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News 17 Agosto 2020

News 17 Agosto 2020
Un passaggio fondamentale nel percorso verso la consapevolezza finanziaria (che è cosa ben diversa dalla educazione finanziaria) è la scelta del consulente finanziario che possa servirvi nel modo più professionale, trasparente e onesto possibile, se volete fare degli investimenti oppure chiedere un finanziamento.
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News 1 Agosto 2020

News 1 Agosto 2020

C’e’ qualcosa che mi sfugge. Forse.
Togliamoci la maschera e diciamo una volta per tutte dove si trovano i grandi patrimoni delle categorie “protette” tra cui, così come denunciato nel libro Io vi accuso (Chiarelettere), ci sono anche i rappresentanti del clero e la potente lobby dei commercianti cinesi. E soprattutto, senza filtri, chiariamo chi sono i complici! L’evasione fiscale sta nelle banche (anche) italiane ma non si vede.
 
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La nuova Banca Popolare di Bari è stata una scelta a tutela dei soci o dei clienti (non soci)? Leggiamo bene i numeri

La nuova Banca Popolare di Bari è stata una scelta a tutela dei soci o dei clienti (non soci)? Leggiamo bene i numeri




Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

La Banca Popolare di Bari sarà trasformata in spa. Lo hanno deciso più di 35.000 soci, non altri.

Banca Popolare di Bari,la verità che nessuno dice sulla sua trasformazione in spa

Ma quello che ci interessa oggi, e che era stato posto come ragionevole dubbio la settimana scorsa, riguarda la consapevolezza dei soci in merito ai “numeri” della banca. Mi spiego meglio: i soci hanno letto la relazione illustrativa alla situazione patrimoniale della banca al 31 marzo 2020 fatta dai commissari ed inserita nel sito in una pagina di non facile reperibilità? E se pure lo avessero fatto avrebbero avuto le idee chiare sul futuro della banca?
Proviamo a farlo semplificando i concetti.
La trasformazione in spa era necessaria perché la Banca Popolare di Bari, per effetto della sciagurata pregressa gestione, aveva azzerato il suo valore e due nuovi soci, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (in pratica tutte le altre banche del sistema) e Banca del Mezzogiorno-MedioCredito Centrale, per farla ripartire ci mettono dentro, come citato nella relazione, “un importo complessivo pari ad euro 933.246.586 (novecentotrentatremilioniduecentoquarantaseimilacinquecentottantasei)”.
Sempre citando il contenuto della relazione, il punto di partenza del percorso di ricapitalizzazione è rappresentato dalla Situazione Patrimoniale della Banca al 31 marzo 2020, da cui emerge un valore del patrimonio netto negativo, per euro 346,8 milioni, che include il versamento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (di seguito il “FITD”), in conto futuro aumento di capitale e irredimibile, effettuato il 31 dicembre 2019 per euro 310 milioni di euro – senza considerare quest’ultimo versamento il patrimonio netto risulterebbe pari a -656,75 milioni di euro.
In altri termini, nonostante il FITD (e quindi le altre banche del sistema) avesse già versato a dicembre scorso 310 milioni di euro, la scellerata conduzione della banca nel periodo 1 gennaio 2019-30 marzo 2020 (ma il vero danno era stato determinato nel 2019, prima dell’arrivo dei commissari) aveva prodotto una perdita di 1.144 milioni di euro che determinava un patrimonio netto negativo di 346,8 milioni di euro.
Tradotto in soldoni significa che se i commissari domattina vendessero tutto l’attivo della banca (immobili, strutture, crediti, ecc), non riuscirebbero a pagare tutti i debiti (depositi di risparmio soprattutto) ma avrebbero bisogno di altri 346,8 milioni di euro per onorare tutti gli impegni.
A questo punto una domanda, parzialmente retorica, viene spontanea: se la banca nel 2020 producesse un altro risultato negativo, anche solo pari alla metà della perdita del 2019 (il che significherebbe un fenomenale recupero di circa 600 milioni di euro !!!), il patrimonio netto si azzererebbe di nuovo e ci sarebbe di nuovo bisogno di un aumento di capitale?
Perché qualche dubbio sulla performance gestionale del nuovo management, per quanto iperefficiente possa essere, rimane.
Nessuno vorrebbe che la Banca Popolare di Bari, seguendo la storia delle ultime banche fallite, passasse da una malagestio (bilanci falsi, politiche commerciali violente, abusi sui clienti, corruzione, collusione ecc.) ad un governo inefficiente, ovvero quel tipo di direzione che da oltre un decennio non riesce più a fare ricavi e che produce (pochi) utili solo attraverso il contenimento dei costi, quel modello di amministrazione che non si è ancora accorto dell’arrivo della fintech e dei mostri (Yahoo, Amazon, Google, Facebook ecc.), quell’esempio di gerenza che ha perso completamente il capitale di fiducia dei clienti, quel prototipo di guida obsoleto e vecchio (che non è la stessa cosa).
Ma la storia degli ultimi dieci anni ci dice qualcosa di diverso.
Basta guardare l’andamento del FTSE Italia All Share Banks, l’indice settoriale delle banche italiane quotate, per capire quanto le politiche gestionali dei banchieri nostrani abbiano inciso sulla capitalizzazione (il valore di mercato delle azioni in circolazione) complessiva del sistema.
A fine 2009 l’indice valeva circa 21.640 punti, oggi 7.014 punti. Il 67,5% di riduzione di valore!
Abbiamo sottoposto queste perplessità ai commissari tramite il cortese ufficio stampa e la risposta, per quanto inizialmente formale ed imbarazzata, è stata laconica e precisa: “L’aumento di capitale ha ricoperto tutte le perdite ed è una ipotesi impossibile quella di andare di nuovo in negativo”.
Amen.
Mi faccio una bella scadenzatura ad un anno e vedremo quanto bravi sono stati i nuovi amministratori.

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La verità nascosta della BPB. Ma perché tutti rimangono in silenzio?

La verità nascosta della BPB. Ma perché tutti rimangono in silenzio?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Nessuno lo ha fatto. Nessuno. Pure i più autorevoli media finanziari si sono limitati a fare un “copia e incolla” del comunicato stampa con cui la Banca Popolare di Bari ha annunciato gli incentivi e i benefici previsti per gli azionisti e portatori di obbligazioni subordinate se partecipano il prossimo 29 giugno alla assemblea per la trasformazione della banca in spa a seguito dell’aumento di capitale di 1,6 miliardi di euro finanziato dal Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) e da MedioCredito Centrale (Mcc).

Eppure da circa un mese stiamo seguendo ciò che stanno vivendo alcuni clienti-soci della banca. Ricordiamo che la maggior parte dei soci sono divenuti tali grazie alle forzature dei soldatini-bancari che hanno fatto sottoscrivere alle persone gli aumenti di capitale necessari per la sopravvivenza della banca e hanno fatto acquistare loro le azioni (meglio dire quote) nel mercato in continua.

Ebbene, quegli stessi soci, che mi rifiuto di chiamare azionisti non solo perché non lo sono in termini di diritto ma soprattutto perché è presumibile supporre che non siano mai stati consapevoli di esserlo, in queste ultime settimane sono bombardati da mail e telefonate dei soliti soldatini per firmare le deleghe per la partecipazione alla assemblea con implicita (perché invitati a sottoscrivere il modulo in bianco) approvazione alla trasformazione.

1) Quanto vale la nuova banca? La valutazione del patrimonio netto della banca al 31 marzo 2020 (data di riferimento confermataci dalla fonte interna) fornirebbe al socio una notizia importante in merito alla stima del valore della banca di cui lui è e sarà uno dei proprietari

2) Nel bilancio della nuova banca che nascerebbe (a seguito della quasi certa approvazione da parte della maggioranza) entrerà tutto il bilancio della precedente fallimentare banca (good e bad bank) oppure siamo di fronte ad un’altra situazione simile a quella verificatasi per le popolari venete che Intesa ha acquistato a condizione di lasciare la bad bank (crediti deteriorati) con relative conseguenze allo Stato?

3) Come è stato calcolato il prezzo di 2,38 euro per azione che è stato garantito a coloro che sono stati spinti a sottoscrivere l’aumento di capitale del 2014 e del 2015 a condizione che partecipino alla assemblea e che rinuncino “a ogni pretesa o azione connessa” agli stessi? Perché se è vero che il prezzo teorico di una azione si calcola secondo la formula patrimonio netto/numero azioni, allora vuol dire che l’apprezzamento del patrimonio netto e del numero delle azioni è stato già fatto e, soprattutto, contiene anche la consistenza del 1,6 miliardi di euro immesso da Fitd e Mcc che diverranno azioni di riferimento?

4) I soci che invece hanno acquistato le quote nel mercatino continuo che la Bpb simulava di realizzare (e quindi non in occasione degli aumenti di capitale del 2014 e 2015) possono continuare o iniziare le loro azioni di difesa giudiziaria anche se partecipano ed approvano la trasformazione? Sembrerebbe di sì, così come confermatomi da una autorevole fonte interna, visto che a questi soci, invece, è stato garantito, sempre che partecipino alla assemblea e senza alcuno ulteriore vincolo, che l’azione non sarà azzerata e che riceveranno in regalo un numero imprecisato di azioni gratuite e anche un warrant. Caspita!

Ho provato a chiedere al cortese e gentile ufficio stampa e ho fatto anche una chiacchierata con uno degli avvocati che sta seguendo l’operazione per i commissari della banca. Ho aspettato finora (28 giugno) ma… niente. Nessuna ulteriore notizia che possa garantire trasparenza e consapevolezza. E allora, in assenza di ulteriori fondamentali informazioni, sintetizzo a favore dei tanti risparmiatori traditi che mi sollecitano un consiglio. Io sono per il “sì” alla trasformazione, ma senza l’approvazione dei soci che hanno sottoscritto l’aumento di capitale nel 2014 e nel 2015. Mi spiego.

Se fossi uno di quei soci “spinti” ad acquistare quote o obbligazioni subordinate in occasione degli aumenti di capitale del 2014 o 2015 non parteciperei alla assemblea e, di conseguenza, non sottoscriverei la trasformazione. Soprattutto se poi sono uno di quei soci che ha già avviato una azione giudiziaria per il riconoscimento dei suoi diritti. Vi siete chiesti perché la banca vincola l’assegnazione del regalo (!!!) di 2,38 euro ad azione alla condizione che il socio rinunci a qualsiasi azione giudiziaria per la difesa dei propri diritti?

Perché l’eventuale adesione comporterebbe una implicita consapevolezza dello stato di socio-azionista che potrebbe essere fatta valere in giudizio come prova della piena adeguatezza del profilo di rischio al momento della lettura dei prospetti informativi in occasione della sottoscrizione degli aumenti di capitale del 2014 e del 2015. Furbi, eh?

Se fossi invece un socio che ha acquistato quelle quote nel mercato continuo (e quindi senza alcun obbligo di leggere il prospetto informativo previsto in occasione degli aumenti di capitale), per effetto di una condizione meno tutelata (altrimenti avrebbero offerto anche a loro il prezzo minimo garantito di 2,38 euro), parteciperei alla assemblea, approverei la trasformazione (perché, altrimenti, le mie azioni si azzererebbero) e poi , visto che non c’è una esplicita condizione di esclusione, farei causa alla nuova banca per i danni prodotti per l’eventuale raggiro. Nel frattempo associazioni dei consumatori, consulenti e media cosa fanno?

