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In finanza le regole più semplici si smentiscono con i numeri
09/02/2026

By: account

In finanza anche le regole più semplici possono essere smentite dai numeri

15 Agosto 2026

Agosto, con i mercati che continuano a muoversi mentre molti rallentano, può essere un buon momento per qualche riflessione finanziaria. Soprattutto per mettere alla prova alcune narrazioni che, ripetute abbastanza a lungo dai consulenti finanziari, finiscono per diventare regole di buon senso apparentemente indiscutibili.

Sono frasi che ascolto da anni e che spesso diventano anche comodi alibi: “La Borsa è troppo alta”, “ormai è tardi per entrare”, “meglio aspettare una correzione”, “quando i mercati sono sui massimi bisogna essere prudenti”.

Il problema non è la prudenza, che nella gestione del risparmio resta una virtù. Il problema nasce quando la prudenza sostituisce l’analisi.

E qui emerge anche una debolezza del nostro sistema di consulenza finanziaria. Esiste certamente una minoranza qualificata di professionisti che studia, legge report indipendenti, confronta dati e aggiorna continuamente le proprie competenze. Ma una parte della rete distributiva continua a riproporre interpretazioni standardizzate, spesso costruite sui materiali prodotti dalle stesse banche e società finanziarie di cui fa parte.

Il risultato è che alcune convinzioni vengono tramandate quasi per inerzia, fino a trasformarsi in verità che nessuno sente più il bisogno di verificare.

Eppure la finanza ha una caratteristica piuttosto scomoda: anche le regole di buon senso più intuitive possono essere smentite dai numeri.

Prendiamone una: se la Borsa è ai massimi, non conviene comprare.

A prima vista il ragionamento non fa una piega. Se qualcosa è aumentato molto di prezzo, aspettiamo che scenda prima di acquistarlo. Perché dovremmo comportarci diversamente quando investiamo?

Perché un mercato finanziario non funziona come il supermercato. E soprattutto perché confondiamo due concetti: essere ai massimi ed essere troppo cari.

Un massimo storico ci dice soltanto che un indice ha raggiunto un valore mai toccato prima. Non ci dice se salirà o scenderà e, soprattutto, non ci dice se le aziende che lo compongono siano sopravvalutate.

Immaginiamo che un indice sia passato da 4.000 a 5.000 punti. Il risparmiatore pensa: “Ormai è salito troppo. Aspetto che torni a 4.500”. Quei 4.000 punti sono diventati nella sua testa una specie di prezzo giusto. La finanza comportamentale chiama questo meccanismo ancoraggio.

Il mercato, però, non conosce il nostro prezzo giusto. Potrebbe tornare a 4.500. Ma potrebbe anche passare da 5.000 a 5.500, poi a 6.000 e a 6.500. E ogni volta stabilirebbe un nuovo massimo.

È questo il punto: in un mercato che cresce nel lungo periodo, i massimi non rappresentano necessariamente la fine della salita. Possono essere tappe della salita stessa.

J.P. Morgan Asset Management ha analizzato l’andamento dell’S&P 500 confrontando due situazioni: investire in un giorno qualsiasi oppure farlo proprio in occasione di un nuovo massimo storico.

I dati, relativi al periodo 1988-2024, sono interessanti. Dopo un anno il rendimento cumulativo medio è stato del 12,4% investendo in un giorno qualsiasi e del 13,4% investendo dopo un nuovo massimo. Dopo due anni: 25,3% contro 28,9%. Dopo tre: 40% contro 46,3%. A cinque anni: circa 74,7% contro 80,9%.

Questo non significa che comprare ai massimi sia una strategia vincente. Significa semplicemente che la paura di investire soltanto perché il mercato ha raggiunto un record non trova conferma nella storia recente dell’S&P 500.

C’è un altro dato interessante. Dal 1950 l’S&P 500 ha chiuso su un massimo storico in circa il 6,7% delle sedute e, secondo la stessa analisi, circa il 30% di quei massimi ha rappresentato un livello dal quale successivamente l’indice non è più sceso di oltre il 5%. In alcuni casi, quindi, chi aspettava pazientemente prezzi molto più bassi ha aspettato qualcosa che non è mai arrivato.

Attenzione però all’errore opposto. Dire che un mercato è ai massimi non significa dire che sia conveniente comprarlo. Un indice può salire perché sono cresciuti gli utili delle aziende oppure perché gli investitori sono disposti a pagare prezzi sempre più elevati per quegli stessi utili.

Per capire se un mercato è caro non basta quindi guardare il livello dell’indice. Bisogna analizzare utili, prospettive di crescita, tassi di interesse, inflazione e valutazioni. È la differenza tra prezzo e valore.

C’è poi un altro comportamento tipico. Il risparmiatore non decide di non investire. Decide di aspettare “il momento giusto”. Ma così facendo sta formulando una previsione: il mercato scenderà e io comprerò dopo. Il problema è che bisogna indovinare due volte: quando restare fuori e quando entrare.

E quando finalmente arriva la correzione accade spesso qualcosa di paradossale. Se la Borsa perde il 5%, aspettiamo il 10%. Se perde il 10%, temiamo il 20%. Quando perde il 20%, giornali e televisioni parlano di crisi e proprio allora diventa psicologicamente ancora più difficile comprare. Avevamo aspettato il ribasso per investire e, quando arriva, abbiamo paura di farlo.

Per questo credo che molti risparmiatori pongano al proprio consulente la domanda sbagliata: “È questo il momento giusto per entrare?” Quella più utile sarebbe: “Per quanto tempo posso lasciare investiti questi soldi?”. Se quel capitale mi servirà tra sei mesi, un investimento azionario può essere inappropriato indipendentemente dal livello della Borsa. Se invece l’orizzonte è di dieci o quindici anni, diventano più importanti diversificazione, qualità degli strumenti, rischio sostenibile e capacità di mantenere la strategia nel tempo.

Naturalmente i numeri citati raccontano il passato e riguardano l’S&P 500. Non prevedono il futuro e non possono essere automaticamente applicati a qualsiasi mercato o investimento. Ma servono a smontare almeno una convinzione: “La Borsa è ai massimi, quindi ormai è troppo tardi”.

Quando i mercati scendono abbiamo paura perché potrebbero scendere ancora. Quando salgono abbiamo paura perché sono già saliti troppo. Quando raggiungono un massimo aspettiamo una correzione. Quando arriva la correzione aspettiamo che finisca. Cerchiamo continuamente il momento perfetto. Il problema è che sui mercati il momento perfetto esiste quasi sempre soltanto a posteriori.

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

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