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Home » News » L’Italia cresce solo dello 0,4% e scopre di essere ultima: non è una crisi, è un modello che non funziona
In finanza le regole più semplici si smentiscono con i numeri
04/14/2026

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L’Italia cresce solo dello 0,4% e scopre di essere ultima: non è una crisi, è un modello che non funziona

13 Aprile 2026

L’Italia cresce solo dello 0,4% e scopre di essere ultima: non è una crisi, è un modello che non funziona

Le previsioni OCSE certificano un declino strutturale: produttività ferma, riforme incomplete e sistema educativo conservatore tengono il Paese inchiodato in fondo al G20 mentre gli altri avanzano.

L’OCSE ha pubblicato le sue previsioni e, come spesso accade quando qualcuno prova a mettere i numeri davanti alle illusioni, il risultato è meno consolatorio di qualsiasi talk show serale: nel 2026 l’Italia cresce dello 0,4% mentre nel 2027 si ipotizza una crescita dello 0,6%, ultima tra le grandi economie del G20, non in difficoltà momentanea ma inchiodata stabilmente in fondo alla classifica mentre Paesi con problemi ben più evidenti, dalle crisi valutarie alle sanzioni internazionali, riescono comunque a fare meglio, il che dovrebbe almeno insinuare il sospetto che il problema non sia la contingenza ma il modo in cui questo Paese funziona da decenni, o forse sarebbe più corretto dire il modo in cui non funziona.

Non si tratta di un incidente di percorso né di una fase ciclica negativa che prima o poi si riassorbe, perché se fosse così avremmo già visto segnali di inversione.

Invece la traiettoria è piatta da trent’anni e lo è per ragioni che conosciamo perfettamente ma che continuiamo a trattare come se fossero dettagli secondari: una produttività che non cresce, un sistema fiscale che penalizza chi produce e premia chi si adatta, un mercato del lavoro che oscilla tra rigidità e precarietà senza mai trovare un equilibrio, una pubblica amministrazione che consuma risorse con una regolarità quasi scientifica ma restituisce servizi con una lentezza altrettanto costante, e poi un sistema educativo che sembra progettato più per conservare il passato che per preparare il futuro, mentre il mondo cambia competenze alla velocità di un aggiornamento software e noi restiamo fermi alla versione precedente.

Il punto non è che l’India cresce al 6% o che l’Indonesia e la Cina viaggiano sopra il 4%, perché qualcuno potrebbe sempre rifugiarsi nella solita consolazione geografica o demografica; il punto è che anche economie attraversate da crisi profonde, come l’Argentina (2,8%), o immerse in contesti geopolitici complicati, come la Russia (0,6%), riescono comunque a esprimere dinamiche di crescita superiori, il che rende difficile continuare a raccontarsi che il problema sia esterno, globale, inevitabile, quando i numeri suggeriscono esattamente il contrario, cioè che la nostra è una stagnazione autoindotta, costruita nel tempo attraverso una sequenza infinita di riforme annunciate, iniziate e poi lasciate a metà, come se la politica economica fosse un esercizio di comunicazione e non di trasformazione.

Lo 0,4% non è solo un dato macroeconomico, è la misura concreta di un Paese che consuma più energia nel discutere di ciò che dovrebbe fare che nel farlo davvero, che perde ogni anno capitale umano verso l’estero con una regolarità che non ha equivalenti tra le grandi economie europee e che poi si sorprende se la crescita non arriva, perché la crescita, al contrario di quanto si racconta, non è un evento spontaneo ma il risultato di condizioni precise, di investimenti coerenti, di regole stabili e di una visione che duri più di una legislatura.

La fotografia scattata dall’OCSE non è crudele, è semplicemente fedele, ed è proprio questa la parte più scomoda, perché non lascia spazio a interpretazioni consolatorie né a narrazioni alternative; mostra un Paese che non è fermo per mancanza di potenziale ma per incapacità di liberarlo, un Paese che continua a muoversi in orizzontale mentre gli altri avanzano, e che scambia la sopravvivenza per stabilità, l’adattamento per strategia, la gestione dell’esistente per sviluppo, con il risultato che ogni anno si ritrova nello stesso punto, un po’ più indietro degli altri, a commentare classifiche che ormai non sorprendono più nessuno, tranne forse chi continua a credere che basti cambiare il racconto per cambiare anche i numeri.

Posted in FinanzaTagged finanza, italia ultima g20
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