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Profonda lacuna nell’attività di recruiting dei calciatori del Napoli: sono sottoposti a test psicometrici per valutare il potenziale psicologico?

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore per Il Fatto Quotidiano

Nelle società di calcio, aziende che in Italia fatturano circa 4,7 mld di euro e rappresentano uno dei 10 principali settori industriali del paese, il calciomercato è un importante momento della vita aziendale assimilabile ai processi di selezione del personale tipici delle imprese operanti negli altri settori industriali.

Un momento fondamentale per la ricerca dell’efficienza del business.

Si tratta della fase in cui si ricercano le figure-chiave dell’organigramma aziendale, i calciatori appunto, quelli che “realizzano il prodotto” che deve poi essere venduto dai manager dell’azienda per fare profitti.

La selezione del personale è una fase molto delicata per qualsiasi azienda: inserire una persona che non possiede i requisiti necessari, infatti, non solo può portare a una perdita di tempo e denaro, ma può anche essere causa di squilibri ai danni del gruppo di lavoro.

Lo scopo della selezione del personale è individuare quella risorsa che abbia i requisiti più idonei alla posizione da ricoprire.

I manager destinati a svolgere tale funzione (direttori sportivi e assimilabili) devono possedere competenze nelle tecniche di recruiting. Perché in genere, oltre alle competenze tecniche, nei calciatori occorre sicuramente individuare anche quelle psicologiche.

Per questo motivo, oltre alla “classica” valutazione delle qualità tecniche e tattiche effettuata attraverso l’osservazione delle partite già giocate, sarebbe utile ricorrere alla somministrazione di test psicologici, i cosiddetti test psicometrici, prima di decidere l’acquisto di un calciatore.

Si tratta di strumenti standardizzati ed empiricamente validati di indagine psicologica che producono valutazioni quantitative del comportamento umano. Più precisamente, i test psicometrici tentano di misurare aspetti elementari o complessi dell’attività psichica, del comportamento e della personalità attraverso la costruzione, l’applicazione e la verifica di reattivi psicologici.

Premessa necessaria per affermare che chi gestisce la selezione del personale nella squadra del Napoli in occasione delle campagne acquisti-cessioni (chi?) non ha le competenze o gli strumenti per fare una valutazione complessiva del potenziale psicologico dei calciatori. Perché se sottoponessimo l’attuale rosa dei partenopei ad un assessment di tipo psicologico sono certo che, in relazione agli obiettivi stabiliti (o solo sperati), in pochi supererebbero i test.

È un problema che la squadra azzurra si porta dietro dal dopo Mazzarri in poi.

Era emerso già con Benitez, si è accentuato con Sarri, che non ha vinto niente principalmente per aver messo le chiavi della squadra in mano ai tanti chierichetti della squadra, è deflagrato con Ancelotti (le risorse con scarsa personalità quando esternano lo fanno da bambocci isterici), ed ovviamente ha condizionato pesantemente Gattuso la cui destituzione nulla provocherebbe in termini di crescita mentale dei calciatori.

Il problema non è l’allenatore: ne abbiamo cambiati 4, con 4 differenti stili di leadership e nessuno è riuscito a far maturare un gruppo di calciatori dalla scarsa potenzialità psicologica.

Crollano di fronte alla prima difficoltà denotando scarsa autostima, non garantiscono continuità nella produttività dei risultati (ogni tre partite buone una cattiva anche se l’avversario si chiama Borgorosso FC), non esprimono quella determinazione, chiamatela cattiveria, necessaria per rubare quote di mercato (classifica) alla concorrenza.

La principale responsabilità, mi dispiace dirlo, io che ritengo De Laurentiis il migliore della storia del Napoli, è però del presidente che ha avallato scelte di mercato (e chi fa il mercato) che raramente hanno privilegiato giocatori dalla forte personalità, preferendo investire, coscientemente o meno, in ragazzi che spesso manifestano un approccio efebico in un gioco che richiede invece costante killer instinct.

Le società di calcio hanno sicuramente bisogno del presidente imprenditore. Che, a sua volta, ha però bisogno di un’organizzazione. Altrimenti verrà travolto nei momenti bui. E’ un campanello di allarme.

Le società di calcio, seppur di successo nel breve periodo, hanno storicamente avuto la guida di una persona capace: il presidente imprenditore. Ma quelle stesse capacità, nel processo di crescita della stessa società di calcio, hanno spesso portato quell’azienda all’insuccesso.

Perché ogni aspetto di gestione è strettamente correlato alla eccessiva personalizzazione della figura del presidente-imprenditore. Che, soprattutto quando è anche fondatore, riveste sovente un ruolo come quello di Robinson Crusoe che sull’isola rimarrà per 28 lunghi anni, 12 dei quali passati in assoluta solitudine.


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