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29 giugno: quale sarà la sorte della BpB?

29 giugno: quale sarà la sorte della BpB?



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Nessuno lo ha fatto. Nessuno.

Pure i più autorevoli media finanziari si sono limitati a fare un “copia e incolla” del comunicato stampa con cui la Banca Popolare di Bari ha annunciato gli incentivi e i benefici previsti per gli azionisti e portatori di obbligazioni subordinate se oggi, 29 giugno, partecipano all’assemblea per la trasformazione della banca in SpA a seguito dell’aumento di capitale di 1,6 miliardi di euro finanziato dal FITD (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) e da MedioCredito Centrale (MCC).

Eppure da circa un mese stiamo seguendo ciò che stanno vivendo alcuni clienti-soci della banca.

Ricordiamo che la maggior parte dei soci sono divenuti tali con la violenza commerciale dei soldatini-bancari che li hanno raggirati facendoli sottoscrivere gli aumenti di capitale necessari per la sopravvivenza della banca e/o costringendoli ad acquistare le azioni (meglio dire quote) nel mercato in continua.

Ebbene, quegli stessi soci, che mi rifiuto di chiamare azionisti non solo perché non lo sono in termini di diritto ma soprattutto perché non sono mai stati consapevoli di esserlo, in queste ultime settimane sono bombardati da mail e telefonate dei soliti soldatini per firmare le deleghe per la partecipazione alla assemblea con implicita (perché invitati a sottoscrivere il modulo in bianco) approvazione alla trasformazione.

Senza alcuna ulteriore informativa rispetto al succitato comunicato stampa.

Nessuno si è posto alcune domande fondamentali che un qualsiasi azionista (o obbligazionista) dovrebbe farsi prima di decidere se votare a favore della trasformazione.

Quali domande?

Sostanzialmente quattro:

  • Quanto vale la nuova banca? La valutazione del patrimonio netto della banca al 31 marzo 2020 (data di riferimento confermataci dalla fonte interna) fornirebbe al socio una notizia importante in merito alla stima del valore della banca di cui lui è e sarà uno dei proprietari
  • Nel bilancio della nuova banca che nascerebbe (a seguito della quasi certa approvazione da parte della maggioranza dei soci ignari) entrerà tutto il bilancio della precedente fallimentare banca (good e bad bank) oppure siamo di fronte ad un’altra situazione simile a quella verificatasi per le popolari venete che Intesa ha acquistato a condizione di lasciare la bad bank (crediti deteriorati) con relative conseguenze allo Stato?
  • Come è stato calcolato il prezzo di 2,38 euro per azione che è stato garantito a coloro che sono stati obbligati a sottoscrivere l’aumento di capitale del 2014 e del 2015 a condizione che partecipino alla assemblea e che rinuncino “ad ogni pretesa o azione connessa” agli stessi? Perché se è vero che il prezzo teorico di una azione si calcola secondo la formula patrimonio netto/numero azioni, allora vuol dire che l’apprezzamento del patrimonio netto e del numero delle azioni è stato già fatto e soprattutto contiene anche la consistenza del 1,6 miliardi di euro immesso da FITD e MCC che diverranno azioni di riferimento?
  • I soci che invece hanno acquistato le quote nel mercatino continuo che la BpB simulava di realizzare (e quindi NON in occasione degli aumenti di capitale del 2014 e 2015) possono continuare o iniziare le loro azioni di difesa giudiziaria anche se partecipano e approvano la trasformazione? Sembrerebbe di sì, così come confermatomi da una autorevole fonte interna, visto che a questi soci, invece, è stato garantito, sempre che partecipino alla assemblea e senza alcuno ulteriore vincolo, che l’azione non sarà azzerata e che riceveranno in regalo un numero imprecisato di azioni gratuite e anche un warrant. Caspita!

Ho provato a chiedere al cortese e gentile ufficio stampa e ho fatto anche una chiacchierata con uno degli avvocati che sta seguendo l’operazione per i commissari della banca.

Ho aspettato finora (27 giugno) ma … niente.

Nessuna ulteriore notizia che possa garantire trasparenza e consapevolezza

E allora, in assenza di ulteriori fondamentali informazioni, sintetizzo a favore dei tanti risparmiatori traditi che mi sollecitano un consiglio.

Se fossi un socio che è stato obbligato, costretto, violentato ad acquistare quote od obbligazioni subordinate in occasione degli aumenti di capitale del 2014 o 2015 non parteciperei alla assemblea e, di conseguenza, NON sottoscriverei la trasformazione. Soprattutto se poi sono uno di quei soci che ha già avviato una azione giudiziaria per il riconoscimento dei suoi diritti. Vi siete chiesti perché la banca vincola l’assegnazione del regalo (!!!) di 2,38 euro ad azione alla condizione che il socio rinunci a qualsiasi azione giudiziaria per la difesa dei propri diritti? Perché l’eventuale adesione comporterebbe una implicita consapevolezza dello stato di socio-azionista che potrebbe essere fatta valere in giudizio come prova della piena adeguatezza del profilo di rischio al momento della lettura dei prospetti informativi in occasione della sottoscrizione degli aumenti di capitale del 2014 e del 2015. Furbi eh?

Se fossi invece un socio che ha acquistato quelle quote nel mercato continuo (e quindi senza alcun obbligo di leggere il prospetto informativo previsto in occasione degli aumenti di capitale), per effetto di una condizione meno tutelata (altrimenti avrebbero offerto anche a loro il prezzo minimo garantito di 2,38 euro), parteciperei alla assemblea, approverei la trasformazione e poi, visto che non c’è una esplicita condizione di esclusione, farei causa alla nuova banca per i danni prodotti per l’eventuale  raggiro.

Nel frattempo associazioni dei consumatori, consulenti e media cosa fanno?

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Meno credito e più sviluppo!

Meno credito e più sviluppo!

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Gli imprenditori si rivolgono agli istituti di credito non per avviare piani di sviluppo ma per evitare il default.

Tutti vogliono soldi in prestito dalle banche. Piccoli, medi e grandi imprenditori, nessuno è escluso, bussano alle porte degli istituti di credito per evitare il default.
Ecco il punto. La finalità della destinazione dei finanziamenti, come si dice in “banchese”, non è lo sviluppo ma la sopravvivenza.
Vi è in Italia, infatti, una opinione diffusa che la carenza di credito sia oggi uno dei più gravi vincoli alla crescita economica del Paese. In certe sue varianti estreme, questa linea di pensiero arriva ad argomentare che l’attuale recessione e addirittura l’intera crisi finanziaria, siano dovute a una contrazione del credito.
Non vi scandalizzate se vi dico che la verità è esattamente all’opposto. La crisi che stiamo vivendo e che vivremo nei prossimi mesi è nata dall’eccesso di credito, non dalla sua carenza. E la pandemia non è la causa principale. La pandemia ha solo accelerato un processo che in Italia pre-esiste alla crisi di una ventina di anni, e che è semmai aggravata, o quantomeno perpetuata, da un eccesso di dipendenza dal credito bancario. L’Italia, all’interno della crisi globale, soprattutto nel settore delle PMI, soffre di una sua specifica incapacità di generare sviluppo e l’assenza di credito è solo un capo espiatorio assai in voga.
Tutte le esperienze professionali che ho vissuto negli ultimi trenta anni confermano un punto: non è l’espansione del credito il motore dello sviluppo, meno che mai l’espansione del credito indifferenziata, o peggio, a sostegno di tutte le imprese in crisi.
Più credito uguale meno sviluppo: ecco il paradosso che sembra emergere dalle osservazioni fatte in tutti questi anni.
La responsabilità del sistema bancario – mica poteva mancare – si evidenzia in 3 punti:
1. Innanzitutto, l’espansione del credito non è il solo e neanche il principale motore dello sviluppo economico: le banche possono (e devono) contribuire allo sviluppo in molti altri modi, anche più importanti del credito, come il collocamento dei mini bond.
2. In secondo luogo, l’espansione indifferenziata del credito sarebbe oggi addirittura dannosa, dato che il 50-60% del credito è attualmente allocato a imprese e settori in crisi strutturale; è cruciale ai fini dello sviluppo economico che i nuovi flussi di credito siano allocati alle imprese con le maggiori prospettive di crescita.
3. Infine, al di là della riallocazione e/o espansione del credito, il contributo del sistema bancario alla sopravvivenza delle imprese dovrebbe consistere nella capacità di rispondere alle diverse situazioni competitive presenti nel nostro tessuto economico, con strumenti differenziati. Perché sostanzialmente nel nostro paese, in questo momento, abbiamo un gruppo assai numeroso di imprese stagnanti e già in forte crisi finanziaria che richiede strumenti di ristrutturazione e gestione della crisi che rimpiazzino l’attuale utilizzo del credito come palliativo. All’estremo opposto, troviamo un gruppo piccolo ma importantissimo di imprese in forte crescita e molto solide, che invece richiede di essere sostenuto con una gamma assai ampia di strumenti a supporto dello sviluppo, all’interno dei quali il credito è solo una piccola parte.
Ma non è solo colpa delle banche
Prodromico al credito dovrebbero esservi piani di sviluppo chiari e sostenibili, sostenuti da una dote adeguata di capitale di rischio che non è da confondere, tipico lapsus del piccolo imprenditore, con il patrimonio personale a garanzia delle linee di credito. Una azienda ben capitalizzata può sostenere piani di sviluppo; un imprenditore con un soddisfacente quadro B (immobili) della dichiarazione dei redditi non produce sviluppo.
Non solo, ma a valle dovrebbero esservi anche forme di advisory finanziario, anche presenti in azienda sotto forma di temporary manager, rivolte a definire il pacchetto di supporto più appropriato per i piani di investimento aziendale, o addirittura forme di advisory che entrino nel merito degli stessi progetti (es. aiutando a valutare l’attrattività relativa di potenziali nuovi mercati).
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ll credito alle aziende in Italia finanzia la sopravvivenza o lo sviluppo?

ll credito alle aziende in Italia finanzia la sopravvivenza  o lo sviluppo?

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Tutti vogliono soldi in prestito dalle banche. Piccoli, medi e grandi imprenditori, nessuno è escluso, bussano alle porte degli istituti di credito per evitare il default.

Ecco il punto. La finalità della destinazione dei finanziamenti, come si dice in “banchese”, non è lo sviluppo ma la sopravvivenza.

Vi è in Italia, infatti, una opinione diffusa che la carenza di credito sia oggi uno dei più gravi vincoli alla crescita economica del Paese. In certe sue varianti estreme, questa linea di pensiero arriva ad argomentare che l’attuale recessione e addirittura l’intera crisi finanziaria, siano dovute a una contrazione del credito.

