L’equazione è semplice. Se, per effetto della lunga crisi post Covid, migliaia di lavoratori dipendenti verranno licenziati, se i professionisti e le imprese vedranno ridursi sensibilmente i loro ricavi, un dato è certo: non potranno rimborsare i finanziamenti alle banche che assisteranno all’aumento dei loro crediti deteriorati, stimato in una misura quattro volte maggiore di quella prodotta dopo la crisi del 2008-2009. E non sto parlando dei finanziamenti (pochi) che stanno erogando nell’ambito del decreto liquidità. Quei finanziamenti inizieranno il loro ammortamento tra 24 mesi.

Tanto tempo ancora. Nel frattempo c’è da pagare i prestiti ottenuti prima del Covid-19.

Di fronte a questa situazione c’è una sola strada per le banche: attuare una stretta creditizia.

E’ questo lo scenario, purtroppo drammatico, per i prossimi 12-18 mesi in cui si muoverà un sistema bancario già sofferente e una imprenditoria (soprattutto piccola) al limite del collasso non solo per colpa delle banche.

UniCredit, ad esempio, nella sua ultima trimestrale chiusa in pieno lockdown e quindi senza ancora immaginare chiaramente lo scenario, ha messo da parte già 900 milioni di nuovi accantonamenti! Tradotto in parole semplici significa che l’istituto di piazza Gae Aulenti, al momento, prevede che 900 milioni di finanziamenti effettuati ante Covid non verranno restituiti.

E secondo voi, di fronte a questo scenario, le banche rimarranno inerti? E’ un film che ho già visto. Cercheranno a tutti i costi, come si dice in gergo, la “regolarizzazione formale” e di “attivare le garanzie”.

La regolarizzazione formale, invece, è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta e serve a mettere una toppa sui contratti irregolari stipulati in precedenza con lo stesso cliente. Essa viene “camuffata” attraverso la concessione di un finanziamento da 3 a 5 anni (anche quelli, benché vietato dalla legge, previsti dal dl liquidità) che non costituisce nuova finanza per il risparmiatore ma serve solo ad eliminare la pregressa esposizione. Si tratta di un piano di rientro camuffato da finanziamento.

Ma l’aspetto ancora più subdolo consiste nell’inserimento nel nuovo contratto di finanziamento di una clausola che manlevi la banca da ogni responsabilità riguardo alle “schifezze” contenute nel precedente contratto di erogazione, di cui, ovviamente, l’imprenditore non sa nulla. Pertanto, quando il cliente pensa che l’istituto gli stia venendo incontro, in realtà lo sta semplicemente fregando per la seconda volta.

Queste due operazione di “ripulitura” sono l’estremo tentativo di “sistemare” vecchi affidamenti che potrebbero contenere tante irregolarità formali, che, seppure in quel momento misconosciute, in fase di giudizio potrebbero invece rivelarsi frecce.

Come difendersi? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione di difesa giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.

Ovviamente questi trattamenti saranno riservati solo ai piccoli imprenditori (80% del tessuto produttivo del nostro paese). Perché i “grandi prenditori di danaro” ricevono altre attenzioni.