Esiste un problema Mezzogiorno ma è quasi scomparso dall’agenda del governo. Dopo i proclami relativi alla creazione di un Banca del sud (ricordate il programma elettorale del M5S?) come punto di partenza di una politica economica per il Mezzogiorno basata sulla finanza pubblica – confusi probabilmente dal fatto che il divario Nord-Sud tenda a ridursi per effetto della pandemia – non se ne parla più.

Anche dopo la pioggia di soldi stanziati (ma non ancora erogati) dall’Europa per l’Italia.

Avete sentito da parte del governo, anche durante questa ultima campagna elettorale, qualche riferimento alle politiche di sviluppo del Mezzogiorno? Anzi quando se ne parla oggi, in alcuni ambienti del Centro-Nord, si prova addirittura fastidio.

Un fastidio derivante dal fatto che quel tanto di risorse di cui il Paese può disporre, appena basta a tenere in piedi la baracca. Tutto il surplus (che deve arrivare) deve servire a soccorrere la struttura industriale del Paese che è assolutamente concentrata in quel Nord che va alla ricerca spasmodica di mezzi per resistere alla sfida tecnologica ed alla concorrenza del mercato internazionale.

Si prova fastidio, in queste condizioni, a parlare di un problema di espansione di un’area territoriale quando non c’è nemmeno la possibilità di sostenere e difendere adeguatamente quello che serve a tutto il resto del Paese per sopravvivere.

Eppure quella parte di paese necessita di una politica di intervento straordinario simile a quella realizzata a partire dagli anni 50. E’ fondamentale per tutto il paese.

Ricordiamo che questo genere di politica venne ideata per accrescere la capacità di progresso del Mezzogiorno nella piena consapevolezza che difficilmente tutti gli squilibri sarebbero stati eliminati. In nessun Paese del mondo è accaduto questo. E del resto anche nell’area settentrionale d’Italia che è la più avanzata, il progresso non è stato uniforme.

Importante è notare quanto sia migliorata, nel Sud, per effetto di quella politica, negli ultimi 50 anni, la qualità della vita come risultato di una struttura produttiva più forte e di una maggiore partecipazione dei vari settori alla formazione del reddito.

Nonostante le ruberie, le collusioni e il voto di scambio che non mancarono in quel contesto storico e che invece potrebbero essere oggi gestite con più onestà (non etica che e’ qualcosa di diverso) da parte della politica.

Una cosa è certa: occorre ribaltare completamente le logiche, la cultura e la pratica del finanziamento all’imprenditoria del Sud. Se la lasciamo in mano alle banche, già alle prese con i loro problemi di sopravvivenza, nei prossimi 12-18 mesi avremo un problema per il paese.

Quindi non più interventi singoli, frazionati e temporalmente non continuativi. Occorre elaborare una filosofia politica nuova, col Mezzogiorno al centro dell’azione governativa, e destinare delle somme specifiche da investire al Sud in aggiunta a quelle ordinarie.

Deve nascere un organo di coordinamento (che non sia la burocratica Invitalia).

Occorre uno strumento apposito per gestire la spesa straordinaria come lo è stata la Cassa per il Mezzogiorno. Occorre definire un piano di interventi settorialmente ben equilibrato. Occorre creare strumenti creditizi per favorire la nascita o l’irrobustimento dell’industria medio-piccola. Ecco: ai singoli interventi si deve sostituire finalmente una politica.

Che però nessuno, almeno finora, è in grado di elaborare.