Non vi scandalizzate se vi dico che la verità è esattamente all’opposto. La crisi che stiamo vivendo e che vivremo nei prossimi mesi è nata dall’eccesso di credito, non dalla sua carenza. E la pandemia non è la causa principale. La pandemia ha solo accelerato un processo che in Italia pre-esiste alla crisi di una ventina di anni, e che è semmai aggravata, o quantomeno perpetuata, da un eccesso di dipendenza dal credito bancario. L’Italia, all’interno della crisi globale, soprattutto nel settore delle Pmi, soffre di una sua specifica incapacità di generare sviluppo e l’assenza di credito è solo un capo espiatorio assai in voga.

La responsabilità del sistema bancario, mica poteva mancare, si evidenzia in tre punti.

Innanzitutto, l’espansione del credito non è il solo e neanche il principale motore dello sviluppo economico: le banche possono (e devono) contribuire allo sviluppo in molti altri modi, anche più importanti del credito come il collocamento dei mini bond.

In secondo luogo, l’espansione indifferenziata del credito sarebbe oggi addirittura dannosa, dato che il 50-60% del credito è attualmente allocato a imprese e settori in crisi strutturale; è cruciale ai fini dello sviluppo economico che i nuovi flussi di credito siano allocati alle imprese con le maggiori prospettive di crescita.

Infine, al di là della riallocazione e/o espansione del credito, il contributo del sistema bancario alla sopravvivenza delle imprese dovrebbe consistere nella capacità di rispondere alle diverse situazioni competitive presenti nel nostro tessuto economico, con strumenti differenziati. Perché sostanzialmente nel nostro paese, in questo momento, abbiamo un gruppo assai numeroso di imprese stagnanti e già in forte crisi finanziaria che richiede strumenti di ristrutturazione e gestione della crisi che rimpiazzino l’attuale utilizzo del credito come palliativo. All’estremo opposto, troviamo un gruppo piccolo ma importantissimo di imprese in forte crescita e molto solide, che invece richiede di essere sostenuto con una gamma assai ampia di strumenti a supporto dello sviluppo, all’interno dei quali il credito è solo una piccola parte.
Ma non è solo colpa delle banche.

Prodromico al credito dovrebbero esservi piani di sviluppo chiari e sostenibili, sostenuti da una dote adeguata di capitale di rischio che non è da confondere, tipico lapsus del piccolo imprenditore, con il patrimonio personale a garanzia delle linee di credito. Una azienda ben capitalizzata può sostenere piani di sviluppo; un imprenditore con un soddisfacente quadro B (immobili) della dichiarazione dei redditi non produce sviluppo.
Non solo, ma a valle dovrebbero esservi anche forme di advisory finanziario, 
anche presenti in azienda sotto forma di temporary manager, rivolte a definire il pacchetto di supporto più appropriato per i piani di investimento aziendale, o addirittura forme di advisory che entrino nel merito degli stessi progetti (ad esempio aiutando a valutare l’attrattività relativa di potenziali nuovi mercati).

ilFattoquotidiano.it

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Le ossessioni dei bancari: successo, conformismo e competenze esterne

Le ossessioni dei bancari: successo, conformismo e competenze esterne



  Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Perché, nonostante una opinione pubblica “non favorevole”, denunce e condanne (anche da parte della politica), le banche faticano a diventare delle learning organization? È mai possibile che dopo un decennio di brutte figure sociali e di immagine, il sistema bancario non cambi il suo atteggiamento e non impari dai suoi errori?
Dopo 25 anni di vita vissuta in quel mondo e altri 10 a studiarne gli effetti dall’esterno, sono giunto a questa conclusione.
Ci sono tre maniacali ossessioni che inducono i manager bancari a restare immobili e a non imparare dagli errori.
In tutte le banche i processi formativi e di crescita implementati dai manager si basano sull’assioma, solo teorico, che “sbagliando si impara” ma il loro operato poi dimostra che sono ossessionati dal successo. Non sorprende di certo, ma è un’ossessione spesso eccessiva e ostacola l’apprendimento perché fa emergere tre problemi:
  1. La paura del fallimento: il fallimento può scatenare un torrente di emozioni sgradevoli: dolore, rabbia, vergogna, perfino depressione. Niente di più normale, quindi, che la maggior parte di noi cerchi di evitare gli errori e, se non ci riesce, di nasconderli sotto il tappeto. Questa tendenza naturale si accentua ancora di più nelle banche in cui i manager, spesso senza volerlo, istituzionalizzano la paura del fallimento, elaborando progetti che non concedono tempo e denaro alla sperimentazione e ricompensando con gratifiche e promozioni chi si attiene alla compiacenza
  2. Una mentalità rigida: le persone con una mentalità rigida, nell’approccio alla vita, credono che talento e intelligenza siano in gran parte una questione di genetica: o ce l’hai o non ce l’hai. Credono di possederla e desiderano a tutti i costi apparire più intelligenti degli altri: vedono il fallimento (inteso come mancato raggiungimento di un obiettivo) come qualcosa da evitare, per paura che li possa far sembrare incompetenti.
  3. L’errore di attribuzione: un fenomeno per il quale, di solito le persone attribuiscono i propri successi all’impegno, al talento ed alla bravura, non alla fortuna. Mentre i fallimenti, invece, li imputano alla sfortuna. In effetti, finché i manager bancari non riconosceranno che un insuccesso è frutto delle loro azioni, non potranno mai imparare dagli errori.In secondo luogo c’è l’ossessione per il conformismo
Quando si entra in una banca, cosi come in una qualsiasi organizzazione, è normale volersi integrare, ma questo atteggiamento dà origine a un problema storico che ostacola l’apprendimento: l’obbligo di doversi uniformare.
Nella nostra vita e nel nostro paese in particolare, scopriamo sin da piccoli che fare cio che fanno gli altri ci offre dei vantaggi concreti. Ma il problema è che facendo così limitiamo il nostro apporto all’organizzazione. Basta citare la celebre frase di un mio ex capo e direttore generale della banca quando organizzava riunioni con noi capiarea: “Qui pensiamo noi. Voi venite pensati”. L’annullamento del pensiero. Contrariamente a ciò che si pensa, in banca si ha paura ad essere diversi perché solo il “conformato” riceve rispetto.
Infine c’è l’ossessione per le competenze esterne
Le banche sono ancora legate al taylorismo, nel senso che hanno un approccio ancora troppo rigoroso all’analisi del funzionamento delle loro organizzazioni.
Un approccio basato sul concetto che per migliorare conviene sempre attingere alle idee degli “esperti”. Anche oggi, nei loro limitati sforzi per migliorare, le banche continuano a ricorrere a consulenti, specialisti e via discorrendo. L’ossessione per la competenza produce un coinvolgimento inadeguato della “prima linea”. I bancari della “prima linea” (quelli direttamente coinvolti nell’offerta e vendita di un servizio e nell’interazione con i clienti) spesso sono nella posizione migliore per individuare e risolvere i problemi. Troppo spesso, però, non sono proprio ascoltati.
Chissà se la inutile (finora) commissione bicamerale sulle banche si porrà mai questi interrogativi.


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Le ossessioni delle banche causano solo sbagli

Le ossessioni delle banche causano solo sbagli


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Perché, nonostante una opinione pubblica “non favorevole”, denunce e condanne (anche da parte della politica), le banche faticano a diventare delle learning organization? E’ mai possibile che dopo un decennio di brutte figure sociali e di immagine, il sistema bancario non cambi il suo atteggiamento e non impari dai suoi errori?

Dopo 25 anni di vita vissuta in quel mondo e altri 10 a studiarne gli effetti dall’esterno, sono giunto a questa conclusione.

Ci sono tre maniacali ossessioni che inducono i manager bancari a restare immobili e a non imparare dagli errori.

In primis c’è l’ossessione per il successo.

In tutte le banche i processi formativi e di crescita implementati dai manager si basano sull’assioma, solo teorico, che “sbagliando si impara” ma il loro operato poi dimostra che sono ossessionati dal successo. Non sorprende di certo, ma è un’ossessione spesso eccessiva ed ostacola l’apprendimento perché fa emergere tre problemi:

  1. La paura del fallimento – il fallimento può scatenare un torrente di emozioni sgradevoli: dolore, rabbia, vergogna, perfino depressione. Niente di più normale, quindi, che la maggior parte di noi cerchi di evitare gli errori e, se non ci riesce, di nasconderli sotto il tappeto. Questa tendenza naturale si accentua ancora di più nelle banche in cui i manager, spesso senza volerlo, istituzionalizzano la paura del fallimento, elaborando progetti che non concedono tempo e denaro alla sperimentazione e ricompensando con gratifiche e promozioni chi si attiene alla compiacenza
  2. Una mentalità rigida – le persone con una mentalità rigida, nell’approccio alla vita, credono che talento ed intelligenza siano in gran parte una questione di genetica: o ce l’hai o non ce l’hai. Credono di possederla e desiderano a tutti i costi apparire più intelligenti degli altri: vedono il fallimento (inteso come mancato raggiungimento di un obiettivo) come qualcosa da evitare, per paura che li possa far sembrare incompetenti.
  3. L’errore di attribuzione – un fenomeno per il quale, di solito le persone attribuiscono i propri successi all’impegno, al talento ed alla bravura, non alla fortuna. Mentre i fallimenti, invece, li imputano alla sfortuna. In effetti, finché i manager bancari non riconosceranno che un insuccesso è frutto delle loro azioni, non potranno mai imparare dagli errori.

In secondo luogo c’è l’ossessione per il conformismo

Quando si entra in una banca, così come in una qualsiasi organizzazione, è normale volersi integrare, ma questo atteggiamento dà origine a un problema storico che ostacola l’apprendimento: l’obbligo di doversi uniformare.

Nella nostra vita e nel nostro paese in particolare, scopriamo sin da piccoli che fare ciò che fanno gli altri ci offre dei vantaggi concreti. Ma il problema è che facendo così limitiamo il nostro apporto all’organizzazione. Basta citare la celebre frase di un mio ex capo e direttore generale della banca quando organizzava riunioni con noi capi-area: “Qui pensiamo noi. Voi venite pensati”. L’annullamento del pensiero. Contrariamente a ciò che si pensa, in banca si ha paura ad essere diversi perché solo il “conformato” riceve rispetto.

Infine c’è l’ossessione per le competenze esterne

Le banche sono ancora legate al taylorismo, nel senso che hanno un approccio ancora troppo rigoroso all’analisi del funzionamento delle loro organizzazioni.

Un approccio basato sul concetto che per migliorare conviene sempre attingere alle idee degli “esperti”. Anche oggi, nei loro limitati sforzi per migliorare, le banche continuano a ricorrere a consulenti, specialisti e via discorrendo. L’ossessione per la competenza produce un coinvolgimento inadeguato della “prima linea”. I bancari della “prima linea” (quelli direttamente coinvolti nell’offerta e vendita di un servizio e nell’interazione con i clienti) spesso sono nella posizione migliore per individuare e risolvere i problemi. Troppo spesso, però, non sono proprio ascoltati.

