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Home » News » I coni gelato fanno inflazione, i mutui no: il paradosso del paniere ISTAT 2025
I coni gelato fanno inflazione, i mutui no: il paradosso del paniere ISTAT 2025
02/10/2025

By: Stage Comunicazione

I coni gelato fanno inflazione, i mutui no: il paradosso del paniere ISTAT 2025

10 Febbraio

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dalle notizie dei giorni scorsi, è che il vero nemico del potere d’acquisto non sono i mutui alle stelle o le rate dei prestiti raddoppiate negli ultimi due anni, ma… il prezzo del cono gelato! Mentre milioni di italiani continuano a fare i conti con le rate cresciute negli ultimi 24 mesi più del livello del mare, i dati ufficiali sull’inflazione si concentrano sull’aumento del costo del dessert estivo. Certo, una pallina di pistacchio a 3 euro può essere fastidiosa, ma davvero pesa più delle centinaia di euro in più che ogni mese finiscono nelle tasche delle banche?
Eppure, secondo l’ISTAT e i criteri ufficiali dell’Eurostat, l’inflazione misura solo il costo della vita legato ai beni di consumo, lasciando fuori gli interessi bancari. Così, mentre il mutuo risucchia stipendi come un buco nero, l’aumento della coppetta da 5 a 6 euro diventa una questione di stato. Non sarà forse il caso di rivedere i parametri con cui calcoliamo il costo della vita?
Gli interessi sui prestiti e sui mutui non fanno, quindi, parte di questo calcolo. Il motivo? Non vengono considerati una spesa di consumo, bensì un costo finanziario.
Una distinzione puramente tecnica che, tuttavia, appare sempre più slegata dalla realtà economica attuale. Se una famiglia che paga 800 euro di affitto vede l’affitto aumentare a 1.000 euro, l’inflazione lo rileva. Ma se una famiglia con mutuo a tasso variabile passata da una rata di 800 a 1.200 euro al mese, quell’aumento non entra nel calcolo dell’inflazione. Eppure, entrambe le situazioni riducono il potere d’acquisto in modo ugualmente drammatico.
L’impatto di questa esclusione è doppio perché non fotografa la vera inflazione percepita dalle famiglie, che vedono aumentare drasticamente le loro spese fisse e, soprattutto, inganna sulla reale dinamica dei prezzi, perché la spesa per il mutuo o il prestito riduce il reddito disponibile per consumi e investimenti, ma questo calo non viene registrato nei dati ufficiali.
L’inflazione dovrebbe misurare il costo della vita e l’erosione del potere d’acquisto. Ma se si ignora l’aumento degli interessi sui prestiti, si ottiene un indice parziale e distorto. La conseguenza è che si prendono decisioni economiche e politiche su basi che non riflettono la realtà vissuta dai cittadini.
Questa esclusione appare ancora più discutibile se si considera che altri costi bancari, come le commissioni sui conti correnti e sulle carte di credito, sono inclusi nel paniere dell’inflazione. Perché allora i costi finanziari su mutui e prestiti vengono ignorati? La spiegazione ufficiale è che i tassi di interesse sono uno strumento della politica monetaria e non una variabile di mercato come i prezzi dei beni di consumo. Se gli interessi fossero inclusi nell’inflazione, si rischierebbe un paradosso: la BCE alza i tassi per frenare l’inflazione, ma se gli interessi fossero parte dell’inflazione, il loro aumento farebbe salire l’inflazione stessa, rendendo il sistema contraddittorio autoalimentato. Ma nella vita reale, un euro speso in più per il mutuo è un euro in meno per la spesa al supermercato.
Alcuni economisti suggeriscono che sia arrivato il momento di rivedere il calcolo dell’inflazione per includere anche i costi del credito, almeno in forme indirette. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’indice PCE (Personal Consumption Expenditures) tiene conto di una componente legata ai costi del finanziamento delle abitazioni. L’Europa, invece, resta ferma a una visione tradizionale, che oggi appare sempre più inadeguata.
Se l’obiettivo è avere una fotografia reale del costo della vita, escludere l’impatto dei tassi sui mutui e prestiti appare sempre più come una scelta miope e fuorviante. Forse è arrivato il momento di riformare il modo in cui misuriamo l’inflazione, per renderlo più aderente alle difficoltà quotidiane di chi, oggi, vede il proprio stipendio eroso non solo dai prezzi alti, ma anche da tassi di interesse che bruciano centinaia di euro ogni mese.

A cura di Vincenzo Imperatore

Posted in FinanzaTagged costi bancari, Economia, imperatore consulting, inflazione, ISTAT, Potere d'acquisto, Vincenzo Imperatore
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