Popolare di Bari, così la banca si è “comprata i sindacati”

Quello della Banca Popolare di Bari è un caso di specie che conferma come le responsabilità del disastro del sistema bancario italiano siano condivise. E come anche il mondo sindacale non sia esente da colpe.


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

"In guerra come in guerra… si è comprato i sindacati”. A pronunciare queste parole, che si ritrovano a pagina 372 del provvedimento cautelare del Gip del Tribunale di Bari che ha portato all’arresto di Mario e Gianluca Jacobini, storici proprietari della Banca Popolare di Bari  è Alberto Maria Antodaro, responsabile Area Basilicata Banca Popolare di Bari e membro della commissione regionale Abi Puglia. Si riferisce, Antodaro, proprio a Jacobini padre e figlio, nel mezzo della difficile gestione della crisi dell’istituto di credito pugliese.

Non è un’affermazione di poco conto, soprattutto alla luce degli esuberi previsti – dagli 800 ai 1000 – previsti dopo il commissariamento deciso dal consiglio dei ministri dello scorso 14 dicembre. Numeri enormi, seppur mitigati da scivoli pensionistici e incentivi all’uscita, per un gruppo che impiega poco più di 3000 dipendenti. Numeri che gettano ulteriori ombre non solo sulla gestione della proprietà e del management dell’istituto barese, ora sotto inchiesta e agli arresti, ma anche sul lavoro di controllo e tutela dei lavoratori esercitato dai sindacati a partire dal 2014, quando la Popolare di Bari, dopo l’acquisizione della Cassa di Risparmio di Teramo, ha imboccato una crisi da cui non si è più ripresa. Sigle che, stando alle carte del Tribunale di Bari e alla documentazione di cui entrata in possesso Fanpage.it. non sarebbero esenti dal crac della banca barese. Soprattutto, se le parole di Antodaro vengono lette alla luce di alcune “strane” assunzioni e promozioni che si sono succedute in questi ultimi anni all’interno della Popolare di Bari. Una prassi strana che si può riassumere in una regola aurea: chi elogia viene promosso, chi denuncia viene defenestrato.

Il primo caso, il più eclatante, è quello di Carmine Iandolo: fino al 2016 la FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani), sebbene fosse il primo sindacato di categoria a livello nazionale, era poco rappresentativo in Banca Popolare di Bari. I suoi pochi iscritti erano prevalentemente concentrati in provincia di Potenza mentre sulla piazza di Bari risultava poco rappresentativo. Questo fino a quando Iandolo, già impegnato in attività sindacale, decide di iscriversi alla FABI. Da quel momento, sulla piazza di Bari, la FABI cresce in maniera esponenziale fino ad annoverare, tra i propri iscritti, caso abbastanza atipico alti Dirigenti e funzionari molto vicini alla famiglia Jacobini. È solo un caso che gli iscritti alla Fabi crescano quasi contestualmente alla firma dell’accordo sulla solidarietà dell’agosto 2017? Mistero.

Iandolo, nel frattempo, viene nominato responsabile dell’Organo di Coordinamento di Gruppo – BPB e Cassa di Risparmio di Orvieto – direttamente dal segretario nazionale Lando Sileoni nonchè capo della delegazione trattante con l’azienda. Nello stesso periodo viene nominato membro anche del Dipartimento Welfare della FABI, ruolo solitamente riservato ai militanti di lungo corso. Non entriamo nel merito della decisione. Ma è curioso che per tale ruolo sia scelto un personaggio che a un consesso nazionale della FABI del marzo 2017,  epoca in cui i prodromi della disastrosa situazione della BPB erano fin troppo evidenti, affermasse che la BPB "….è gestita magistralmente dal nostro grande Presidente Marco Jacobini, con la collaborazione dei suoi figli dott. Gianluca Jacobini e dott. Luigi Jacobini…." e che il suo segretario Sileoni “….è mitico”

Caso isolato? Assolutamente no, se si torna indietro nel tempo. Nel 2007, infatti, si registra il caso di Carmine Del Monaco, che durante il suo mandato di segretario regionale FISAC/CGIL fu assunto come Responsabile delle Risorse Umane. O il caso di Fulvio Calcagni, figlio di Giuliano, attuale segretario nazionale FISAC/ CGIL, che fu assunto e lavorò fino al 2018 in Banca Popolare di Bari e assegnato, a Roma, presso l’Ufficio Enti e Pubblica amministrazione, lo stesso Ufficio dove attualmente lavora Alessio Lannutti, figlio del senatore Elio, fondatore ed attuale presidente onorario di ADUSBEF, che aveva proposto ricorso al TAR contro il decreto di trasformazione in Spa delle banche popolari da sempre fortemente contrastato dalla famiglia Jacobini.