Chissà se la inutile (finora) commissione bicamerale sulle banche si porrà mai questi interrogativi

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Banche: i vostri deliri di onnipotenza non vi permettono di scusarvi neppure di fronte alle evidenze

Banche: i vostri deliri di onnipotenza non vi permettono di scusarvi neppure di fronte alle evidenze


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


A volte dire “abbiamo commesso un casino, scusateci” risulta molto più efficiente, in termini di customer satisfaction, del formale rimpallo di responsabilità. Lo fece Mark Zuckenberg nel 2006 quando gli utenti di Facebook rimasero scioccati dalla introduzione del News Feed.

Comunicare il pentimento produsse meno risentimenti di quanto avrebbe dovuto generare l’errore.

Le banche non lo hanno mai fatto e, in queste settimane, stanno addirittura vestendo gli abiti delle vittime di una potenziale reazione popolare.

E ditelo soprattutto quando l’errore o la violazione è totalmente incoerente rispetto alla vostra mission (solo teorica) o alle promesse che fate ai clienti come quelle spassose apparse nei ridicoli spot televisivi degli ultimi tempi tipo “…in questo momento vi siamo vicini per risolvere i vostri problemi…”.

Neppure dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Conte della settimana scorsa (“le banche possono e devono fare di più”) che evidenziavano, sebbene tacendo sulle gravi responsabilità della politica, chiaramente le inefficienze procedurali e relazionali dimostrate nella gestione del processo di erogazione dei finanziamenti previsti dal decreto liquidità, le banche si sono soffermate su un aspetto della gestione del loro rapporto con il cliente che rappresenta una delle cause fondamentali della perdita del capitale di fiducia negli ultimi 10 anni: le banche non sanno chiedere scusa.

Nella dinamica di una vita di impresa arriva sempre un momento in cui ogni azienda commette un errore che richiede delle scuse: a una persona, a un gruppo di persone, dipendenti o partner, oppure alla sua clientela in genere. E’ un fatto fisiologico

Per quanto riguarda le banche, nella maggior parte dei casi, organizzazioni e leader non riescono a scusarsi in modo efficace (quando lo fanno) e questo ha contribuito ad inficiare i loro rapporti con gli stakeholder e la reputazione di cui godono, soprattutto se gli incidenti diventano di pubblico dominio (e, come tali, vengono diffusi).

Vediamo di identificare due ordini di problemi che intervengono fin da subito quando le banche si devono scusare per qualcosa.

Come prima cosa, sono psicologicamente predisposte a trovare tutta una serie di motivi (o di pretesti) per temporeggiare o evitare di esprimere dispiacere.

Scusarsi le fa sentire a disagio e vulnerabili. Nel processo rischiano di perdere un po’ del loro potere (o la faccia) perché il fatto di scusarsi viene vissuto come un momento in cui si riorganizza la gerarchia sociale e le fa sentire in debito nei confronti della controparte, almeno in via temporanea.

Quando va bene si limitano a sbrigativi “mi dispiace” che non risolvono le preoccupazioni delle vittime.

In secondo luogo, le banche hanno la tendenza a valutare le situazioni sempre attraverso una lente legale. I consulenti degli uffici audit o compliance, sistematicamente interpellati di fronte a qualsiasi situazione difficile e sempre pronti a concentrarsi sulla possibilità che sia stata effettivamente infranta qualche legge, sono soliti avvertire i manager (e tutti i dipendenti in genere) che le scuse potrebbero essere interpretate come un’ammissione di responsabilità (esponendo anche l’azienda a contenziosi) piuttosto che come il tentativo di manifestare empatia nei confronti della parte offesa.

Si tratta di una distinzione importante, in quanto le scuse efficaci sono quelle che parlano ai sentimenti di chi le riceve e non servono a dimostrare chi ha ragione e chi no.

Sfortunatamente, la prospettiva di un contenzioso legale fa ormai parte della cultura di molte banche, al punto che persino i manager  (che dovrebbero assumersi le responsabilità)  che non sono assistiti in modo attivo da un consulente delle funzioni Audit o Compliance  si preoccupano solo del fatto che delle scuse possano creare problemi legali.

Le banche devono smetterla di ragionare in questo modo. La maggior parte delle scuse costa poco, mentre molte sono in grado di generare un valore sostanziale, contribuendo a stemperare una situazione di tensione, senza contare che spesso la paura di conseguenze legali è del tutto infondata.

Iniziare a scusarsi potrebbe essere il primo segnale verso quel cambiamento che incontra forti resistenze e che dovrebbe mettere una certa distanza fra il “vecchio sé”  e  un “nuovo sé” che non si comporterà più alla stessa maniera.

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Perché i delitti dei top manager bancari sono impuniti ?

Perché i delitti dei top manager bancari sono impuniti ?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Questo è un messaggio per l’inutile commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, un messaggio su cosa ho imparato sui crimini finanziari dei top manager delle banche.

Quando ho iniziato a lavorare in banca, nei primi Anni Novanta del passato secolo, i delitti finanziari dei colletti bianchi non ricevevano una particolare attenzione da parte dei magistrati. I magistrati inquirenti si preoccupavano molto degli omicidi, del traffico di droga e del crimine organizzato. Non prendevano molto sul serio i crimini finanziari. Le cose sono cambiate per tutta una serie di ragioni che stiamo raccontando da oltre 10 anni.

Soprattutto negli ultimi anni abbiamo avuto un gran numero di inchieste sui delitti dei colletti bianchi che ci hanno dimostrato che la deterrenza non funziona. Ma per un semplice motivo: tanti imputati, molti condannati, neppure un giorno di carcere. Nessuno di loro può dire: “Caspita, un tizio che fa esattamente il mio stesso lavoro è finito in gattabuia per un bel po’ di tempo”.

Non c’è deterrente più efficace di una pena detentiva. Quasi tutti gli imputati dei crimini finanziari fanno una bella vita e apprezzano molto la libertà. Perseguire questi reati e convincere i giudici a mandare dietro le sbarre gli autori modifica veramente la condotta delle persone.

Li ho visti, sentiti e ne ho analizzato i comportamenti per 23 anni dall’interno e negli ultimi 8 anni da consulente esterno. E mi sono chiesto spesso: perché lo fanno?

In primo luogo perché i delitti dei colletti bianchi non sembrano ispirare i profondi sensi di colpa causati da un reato, come ad esempio la violenza fisica, in cui si arreca a qualcuno un danno grave e tangibile. Alcuni di questi illeciti, come la concessione abusiva del credito, potrebbero essere percepiti come “privi di vittime”, anche se in realtà non è vero.

Il movente è anche l’avidità, naturalmente, ma non c’è solo quella.

Ciò che sottovaluta il grande pubblico è l’ego. I top manager delle banche sono persone di successo e temono lo spettro del fallimento. Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha girato loro le spalle, ma loro vogliono essere visti ancora come dei vincenti.

Nei crimini finanziari c’è spesso una motivazione economica, ma in un business carico di valenze emotive e pieno di tentazioni bisogna tener conto anche della natura umana e del bisogno di status e di successo. Come prevenire?

Una componente standard del processo di controllo è fare raccomandazioni su come prevenire nuovi comportamenti impropri attraverso i programmi di compliance. Fuffa! Ciò che conta veramente sono la cultura e il tono che il leader fissa per l’organizzazione – che è spesso un modo più efficace per accrescere le probabilità che quegli episodi non si ripetano più.

Una prova? All’indomani di tutti gli scandali finanziari degli ultimi anni, i leader di quelle banche hanno sempre affermato che erano all’oscuro di tutto.

A volte è proprio così. Ma in questi casi bisogna chiedersi se il leader ha costruito un sistema di comunicazione progettato per fare arrivare le cattive notizie fino al suo livello, o se invece il sistema mira a isolare il gruppo dirigente.

Ad esempio alcune banche (soprattutto piccole) hanno creato linee di comunicazioni, talvolta anche artigianali, riservate ai whistle-blower, ma solo alcune di esse raggiungono direttamente il comitato audit o l’ufficio del Ceo. In quei sistemi, nei quali i massimi dirigenti sollecitano attivamente lamentele e denunce, la cultura di rispetto delle regole è molto più forte.

Per contro, alcune hotline (soprattutto nelle grandi banche) sembrano create apposta per offrire ai leader una negabilità plausibile: abbiamo un sistema su cui inoltrare le denunce, e ne sono arrivate poche. I top manager devono chiedersi “Come mai?”, “Forse i dipendenti esitano a denunciare per timore di rappresaglie?”.

Ma la prevenzione si riduce in buona sostanza alla cultura. Se avete assunto la direzione di una banca, non stare rinchiusi nelle vostre torri cablate. Fatevi conoscere dai dipendenti e fate conoscere loro i vostri valori. Fate sapere quanto ci tenete a fare la cosa giusta. Mettete bene in chiaro che se vedono qualcuno fare qualcosa che non va, devono denunciare l’episodio – e che così facendo daranno una mano a tutti i membri dell’organizzazione. Quando qualcuno sgarra, danneggia l’intera azienda e i dipendenti non possono permetterlo. È il messaggio che devono inviare i leader, ed è anche il modo in cui devono agire.

L’indicatore primario di una cultura etica è la tolleranza zero verso i comportamenti impropri. Molte aziende dichiarano di avere una politica di questo tipo, ma quando i dipendenti più produttivi o i top manager infrangono le regole, i leader gliela fanno passare liscia, per convenienza o per un senso malinteso di lealtà. È la fine di tutto. Non ci si può affidare solo ai programmi di compliance e agli audit; bisogna essere disposti a punire chi viola le regole partendo dall’alto. Per costruire una cultura etica, non potete fare altro che applicare concretamente l’impegno alla tolleranza zero. Soprattutto nei vostri confronti.

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Difendiamoci dalla crisi delle banche

Difendiamoci dalla crisi delle banche


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


L’equazione è semplice
. Se, per effetto della lunga crisi post Covid, migliaia di lavoratori dipendenti verranno licenziati, se i professionisti e le imprese vedranno ridursi sensibilmente i loro ricavi, un dato è certo: non potranno rimborsare i finanziamenti alle banche, che assisteranno all’aumento dei loro crediti deteriorati, stimato in una misura 4 volte maggiore di quella prodotta dopo la crisi del 2008-2009. E non sto parlando dei finanziamenti (pochi) che stanno erogando nell’ambito del decreto liquidità. Quei finanziamenti inizieranno il loro ammortamento tra 24 mesi.

Tanto tempo ancora. Nel frattempo ci sono da pagare i prestiti ottenuti prima del Covid-19.

Di fronte a questa situazione c’è una sola strada per le banche: attuare una stretta creditizia.

Una decisione strategica inevitabile che si basa non solo sulla chiusura del rubinetto del credito a cui potranno accedere solo quelle imprese “perfette” in modo da evitare di impegnare capitale prudenziale come accantonamenti per previsioni di perdite ma soprattutto sul “disimpegno dalle inadempienze probabili”, locuzione del vocabolario banchese che sta a indicare la richiesta di rimborso anticipato e forzato del finanziamento fatto a una contropartita che ha visto peggiorare il suo rating creditizio che, ricordiamo, esprime la probabilità di default a un anno. Più aumenta il rating, più aumenta la probabilità che quella impresa non riesca più a restituire i prestiti ricevuti.

