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Crediti deteriorati: il problema non sono le piccole banche, ma la fragilità delle Pmi che vanno a credito
04/21/2026

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Crediti deteriorati: il problema non sono le piccole banche, ma la fragilità delle Pmi che vanno a credito

20 Aprile 2026

Il paper della Banca d’Italia suggerisce che dietro molti NPL delle piccole banche non ci sia soltanto una questione creditizia, ma soprattutto la debolezza organizzativa e manageriale di troppe PMI, che si presentano in banca con strutture fragili, poca cultura dei flussi, scarsa pianificazione e numeri incapaci di trasformare il bisogno di credito in credibilità aziendale.

Chi legge in modo superficiale i numeri sui crediti deteriorati delle banche (piccole) meno significative italiane, le cosiddette LSI, arriva alla conclusione più sbrigativa e più pigra, cioè che le banche piccole facciano più NPL perché sanno gestire peggio il rischio, ma il paper della Banca d’Italia del marzo 2026 racconta una storia assai meno banale, costruita su una base dati di circa 2,6 milioni di osservazioni relative al periodo 2021-2024, e mostra che il maggior tasso di deterioramento non può essere letto seriamente senza guardare prima al tipo di imprese finanziate, alla loro struttura economico-finanziaria e alla composizione effettiva dei portafogli creditizi.

Il primo dato, quello che tutti conoscono e che molti usano come clava polemica, è che nel campione analizzato il tasso medio di deterioramento è pari all’1,68% per le LSI contro l’1,23% per le SI (banche grandi e Significative), mentre lo spread medio applicato è pari a 2,22 punti percentuali contro 2,03, ma il punto vero è che le LSI tendono a servire imprese più piccole, più rischiose, meno liquide e con maggiore leva finanziaria, cioè esattamente il segmento più difficile del mercato del credito, quello che nei convegni tutti dichiarano di voler sostenere e poi nei comitati fidi molti preferiscono guardare da lontano.

Il lavoro di Banca d’Italia dice infatti che, a parità di altre caratteristiche aziendali, le imprese più rischiose hanno una probabilità più alta di finanziare il proprio fabbisogno presso una LSI, con una differenza stimata di circa 4 punti percentuali rispetto alle imprese meno rischiose, mentre le imprese medio-grandi mostrano una minore propensione a rivolgersi a queste banche, e lo stesso vale per le imprese più liquide; al contrario, una leva finanziaria più elevata aumenta la probabilità di relazione con una LSI, il che significa che il differenziale di deterioramento, prima ancora di essere un problema di banca, è soprattutto un problema di composizione della clientela e di qualità ex ante del prenditore.

Quando poi il modello controlla l’effetto del maggior deterioramento per le caratteristiche dell’impresa, del prestito e dell’intermediario, il famoso divario si restringe drasticamente, perché l’effetto marginale residuo associato all’indicatore LSI è di appena 14 punti base rispetto a una differenza descrittiva di 45 punti base, e dunque circa il 70% dello scarto è spiegato da variabili osservate, in particolare rischio ex ante, liquidità e margine operativo lordo; tradotto in un linguaggio meno accademico e più utile a chi fa impresa, la maggior parte del problema non sta nella natura “piccola” della banca, ma nel fatto che quella banca sta assorbendo una clientela che presenta fragilità già prima dell’erogazione.

Anche sul prezzo del credito conviene abbandonare la propaganda, perché se è vero che in media le LSI applicano spread leggermente più elevati, il paper mostra che, una volta depurate le differenze per caratteristiche dell’impresa, del prestito e della banca, lo spread delle LSI risulta pressoché identico a quello delle SI, con un effetto marginale di appena 1 punto base, il che vuol dire che non siamo davanti a un sistema in cui le banche minori “fanno pagare di più” per partito preso, ma davanti a portafogli mediamente più rischiosi che, prima della pulizia statistica, incorporano un premio coerente con quel rischio.

Il passaggio forse più interessante, e anche più scomodo per molte PMI che preferiscono attribuire tutto alla cattiveria della banca anziché alla propria disorganizzazione, è quello contenuto nell’appendice sul servizio di prima informazione (SPI) della Centrale dei Rischi, dalla quale emerge che il tasso medio di approvazione delle richieste è pari al 24,1% per le LSI e al 19,2% per le SI e che, a parità di caratteristiche dell’impresa, le domande rivolte alle LSI hanno una probabilità di approvazione superiore di 3,9 punti percentuali; il lavoro, correttamente, invita però alla cautela perché la Centrale dei Rischi non rileva esposizioni inferiori a 30.000 euro, alcune decisioni possono avvenire senza consultare lo SPI e c’è anche un possibile effetto di autoselezione delle imprese più rischiose verso le LSI.

Da consulente di direzione aziendale, la conclusione che traggo da questi numeri è molto chiara e coincide, del resto, con l’impostazione del documento preparatorio allegato: le banche grandi ottimizzano il rischio, mentre le banche territoriali assorbono più complessità, ma il punto decisivo non è romanticizzare le seconde né assolverle in blocco, bensì domandarsi quante piccole imprese conoscano davvero il proprio profilo di rischio bancario prima di chiedere credito e quante si presentino ancora con bilanci vecchi, racconto autoassolutorio e business plan costruiti come letteratura fantastica invece che come strumento di governo dei flussi futuri.

Il rating, infatti, non si scopre il giorno in cui il finanziamento viene negato, ma si costruisce molto prima, dentro l’organizzazione dell’impresa, nella disciplina del capitale circolante, nella tenuta della liquidità, nella capacità di generare margini, nella trasparenza dei numeri e nella qualità dei processi decisionali, per cui il vero tema politico, industriale e bancario non è accusare in modo riflesso le piccole banche di fare più crediti deteriorati, ma capire se il sistema bancario stia chiedendo abbastanza managerialità alle PMI che finanzia e se quelle stesse PMI abbiano finalmente compreso che il credito non è un diritto narrativo da rivendicare all’ultimo minuto, ma una conseguenza tecnica della credibilità aziendale che si costruisce nel tempo, con metodo, con dati e con una visione meno provinciale di quella che troppo spesso, in Italia, continua a considerare la banca come il luogo in cui si va a chiedere fiducia dopo aver trascurato tutto ciò che avrebbe dovuto meritarla.

Posted in FinanzaTagged Banche, crediti deteriorati e pmi, gestione piccole imprese, imperatore consulting
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