'Le banche italiane sono solide’, titolano i giornali sull’indice Srep. Ma le cose sono diverse


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

“Il nostro sistema bancario è patrimonialmente solido ma la redditività è bassa” . Così hanno sostanzialmente titolato i giornali la notizia relativa ai risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche “significant) e di Bankitalia (per le banche “less significant”), denominato “processo di revisione e valutazione prudenziale” (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni successivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%! Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia dell’eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca può prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale!

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire).

Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere. Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante.

Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con BNP, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi BPER (2%), Credito Cooperativo Italiano, UBI, Banco BPM, e CCB (2,25%), ICCREA (2,50%) ed infine, fanalini di coda, MPS e Banca Popolare di Sondrio (3%).

Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata. Per rendervi più digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo. E, leggendo il comunicato della lega (Bce) di questo atipico campionato, si rileva che tutte le squadre hanno ricevuto delle penalità

Dire che Credem, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potrà essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:

– chiedendo a soci ed azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste??) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
– chiedendo a soci ed azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
– facendo meno prestiti.

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significherà meno utili e meno servizio all’economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora più capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada al di là dei peana delle penne di sistema.

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