È questo lo scenario, purtroppo drammatico, per i prossimi 12-18 mesi in cui si muoverà un sistema bancario già sofferente e una imprenditoria (soprattutto piccola) al limite del collasso non solo per colpa delle banche .

Le 121 banche della zona euro, che devono ancora risolvere il problema di 500 miliardi di crediti deteriorati al 31 dicembre 2019, hanno iniziato a calcolare l’impatto di questa nuova crisi.

UniCredit, ad esempio, nella sua ultima trimestrale chiusa in pieno lockdown e quindi senza ancora immaginare chiaramente lo scenario, ha messo da parte già 900 milioni di nuovi accantonamenti!

Tradotto in parole semplici significa che l’istituto di Piazza Gae Aulenti, al momento, prevede che 900 milioni di finanziamenti effettuati ante covid non verranno restituiti.

E secondo voi, di fronte a questo scenario, le banche rimarranno inerti?

È un film che ho già visto.

Cercheranno a tutti i costi, come si dice in gergo, la «regolarizzazione formale» e di «attivare le garanzie»

Nel secondo caso si tratta di richiedere i soldi ai garanti del cliente oppure agire sui beni immobili degli stessi.

La regolarizzazione formale, invece, è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta e serve a mettere una toppa sui contratti irregolari stipulati in precedenza con lo stesso cliente.

Essa viene “camuffata” attraverso la concessione di un finanziamento da 3 a 5 anni (anche quelli, benché vietato dalla legge, previsti dal d.l. liquidità) che non costituisce nuova finanza per il risparmiatore ma serve solo ad eliminare la pregressa esposizione. Si tratta di un piano di rientro camuffato da finanziamento.

Ma l’aspetto ancora più subdolo consiste nell’inserimento nel nuovo contratto di finanziamento di una clausola che manlevi la banca da ogni responsabilità riguardo alle “schifezze” contenute nel precedente contratto di erogazione, di cui, ovviamente, l’imprenditore non sa nulla.

Pertanto, quando il cliente pensa che l’istituto gli stia venendo incontro, in realtà lo sta semplicemente fregando per la seconda volta.

Insomma, con una semplice firmetta si realizza la strategia “scurdammece ‘o passato” con tutto quello che consegue.

Queste due operazione di “ripulitura” sono l’estremo tentativo di “sistemare” vecchi affidamenti che potrebbero contenere tante irregolarità formali, che, seppure in quel momento misconosciute, in fase di giudizio potrebbero invece rivelarsi frecce.

Come difendersi ?

Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione di difesa giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.

Ovviamente questi trattamenti saranno riservati solo ai piccoli imprenditori (80% del tessuto produttivo del nostro paese)

Perché i “grandi prenditori di danaro” hanno altre attenzioni.

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I banchieri e le loro carenze in matematica...

I banchieri e le loro carenze in matematica...



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Ha dichiarato, come riportato da La Stampa, che otto richieste di finanziamenti su dieci sono state accolte dal sistema bancario. Lo ha fatto per rispondere al Presidente del Consiglio Conte che a Montecitorio la settimana scorsa ha dichiarato, appello inaspettato ed incoerente (dopo aver scritto un decreto con i piedi), che le banche possono e devono fare di più.

Forse non ha dato una occhiata al sito del Fondo di Garanzia per le piccole e le medie imprese che quotidianamente riporta il numero (e l’importo) delle domande che il sistema bancario seleziona ed invia al MES per ottenere la prevista garanzia.

Al 20 maggio erano pervenute al Fondo solo 357.690 domande.

Facciamo una semplice equazione 8:357.690=10:X
La soluzione è 447.112.
Se l’algebra si basa ancora sugli stessi concetti da me studiati , secondo Antonio Patuelli, in banca sarebbero andate 447.000 imprese circa per richiedere i finanziamenti previsti dal decreto liquidità.

Se pensiamo che in Italia ci sono circa 4,5 milioni di imprese, vuole dire che solo il 10% delle imprese italiane ha sentito l’esigenza di rivolgersi alle banche per ottenere le agevolazioni.

Delle due l’una. O le nostre imprese, contrariamente a quanto finora rilevato, sono fortemente capitalizzate al punto da non ritenere efficiente indebitarsi.
Oppure c’è bisogno di lezioni di ripetizione di matematica per Patuelli.

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Le banche e la loro strategia “scurdammuce ‘o passato”

Le banche e la loro strategia “scurdammuce ‘o passato”




Articolo a cura di Vincenzo Imperatore




L’equazione è semplice. Se, per effetto della lunga crisi post Covid, migliaia di lavoratori dipendenti verranno licenziati, se i professionisti e le imprese vedranno ridursi sensibilmente i loro ricavi, un dato è certo: non potranno rimborsare i finanziamenti alle banche che assisteranno all’aumento dei loro crediti deteriorati, stimato in una misura quattro volte maggiore di quella prodotta dopo la crisi del 2008-2009. E non sto parlando dei finanziamenti (pochi) che stanno erogando nell’ambito del decreto liquidità. Quei finanziamenti inizieranno il loro ammortamento tra 24 mesi.

Tanto tempo ancora. Nel frattempo c’è da pagare i prestiti ottenuti prima del Covid-19.

Di fronte a questa situazione c’è una sola strada per le banche: attuare una stretta creditizia.

E’ questo lo scenario, purtroppo drammatico, per i prossimi 12-18 mesi in cui si muoverà un sistema bancario già sofferente e una imprenditoria (soprattutto piccola) al limite del collasso non solo per colpa delle banche.

UniCredit, ad esempio, nella sua ultima trimestrale chiusa in pieno lockdown e quindi senza ancora immaginare chiaramente lo scenario, ha messo da parte già 900 milioni di nuovi accantonamenti! Tradotto in parole semplici significa che l’istituto di piazza Gae Aulenti, al momento, prevede che 900 milioni di finanziamenti effettuati ante Covid non verranno restituiti.

E secondo voi, di fronte a questo scenario, le banche rimarranno inerti? E’ un film che ho già visto. Cercheranno a tutti i costi, come si dice in gergo, la “regolarizzazione formale” e di “attivare le garanzie”.

La regolarizzazione formale, invece, è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta e serve a mettere una toppa sui contratti irregolari stipulati in precedenza con lo stesso cliente. Essa viene “camuffata” attraverso la concessione di un finanziamento da 3 a 5 anni (anche quelli, benché vietato dalla legge, previsti dal dl liquidità) che non costituisce nuova finanza per il risparmiatore ma serve solo ad eliminare la pregressa esposizione. Si tratta di un piano di rientro camuffato da finanziamento.

Ma l’aspetto ancora più subdolo consiste nell’inserimento nel nuovo contratto di finanziamento di una clausola che manlevi la banca da ogni responsabilità riguardo alle “schifezze” contenute nel precedente contratto di erogazione, di cui, ovviamente, l’imprenditore non sa nulla. Pertanto, quando il cliente pensa che l’istituto gli stia venendo incontro, in realtà lo sta semplicemente fregando per la seconda volta.

Queste due operazione di “ripulitura” sono l’estremo tentativo di “sistemare” vecchi affidamenti che potrebbero contenere tante irregolarità formali, che, seppure in quel momento misconosciute, in fase di giudizio potrebbero invece rivelarsi frecce.

Come difendersi? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione di difesa giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.

Ovviamente questi trattamenti saranno riservati solo ai piccoli imprenditori (80% del tessuto produttivo del nostro paese). Perché i “grandi prenditori di danaro” ricevono altre attenzioni.

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La matematica per i banchieri è un'opinione...

La matematica per i banchieri è un'opinione...

Articolo a cura di VIncenzo Imperatore


Il presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) Patuelli ha bisogno di lezioni di ripetizione di algebra che e’ l’evoluzione della aritmetica perché introduce, attraverso il calcolo letterale, un modo nuovo, molto più generale, di rappresentare i numeri e le operazioni che si possono eseguire su di essi.

Ha dichiarato, come riportato da La Stampa, che otto richieste di finanziamenti su dieci sono state accolte dal sistema bancario. Lo ha fatto per rispondere al presidente del Consiglio Conte che a Montecitorio ieri ha dichiarato, appello inaspettato ma gradito, che le banche possono e devono fare di più.

Forse non ha dato una occhiata al sito del Fondo di Garanzia per le piccole e le medie imprese che quotidianamente riporta il numero (e l’importo) delle domande che il sistema bancario seleziona ed invia al MES per ottenere la prevista garanzia.

Al 20 maggio erano pervenute al Fondo solo 303.714 domande.
Facciamo una semplice equazione 8:303.714=10:X
La soluzione è 379.642.

Se la matematica non è una opinione, secondo Patuelli, in banca sarebbero andate 380.000 imprese circa per richiedere i finanziamenti previsti dal decreto liquidità.
Se pensiamo che in Italia ci sono circa 4,5 milioni di imprese, vuole dire che solo il 8,5% delle imprese italiane ha sentito l’esigenza di rivolgersi alle banche per ottenere le agevolazioni.

Delle due l’una. O le nostre imprese sono fortemente capitalizzate al punto da non ritenere efficiente indebitarsi in questo periodo ma noi sappiamo che il male atavico del nostro sistema imprenditoriale e’ una leva finanziaria sistematicamente superiore a 2.

Oppure c’è bisogno di …….un professore di matematica per Patuelli.

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Banche: il modello relazionale fa più vittime del coronavirus

Banche: il modello relazionale fa più vittime del coronavirus


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Questo è l’effetto sul sistema bancario del decreto liquidità dopo 60 giorni dalle dichiarazioni del premier Conte

Pensavo di aver visto e vissuto dall’interno la parte peggiore della storia del nostro sistema bancario. L’ho raccontata nei mie libri e nei miei articoli. Ma non ero mai stato all’esterno. Non ero mai stato uno di voi. Non ero mai stato un semplice cliente di una banca. In questi mesi segnati dalla pandemia, oltre ad aver ascoltato tanti di voi, ho provato sulla mia pelle cosa significhi per la nostra salute (fisica e psichica) confrontarsi con gli “estremismi” di un sistema ormai obsoleto, che sta portando all’esaurimento nervoso milioni di utenti.

Le trappole e i vincoli ostruzionistici creati dal sistema bancario, è vero, sono stati agevolati dalla vaghezza e imprecisione del dettato legislativo. Ma le banche non aspettavano altro. Perché la loro è una cultura non orientata alla customer satisfaction.

Io non sto parlando di comportamenti illegittimi e scorretti che fortunatamente sono limitati.

Parlo di modalità relazionale, di approccio nei confronti di chi entra (quando riesce ad entrare) in contatto con un dipendente di un istituto di credito. Parlo anche della capacità di saper dire un “no” preoccupandosi di accontentare il cliente.

Il dramma più comune è la richiesta di documentazione ridondante con effetto moltiplicatore di firme e moduli spesso inutili e non richiesti dal decreto legislativo. Un esempio? In alcuni casi è stato addirittura richiesto il DURC (documento unico di regolarità contributiva) aggiornato che ovviamente non può dimostrare la “regolarità contributiva” perché nel frattempo la nostra macchina statale non ha aggiornato le evidenze relative alle facilitazioni concesse a Marzo (esonero dal pagamento dei contributi)!!!