Non finisce qui, però. Pochi mesi fa, il 9 ottobre 2019, la banca ha assunto con contratto a tempo indeterminato dopo un periodo di stage e di contratto a tempo determinato – dal 9 aprile al 8 ottobre -, il giovane Antonio Violante, figlio di Leonardo, tuttora in servizio presso la stessa banca dal 1982, e che attualmente riveste attualmente le cariche di segretario RSA della FALCRI (Federazione Autonoma Lavoratori del Credito e del Risparmio Italiani) successivamente confluita in UNISIN (Unità Sindacale) di cui diviene segretario dell’Organo di Coordinamento, oltre ad essere componente del Consiglio Nazionale della sigla.

Nulla di cui gridare allo scandalo, per ora. Se non fosse che Antonio Violante viene assegnato all’ufficio Amministrazione del Personale dove, per la sua attività, è a conoscenza di dati estremamente sensibili, anche di natura sindacale. L’iniziativa, seppur non illecita, manifesta un conflitto di interessi, anche alla luce di quanto stabilito dal codice etico della banca agli articoli 11 e 13. Più in generale? Che interesse c’era ad assumere il figlio di un sindacalista proprio in un ruolo a rischio di conflitto d’interesse, in cui transitano informazioni sensibili sui lavoratori? Non lo sappiamo. Sappiamo tuttavia che Leonardo Violante non è un sindacalista qualunque, in seno alla Popolare di Bari. A seguito di una querela presentata nel 2009 da tre rappresentanti sindacali della sua stessa Organizzazione (FALCRI, poi confluita in UNISIN), nel 2015 Leonardo Violante è stato infatti condannato, in primo grado, dal Giudice monocratico del Tribunale di Bari per appropriazione indebita ai danni della sua organizzazione sindacale di appartenenza, la FALCRI.

È qui che entra in scena un altro sindacalista: Claudio Gulinello, segretario nazionale di riferimento per FALCRI BPB. Nel febbraio del 2010, tre mesi dopo la loro denuncia, i tre whistleblower sono stati sospesi e successivamente espulsi dal Sindacato, con l'avallo di Gulinello, che nel corso dei mesi successivi, assumerà posizioni a totale sostegno di Leonardo Violante. Nello stesso mese, i tre sindacalisti dissidenti propongono ricorso all'esito del quale, con sentenza del Giudice monocratico, vengono reintegrati. Contraria alla sentenza di reintegra, la FALCRI ricorre in appello, ma la sua richiesta è rigettata dal Tribunale di Bari.

Anche Gulinello, al pari di Violante, ha i suoi scheletri nell’armadio: il 5 ottobre del 2010 l'Associazione FALCRI BPB viene commissariata e Claudio Gulinello, membro della Segreteria Nazionale e già Referente nazionale per la BPB, viene nominato Commissario. Ma nel 2014 Claudio Gulinello, insieme a Maria Angela Comotti, viene citato in giudizio dalla FALCRI Banca Intesa per aver sottratto fondi alle casse dei sindacato e, nel 2017, viene condannato in primo grado per appropriazione indebita ed espulso, notizia, questa, riportata da "Il Fatto Quotidiano" del 1 aprile 2017).

Nel frattempo, che fine hanno fatto i tre whistleblower? Alla fine del 2011 si iscrivono all’UGL (Unione Generale del Lavoro), ma, nell’agosto del 2017, tuttavia, ai tre sindacalisti-whistleblower, nel frattempo passati a questa sigla, vengono revocate, da parte della Segreteria Nazionale UGL Credito, tutte le cariche sindacali e sostituiti, in quanto ritenuti colpevoli di non aver sottoscritto l'accordo sulla solidarietà del 5 agosto 2017. Accordo che prevedeva, per i dipendenti della Banca Popolare di Bari, giornate di solidarietà obbligatoria – caso raro se non unico nel panorama bancario italiano contrariamente a quanto indicato dalle varie segreterie sindacali nazionali che hanno sempre inteso e preteso solo la solidarietà volontaria – da un minimo di 18 giorni e fino ad un massimo di 33 giorni.

Chi elogia viene promosso, chi denuncia viene defenestrato. In un momento di vertenze legate al commissariamento della banca non esattamente la migliore delle premesse possibili.

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