti uguali offerte in forma di azioni a prezzo fisso.
Una volta raggiunto l’obiettivo inizia una fase di investimento.
Si tratta, però, di una modalità diffusa soprattutto all’estero.
In Italia i limiti imposti dalla legislazione hanno rallentato non poco lo sviluppo di piattaforme equity-based, come SiamoSoci, che comunque può già vantare alcuni successi importanti.
Anche il microcredito è una forma di crowdfunding molto utile per fare a meno delle banche.
Si tratta di una fornitura di servizi finanziari a clienti con bassi redditi, inclusi semplici consumatori e lavoratori in proprio che tradizionalmente non hanno accesso a servizi bancari.
Il denaro è raccolto da un gruppo di persone ed è gestito da un intermediario locale.
Questo è il modello seguito, per esempio, dalla popolare piattaforma Kiva.
Ricordiamo che il microcredito ha permesso all’economista bengalese Muhammad Yunus di vincere il premio Nobel per la pace nel 2006.
La sua Grameen Bank ha dato dignità e speranza a milioni di poveri oltre che uno schiaffo morale alla Banca mondiale.
Yunus, noto come «il banchiere dei poveri», ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito, come dice la motivazione del premio, «di creare sviluppo economico e sociale dal basso».
Come racconta Cristina Nadotti su la Repubblica, «Yunus e i suoi collaboratori hanno cominciato battendo a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per avviare progetti imprenditoriali. Un’azione che ha avviato anche un circolo virtuoso, con ricadute sull’emancipazione femminile, poiché Yunus ha fatto leva sulle donne per creare cooperative e promuovere il coinvolgimento di ampi strati della popolazione».
La Grameen Bank oggi ha oltre 1.084 filiali e ci lavorano 12.500 persone. I clienti in 37 mila villaggi sono 2 milioni e 100 mila, per il 94% donne.
Il sistema non è in perdita: il 98% dei prestiti viene restituito. E allora vuol dire che funziona.

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