Per non parlare della tendenza dei bancari di prendere tempo con risposte evasive e rimpalli di responsabilità che, alla fine, si trasforma nella classica frase archetipo della loro arroganza relazionale: “così ha deciso la nostra direzione centrale”.

Oggi le comiche” (programma televisivo antologico degli anni 70 dedicato ai film comici) al riguardo era un dramma shakespeariano.

Ma sapete perché si stanno comportando così? Perché, oltre al virus culturale di sentirsi appagati di fronte ad un cliente insoddisfatto, stanno per andare incontro al momento più drammatico della loro storia. Nei prossimi 12-18 mesi molte banche vivranno il loro default e l’unica arma per difendersi in questo momento è quella, nonostante la garanzia statale, di non erogare credito e, nel prossimo futuro, di attuare una stretta creditizia (chiedere la restituzione di quanto prestato ante Covid19).

Come difenderci da questo tsunami in arrivo?

Ne parleremo la settimana prossima

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Decreto Liquidità: un bazooka nelle mani di un serial killer

Decreto Liquidità: un bazooka nelle mani di un serial killer


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

L’invito ad un atto di amore si è trasformato nel più eccitante appello ad un atto di onanismo. E’ come aver dato un bazooka nelle mani di un serial killer. Questo è l’effetto sul sistema bancario del decreto liquidità dopo 60 giorni dalle dichiarazioni del premier Giuseppe Conte (“soldi a pioggia a tutti in 48/72 ore”) al cui confronto, così come evidenziato anche da una indagine del Guardian, le invettive populiste degli ex leader dei paesi del Patto di Varsavia sono passi del Vangelo

Pensavo di aver visto e vissuto dall’interno la parte peggiore della storia del nostro sistema bancario. L’ho raccontata nei mie libri e nei mie articoli. Ma non ero mai stato all’esterno. Non ero mai stato uno di voi. Non ero mai stato un semplice cliente di una banca. In questi mesi segnati dalla pandemia, oltre ad aver ascoltato tanti di voi, ho provato sulla mia pelle cosa significhi per la nostra salute (fisica e psichica) confrontarsi con gli “estremismi” di un sistema ormai obsoleto, che sta portando all’esaurimento nervoso milioni di utenti.

Le trappole e i vincoli ostruzionistici creati dal sistema bancario, è vero, sono stati agevolati dalla vaghezza e imprecisione del dettato legislativo. Ma le banche non aspettavano altro. Perché la loro è una cultura non orientata alla customer satisfaction. Nonostante i paradossali spot pubblicitari, basati sul claim “oggi vi siamo più vicini di ieri”, che girano in questi giorni per le tv, siamo di fronte alla ennesima dimostrazione di una casta che, nella stragrande maggioranza, adotta comportamenti ed atteggiamenti che potrebbero infrangere anche la pazienza di Giobbe. I bancari sono stati messi in condizione di continuare a fare, ancora più di prima, “i bancari”, quelli che godono dei loro deliri di onnipotenza, della loro arroganza, delle loro inefficienze e dei loro paradossi che spesso sono tra il drammatico e il grottesco.

Parlo di modalità relazionale, di approccio nei confronti di chi entra (quando riesce ad entrare) in contatto con un dipendente di un istituto di credito. Parlo anche della capacità di saper dire un “no” preoccupandosi di accontentare il cliente.

Il dramma più comune è la richiesta di documentazione ridondante con effetto moltiplicatore di firme e moduli spesso inutili e non richiesti dal decreto legislativo. Un esempio? In alcuni casi è stato addirittura richiesto il Durc (documento unico di regolarità contributiva) aggiornato che ovviamente non può dimostrare la “regolarità contributiva” perché nel frattempo la nostra macchina statale non ha aggiornato le evidenze relative alle facilitazioni concesse a marzo (esonero dal pagamento dei contributi)!!!

Per non parlare della tendenza dei bancari di prendere tempo con risposte evasive e rimpalli di responsabilità che, alla fine, si trasforma nella classica frase archetipo della loro arroganza relazionale: “così ha deciso la nostra direzione centrale”.

Ma sapete perché si stanno comportando così? Perché, oltre al virus culturale di sentire appagati i propri sensi di fronte ad un cliente insoddisfatto, stanno per andare incontro al momento più drammatico della loro storia. Nei prossimi 12-18 mesi molte banche vivranno il loro default e l’unica arma per difendersi in questo momento è quella, nonostante la garanzia statale, di non erogare credito e, nel prossimo futuro, di attuare una stretta creditizia (chiedere la restituzione di quanto prestato ante Covid-19).

Come difenderci da questo tsunami in arrivo?

Ne parleremo la settimana prossima.

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L’arrivederci a Lettera43. #LoSportello di Vincenzo Imperatore non chiude, si sposta solo per un po’

L’arrivederci a Lettera43.  #LoSportello di Vincenzo Imperatore non chiude, si sposta solo  per un po’


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


È solo un arrivederci. Con tutti voi della redazione e con il direttore Paolo Madron.

Argomenti che, fino a quel momento, nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare con la voce di un ex insider. Ricordo ancora la telefonata: «…abbiamo letto il tuo libro e vorremmo che tu scrivessi per il nostro giornale…». E dal 19 dicembre 2014 ogni settimana, ogni venerdì dell’anno, #LoSportello apriva le sue porte per fare informazione, denuncia, analisi. Sono stati 6 anni di assoluta autonomia e indipendenza. Ho scritto 230 articoli, alcuni dei quali hanno creato anche qualche problema 😱, ma mi sono sentito sempre tutelato e protetto.

Mai una censura. E bastava guardare gli inserzionisti del giornale per capire che forse per voi, qualche volta, non è stato facile pubblicare un mio articolo sulla stessa pagina dove compariva la pubblicità di una grande banca.

Ringrazio tutta la redazione (Andrea, Marcello, Sergio, Giovanna) cui auguro nuove e brillanti avventure. Ringrazio il direttore il cui cv non lascia adito a dubbi: ne vedremo ancora delle belle. Come ha scritto su Twitter «le storie iniziano, finiscono, si riprendono. Si vedrà».

E io sarò sempre a tua e vostra disposizione, riconoscente a vita. Nel frattempo Vi rendo onore su altre testate.

#LoSportello non chiude, si sposta semplicemente per un po’.

Ma vi aspetto

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L’importanza del cambiamento come motore per ripartire

L’importanza del cambiamento come motore per ripartire



Articolo a a cura Vincenzo Imperatore

Vivere alla giornata aspettando gli aiuti (!!!) di Stato è un suicidio. Non sarà solo colpa delle banche e delle misure del governo per fronteggiare la crisi da coronavirus. Se falliranno molte imprese la responsabilità non potrà non ricadere anche sulle scelte e le decisioni dell’imprenditore.

Ricordiamo che la parola “crisi” deriva etimologicamente dal greco κρίσις che significa appunto «scelta, decisione».

Quella che ci aspetta sarà una crisi di lunga durata che ci metterà di fronte a sfide nuove e importanti. Talmente lunga che addirittura dovremmo non parlare più di crisi ma di un diverso modello economico basato su livelli di redditi e consumi completamente differenti.

Hanno costruito nel frattempo manager abbastanza solidi da prendere decisioni ponderate e corrette anche quando il mondo accelera, che è sostanzialmente ciò che avviene durante una crisi?

Perché la gestione di una crisi (che, ribadiamo, non è più crisi quando diventa stabile) ha due fasi:

Considerate il tipico infarto che colpisce nel cuore della notte. La squadra di pronto soccorso porta il paziente in ospedale, dove team esperti di medicina e chirurgia d’urgenza lo sottopongono a procedure prestabilite perché non c’è tempo per l’improvvisazione creativa, lo stabilizzano e poi gli praticano l’angioplastica o eventualmente un bypass coronarico.

L’emergenza è passata ma resta ancora tutta una serie di problemi complessi, ancorché meno urgenti. Quando si riprenderà dall’intervento, come farà a prevenire un altro infarto? E come potrà adattarsi alle incertezze della sua nuova condizione clinica per vivere una vita quasi normale? La crisi è tutt’altro che risolta.

Un’impresa che dipende esclusivamente dal “metodo del naso”, il famoso e ormai logoro “fiuto” dell’italico imprenditore, per rispondere alle sfide di un mondo in trasformazione rischia il fallimento. Questo rischio aumenta se traiamo le conclusioni sbagliate basandoci sulla ripresa (+4,25% del PIL mondiale nel 2021 secondo il FMI) che farà probabilmente seguito alla crisi economica in atto.

Molti sopravvivono agli infarti, ma quasi tutti i pazienti che vengono sottoposti a interventi di cardiochirurgia tornano ben presto alle antiche abitudini: solo un 20% smette di fumare, cambia dieta o si mette a fare più esercizio fisico.

In effetti, riducendo il senso di urgenza, il successo del trattamento iniziale crea l’illusione di un ritorno alla normalità. L’abilità tecnica dei medici esperti, che risolve il problema immediato della sopravvivenza, distrae involontariamente i pazienti dall’obiettivo di cambiare vita per stare bene a lungo.

I rischi e l’incertezza rimangono, ma la minore urgenza impedisce alla maggior parte di essi di focalizzarsi sull’importanza del cambiamento.

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Parola d’ordine: cambiamento. Solo così le aziende supereranno la crisi

Parola d’ordine: cambiamento. Solo così le aziende supereranno la crisi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Vivere alla giornata aspettando gli aiuti (!!!) di Stato è un suicidio. Non sarà solo colpa delle banche e delle misure del governo per fronteggiare la crisi da coronavirus: se falliranno molte imprese la responsabilità non potrà non ricadere anche sulle scelte e le decisioni dell’imprenditore.


LE DUE FASI DELLA GESTIONE DELLA “CRISI”
I nostri imprenditori (piccoli e grandi) sono preparati a reagire con prontezza e professionalità a questo nuovo sistema? Hanno sviluppato all’interno delle loro organizzazioni una cultura della gestione delle crisi?Hanno costruito nel frattempo manager abbastanza solidi da prendere decisioni ponderate e corrette anche quando il mondo accelera, che è sostanzialmente ciò che avviene durante una crisi? Perché la gestione di una crisi (che, ribadiamo, non è più crisi quando diventa stabile) ha due fasi:

1. La fase dell’emergenza in cui è necessario buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo. E noi italiani siamo antropologicamente strutturati per gestire con efficienza questa fase. Quando c’è una catastrofe naturale, gli imprenditori italiani non hanno bisogno di una chiamata all’azione. Sono già allenati a muoversi nelle emergenze.

2. La fase adattiva, in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani. È in questa fase, che non è più di emergenza, che gli imprenditori devono sviluppare pratiche innovative mantenendo nel contempo le best practice di oggi. Ma se non hai preparato un budget adeguato al nuovo scenario, se non hai un sistema di controllo di gestione, se non adotti strumenti di indagine di customer satisfaction, se la gestione delle risorse umane è ancora limitata alla rilevazione delle assenze/presenze e alla elaborazione della busta paga, allora non sei pronto per affrontare il cambiamento. Nel mondo delle piccole imprese c’è un’arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente.

IL FIUTO ITALICO NON BASTA
Considerate il tipico infarto che colpisce nel cuore della notte. La squadra di pronto soccorso porta il paziente in ospedale, dove team esperti di medicina e chirurgia d’urgenza lo sottopongono a procedure prestabilite perché non c’è tempo per l’improvvisazione creativa, lo stabilizzano e poi gli praticano l’angioplastica o eventualmente un bypass coronarico. L’emergenza è passata ma resta ancora tutta una serie di problemi complessi, ancorché meno urgenti. Quando si riprenderà dall’intervento, come farà a prevenire un altro infarto? E come potrà adattarsi alle incertezze della sua nuova condizione clinica per vivere una vita quasi normale? La crisi è tutt’altro che risolta. Un’impresa che dipende esclusivamente dal “metodo del naso”, il famoso e ormai logoro fiuto dell’italico imprenditore, per rispondere alle sfide di un mondo in trasformazione rischia il fallimento. Questo rischio aumenta se traiamo le conclusioni sbagliate basandoci sulla ripresa (+4,25% del Pil mondiale nel 2021 secondo il Fmi) che farà probabilmente seguito alla crisi economica in atto.

Molti sopravvivono agli infarti, ma quasi tutti i pazienti che vengono sottoposti a interventi di cardiochirurgia tornano ben presto alle antiche abitudini: solo un 20% smette di fumare, cambia dieta o si mette fare più esercizio fisico. In effetti, riducendo il senso di urgenza, il successo del trattamento iniziale crea l’illusione di un ritorno alla normalità. L’abilità tecnica dei medici esperti, che risolve il problema immediato della sopravvivenza, distrae involontariamente i pazienti dall’obiettivo di cambiare vita per stare bene a lungo. I rischi e l’incertezza rimangono, ma la minore urgenza impedisce alla maggior parte di essi di focalizzarsi sull’importanza del cambiamento.

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Imprenditore sono cambiate le abitudini di acquisto: tu le conosci?

Imprenditore sono cambiate le abitudini di acquisto: tu le conosci?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Nella letteratura manageriale ricorre sistematicamente il concetto della customer satisfaction come assioma per una efficiente gestione aziendale e uno dei cinque strumenti fondamentali che un imprenditore deve avere nella sua cassetta degli attrezzi.

L’equazione basica della “soddisfazione della clientela” stabilisce che se l’offerta dell’azienda esaudisce le aspettative del cliente allora si avrà un cliente contento ed appagato che ritornerà ad acquistare.

Per quanto ovvia, anche in tempi normali (non di crisi), la formula, nella stragrande maggioranza delle piccole imprese, non viene rispettata perché le aziende spesso mettono sul mercato prodotti o servizi senza sapere se piacciono ai clienti. Non li interrogano e non li ascoltano. Sono convinti che se il prodotto o il servizio piace a loro, allora deve soddisfare anche il consumatore.

Figuriamoci in un periodo crisi in cui le abitudini di acquisto sono state completamente stravolte: come stiamo decidendo, in questo periodo di quarantena, dove acquistare una pizza?

E’ una domanda fondamentale per qualsiasi imprenditore che deve gestire la fase adattiva alla crisi di lunga durata post emergenza, quella fase in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani.

Trustpilot (www.trustpilot.it), una delle principali piattaforme di recensioni al mondo, ha voluto indagare – con un sondaggio aperto attraverso il proprio portale – su come l’attenzione dei consumatori si sia modificata a seguito dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in tutto il mondo.

L’epidemia di coronavirus sta mettendo in discussione tutte le aree della vita quotidiana, compresa quella dei consumi; motivo per cui sta sensibilmente crescendo l’attenzione del consumatore nella fase che precede un acquisto, come forma ulteriore di tutela personale.

In altri termini, prima di acquistare una pizza durante la fase 2 della quarantena, il consumatore, ancor più di prima, sceglie la pizzeria dopo aver verificato le recensioni sulle diverse piattaforme.

La crescente necessità di ricevere un’informazione adeguata deriva anche da una maggiore sfiducia nei confronti delle imprese cui era stata evidenziata “insoddisfazione” già prima dell’inizio dell’emergenza. Infatti il livello di fiducia nelle aziende è rimasto invariato per circa il 60% degli intervistati ma è ulteriormente diminuito per il 16,5% del campione.

Traducendo: se quella pizzeria era già recensita male prima del Covid-19, il consumatore non la sceglierà mai, a maggior ragione oggi che deve utilizzare la modalità di acquisto on-line.

Nel bene e nel male, dunque, è più alto l’interesse legato all’operato delle aziende ed uno dei nuovi parametri che determina se dare o meno fiducia ad un’azienda è capire come questa stia gestendo l’emergenza (ad esempio le frodi): è importante o molto importante valutare questo parametro per l’80,3% degli intervistati italiani e risulta ininfluente solo per l’8,5% degli stessi.

Cari imprenditori, poiché nel processo di costruzione dell’adattabilità di un’organizzazione non si sa mai esattamente dove si andrà a finire, conviene “ascoltare” continuamente il vostro cliente (anche potenziale) che, nel frattempo, ha modificato le sue abitudini acquisto.

Avete mai fatto una indagine di soddisfazione dei consumatori del vostro prodotto/servizio? Avete mai calcolato un “indice di fedeltà” della vostra clientela?

E’ un piccolo investimento (non un costo) che può e deve fare anche il piccolo imprenditore.

Utilizzare ancora solo il metodo del naso, il famoso e ormai logoro “intuito” dell’italico imprenditore, porta al fallimento.

E non è colpa delle banche e del coronavirus.

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Basta con l’intuito, l’imprenditore oggi più che mai deve saper ascoltare

Basta con l’intuito, l’imprenditore oggi più che mai deve saper ascoltare


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Come stiamo decidendo, in questo periodo di quarantena, dove acquistare una pizza?

È una domanda fondamentale per qualsiasi imprenditore che deve gestire la fase adattiva alla crisi di lunga durata post emergenza, quella fase in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani.

Trustpilot (www.trustpilot.it) una delle principali piattaforme di recensioni al mondo, ha voluto indagare – con un sondaggio aperto attraverso il proprio portale – su come l’attenzione dei consumatori si sia modificata a seguito dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in tutto il mondo.

Lo evidenzia il dato legato a quanto vengano consultate le recensioni: oltre un terzo del campione (il 34,2%) le legge maggiormente in questo periodo rispetto a quello pre-Covid. Si tratta del dato più alto rispetto al resto d’Europa.

In altri termini, prima di acquistare una pizza durante la fase 2 della quarantena, il consumatore, ancor più di prima, sceglie la pizzeria dopo aver verificato le recensioni sulle diverse piattaforme

La crescente necessità di ricevere un’informazione adeguata deriva anche da una maggiore sfiducia nei confronti delle imprese cui era stata evidenziata “insoddisfazione” già prima dell’inizio dell’emergenza. Infatti il livello di fiducia nelle aziende è rimasto invariato per circa il 60% degli intervistati ma è ulteriormente diminuito per il 16,5% del campione.

Traducendo: se quella pizzeria era già recensita male prima del Covid19, il consumatore non la sceglierà mai, a maggior ragione oggi che deve utilizzare la modalità di acquisto on-line.

Nel bene e nel male, dunque, è più alto l’interesse legato all’operato delle aziende e uno dei nuovi parametri che determina se dare o meno fiducia a un’azienda è capire come questa stia gestendo l’emergenza (ad esempio le frodi): è importante o molto importante valutare questo parametro per l’80,3% degli intervistati italiani e risulta ininfluente solo per l’8,5% degli stessi.

Cari imprenditori, poiché nel processo di costruzione dell’adattabilità di un’organizzazione non si sa mai esattamente dove si andrà a finire, conviene “ascoltare” continuamente il vostro cliente (anche potenziale) che, nel frattempo, ha modificato le sue abitudini acquisto.

Avete mai fatto una indagine di soddisfazione della clientela?

È un piccolo investimento (non un costo) che può e deve fare anche il piccolo imprenditore.

Utilizzare ancora solo il metodo del naso, il famoso e ormai logoro “intuito” dell’italico imprenditore, porta al fallimento.

E non è colpa delle banche e del coronavirus.

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Coronavirus: passata l’emergenza, le imprese dovranno cambiare vita. O falliranno

Coronavirus: passata l’emergenza, le imprese dovranno cambiare vita. O falliranno


Articolo  a cura di Vincenzo Imperatore

Non sarà solo colpa delle banche e delle misure del governo per fronteggiare la crisi da coronavirus. Se falliranno molte imprese la responsabilità non potrà non ricadere anche sulle scelte e le decisioni dell’imprenditore.

Quantomeno per rispettare l’etimologia della parola “crisi” che deriva dal greco κρίσις che significa appunto “scelta, decisione”.

I nostri imprenditori (piccoli e grandi) sono preparati a reagire con prontezza e professionalità a questo nuovo sistema? Hanno sviluppato all’interno delle loro organizzazioni una “cultura della gestione delle crisi”?

Hanno costruito nel frattempo manager abbastanza solidi da prendere decisioni ponderate e corrette anche quando il mondo accelera, che è sostanzialmente ciò che avviene durante una crisi?

Perché la gestione di una crisi (che, ribadiamo, non è più crisi quando diventa stabile) ha due fasi:

 la fase dell’emergenza, in cui è necessario buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo. E noi italiani siamo antropologicamente strutturati per gestire con efficienza questa fase. Quando c’è una catastrofe naturale, gli imprenditori italiani non hanno bisogno di una chiamata all’azione. Sono già allenati a muoversi nelle emergenze.

 la fase adattiva, in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani. E’ in questa fase, che non è più di emergenza, che gli imprenditori devono sviluppare “pratiche innovative” mantenendo nel contempo le best practices di oggi. Ma se non hai un sistema di controllo di gestione, se non adotti strumenti di indagine di customer satisfaction, se la gestione delle risorse umane è ancora limitata alla rilevazione delle assenze/presenze e alla elaborazione della busta paga, allora non sei pronto per affrontare il cambiamento. Nel mondo delle piccole imprese c’è un’arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente.

Considerate il tipico infarto che colpisce nel cuore della notte. La squadra di pronto soccorso porta il paziente in ospedale, dove team esperti di medicina e chirurgia d’urgenza lo sottopongono a procedure prestabilite perché non c’è tempo per l’improvvisazione creativa, lo stabilizzano e poi gli praticano l’angioplastica o eventualmente un bypass coronarico.

L’emergenza è passata ma resta ancora tutta una serie di problemi complessi, ancorché meno urgenti. Quando si riprenderà dall’intervento, come farà a prevenire un altro infarto? E come potrà adattarsi alle incertezze della sua nuova condizione clinica per vivere una vita quasi normale? La crisi è tutt’altro che risolta.

Un’impresa che dipende esclusivamente dal “metodo del naso”, il famoso e ormai logoro “fiuto” dell’italico imprenditore, per rispondere alle sfide di un mondo in trasformazione rischia il fallimento. Questo rischio aumenta se traiamo le conclusioni sbagliate dalla ripresa (+4,25% del Pil mondiale nel 2021 secondo il Fmi) che farà probabilmente seguito alla crisi economica in atto.

Molti sopravvivono agli infarti, ma quasi tutti i pazienti che vengono sottoposti a interventi di cardiochirurgia tornano ben presto alle antiche abitudini: solo un 20% smette di fumare, cambia dieta o si mette fare più esercizio fisico.

I rischi e l’incertezza rimangono, ma la minore urgenza impedisce alla maggior parte di essi di focalizzarsi sull’importanza del cambiamento.

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Il prestito alle imprese in crisi è un grande bluff

Il prestito alle imprese in crisi è un grande bluff


Intervista di Lorenza Misuraca a Vincenzo Imperatore

Il decreto liquidità, convertito in legge, è stato pubblicato con l’intenzione di dare una boccata d’aria per le imprese in difficoltà a causa del lockdown per il covid-19. È davvero lo strumento adatto? E come si può essere sicuri che la banca a cui ci si è rivolti non stia applicando tassi d’interesse scorretti? Abbiamo posto queste domande a Vincenzo Imperatore, consulente e esperto finanziario.
Imperatore, c’è un limite per i tassi d’interesse applicabili ai prestiti stabiliti dal decreto liquidità?
È stabilito dal decreto che i tassi d’interesse devono essere inferiori a quelli mediamente applicati dalle banche per operazioni similari senza garanzie. Essendo questo un mutuo chirografario, e non ipotecario, benché ci sia la garanzia dello stato, se si va sul sito della Banca d’Italia per la rilevazione dei tassi medi applicati dal sistema bancario per le operazioni di tipo “prestito personale”, noti che nell’ultima rilevazione il tasso medio applicato dal sistema bancario è il 9,84. Per cui tutto ciò che è sotto questo tasso per il decreto è accettabile. Poi eticamente è un’altro discorso.
Come si stanno comportando le banche?
La maggior parte si fermano intorno al 2-3%, ma ci sono anche casi, come uno di una banca di promozione che addirittura lo vendeva al 9%.
Se una banca propone un tasso più alto, che si può fare?
Può fare un esposto a Banca d’Italia, tramite il sito.
In generale, questa misura la convince?
È un grandissimo bluff. Sono stati messi una serie di paletti per cui viene escluso almeno l’80% delle riprese nel nostro paese.
Quali sono questi paletti?
Le segnalazioni nella centrale rischi anche di una sola rata pagata con 90 giorni di ritardo che ti escludo dal beneficio. Un’altro è la valutazione del merito creditizio per i finanziamenti superiori a 25 mila euro. E siccome i criteri erano stringenti prima, non essendo cambiato nulla, saranno stringenti anche dopo. E ricordiamo che il prestito rappresenta il 25% del tuo fatturato, quindi se hai fatto 50mila di fatturato, hai 12,5 mila euro.
Ma lo stato garantisce sempre?
La banca è garantita da un minimo dell’80 a un massimo del 100 per cento. Ma la banca si può rifiutare dicendo ho valutato il tuo merito creditizio e non meriti.
Da questo punto di vista, chi chiede fino a 25mila euro sta al sicuro.
Sotto i 25mila euro non vale ma vale il primo criterio che dicevamo sulla rata di un finanziamento qualsiasi non pagata per 90 giorni.
Come le sembra stia andando il prestito alle imprese in crisi in questa prima fase?
Se vai sul sito del fondo di garanzia, fino a ieri erano state presentate solo 25mila domande. Se si pensa che ci sono 4,3 milioni di imprese nel nostro paese, siamo solo allo 0,66 per cento dopo 15 giorni. Significa che le banche fanno già tanta selezione



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Chi non ascolta il cliente fallisce a prescindere da banche e Covid-19

Chi non ascolta il cliente fallisce a prescindere da banche e Covid-19


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


In quarantena un terzo dei consumatori ha aumentato l'abitudine di leggere le recensioni prima di fare un acquisto online. E accadrà anche nella fase 2. Ecco perché per le imprese è fondamentale fare un'indagine di soddisfazione. L'intuito dell'italico imprenditore non basta più.
Come stiamo decidendo, in questo periodo di quarantena, dove acquistare una pizza? È una domanda fondamentale per qualsiasi imprenditore che deve gestire la fase adattiva alla crisi di lunga durata post emergenza coronavirus, quella fase in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani.
CRESCE L’ATTENZIONE PRE-ACQUISTO

Trustpilot, una delle principali piattaforme di recensioni al mondo, ha voluto indagare – con un sondaggio aperto attraverso il suo portale – su come l’attenzione dei consumatori si sia modificata a seguito dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in tutto il mondo.
L’epidemia di Covid-19 sta mettendo in discussione tutte le aree della vita quotidiana, compresa quella dei consumi; motivo per cui sta sensibilmente crescendo l’attenzione del consumatore nella fase che precede un acquisto, come forma ulteriore di tutela personale.

VERIFICA DEI GIUDIZI SULLE VARIE PIATTAFORME

Lo evidenzia il dato legato a quanto vengano consultate le recensioni: oltre un terzo del campione (il 34,2%) le legge maggiormente in questo periodo rispetto a quello pre-Covid. Si tratta del dato più alto rispetto al resto d’Europa. In altri termini, prima di acquistare una pizza durante la fase 2 della quarantena, il consumatore, ancor più di prima, sceglie la pizzeria dopo aver verificato i giudizi sulle diverse piattaforme.

CRESCE LA SFIDUCIA NEI CONFRONTI DELLE IMPRESE
La crescente necessità di ricevere un’informazione adeguata deriva anche da una maggiore sfiducia nei confronti delle imprese cui era stata evidenziata “insoddisfazione” già prima dell’inizio dell’emergenza. Infatti il livello di fiducia nelle aziende è rimasto invariato per circa il 60% degli intervistati, ma è ulteriormente diminuito per il 16,5% del campione. Traducendo: se quella pizzeria era già recensita male prima del Covid-19, il consumatore non la sceglierà mai, a maggior ragione oggi che deve utilizzare la modalità di acquisto online.IMPORTANTE 


PER ESEMPIO IL PARAMETRO SULLE FRODI
Nel bene e nel male, dunque, è più alto l’interesse legato all’operato delle aziende e uno dei nuovi parametri che determina se dare o meno fiducia a un’impresa è capire come questa stia gestendo l’emergenza (per esempio le frodi): è importante o molto importante valutare questo dato per l’80,3% degli intervistati italiani e risulta ininfluente solo per l’8,5% degli stessi.

Cari imprenditori, poiché nel processo di costruzione dell’adattabilità di un’organizzazione non si sa mai esattamente dove si andrà a finire, conviene “ascoltare” continuamente il vostro cliente (anche potenziale) che, nel frattempo, ha modificato le sue abitudini di acquisto. Avete mai fatto una indagine di soddisfazione della clientela? È un piccolo investimento (non un costo) che può e deve fare anche il piccolo imprenditore. Utilizzare ancora solo il metodo del naso, il famoso e ormai logoro “intuito” dell’italico imprenditore, porta al fallimento. E non è colpa delle banche e del coronavirus.

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Decreto liquidità, perché molte aziende non potranno chiedere il finanziamento fino a 25mila euro

Decreto liquidità, perché molte aziende non potranno chiedere il finanziamento fino a 25mila euro


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Col decreto liquidità il governo dice di aver messo in campo 400 miliardi per far sopravvivere le imprese: peccato che quei soldi a molte imprese non arriveranno mai. Soprattutto i finanziamenti sotto i 25mila euro sono solo per le imprese che non hanno sofferenze con le banche o fornitori che non pagano. Curare l’economia, a queste condizioni, è davvero dura.

Il decreto liquidità ha "bluffato": l’Europa può stare tranquilla perché i 400 miliardi mobilitati dal governo Conte rischiano di non essere mai utilizzati. Le parole enfatiche del governo – “si tratta di una misura storica”, è stato il commento più sobrio – rischiano di rivelarsi un boomerang epocale.

Le misure creditizie messe a disposizione delle imprese rischiano infatti di rimanere in moltissimi casi inutilizzate. I motivi sono semplici: per i finanziamenti superiori a 25.000 euro la concessione è subordinata alla valutazione del merito creditizio da parte delle banche basata “sulla situazione finanziaria pre-crisi e non sull’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”; una formula vaga che attribuisce un enorme potere discrezionale al sistema bancario che, secondo le regole di Basilea – quelle che disciplinano l’erogazione creditizia -, valuta “in base alla situazione finanziaria pre-crisi”.

Per l'appunto, nella situazione finanziaria pre-crisi le banche già non erogavano fidi: perché le nostre piccole imprese sono, nella maggior parte dei casi sottocapitalizzate. Perché i ricavi sono “annacquati”. E infine perché, sono sovraindebitate: in media, le imprese italiane hanno un capitale proprio pari alla metà del capitale che chiedono in prestito ad altri. Magari ci sbagliamo, ma è difficile che qualche piccola impresa possa aver accesso a questi finanziamenti.

Vero, direte voi, ma ci sono anche i finanziamenti fino a 25.000 euro, quelli garantiti al 100% dallo Stato. Quelli per cui il decreto prevede l'erogazione automatica delle banche alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di presentazione del provvedimento, ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”. Peccato che non abbia specificato però quanto previsto all’art.14 e cioè, semplificando, che le garanzie statali non saranno rilasciate per quelle imprese che, anteriormente al 30 gennaio 2020, avevano una posizione classificata in uno dei seguenti modi:

di sofferenza, cioè con crediti la cui totale riscossione non è certa poiché i soggetti debitori si trovano in stato d’insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili.
di partite incagliate, cioè con esposizioni verso affidati in temporanea situazione di obiettiva difficoltà che, peraltro, possa essere prevedibilmente superata in un congruo periodo di tempo.
di esposizioni scadute o sconfinanti, cioè esposizioni che sono scadute o eccedono i limiti di affidamento da oltre 90 giorni e oltre una predefinita soglia di rilevanza
di inadempienze probabili,  cioè esposizioni per le quali la banca valuta improbabile, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, che il debitore adempia integralmente le sue obbligazioni creditizie, a prescindere dalla presenza di eventuali  rate o importi scaduti e non pagati.
È una scelta, quest'ultima, che ha una sua logica: le  banche avrebbero potuto approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il rischio insolvenza di molte delle imprese loro affidatarie dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti. Piccolo problema: in quelle quattro categorie rientra una larga parte delle piccole e medie imprese italiane.

Ricordiamo che tra le “sofferenze” possiamo trovare anche segnalazioni di imprese (tante) che, in questi ultimi anni, hanno portato come attori (e non convenuti) le banche in tribunale per vedersi riconosciuti i loro diritti a fronte di abusi commessi (anatocismo, ecc…). E che tra le “esposizioni scadute o sconfinanti” possiamo trovare anche imprese che da più di 90 giorni non sono riuscite ad onorare anche una sola rata del finanziamento ottenuto.

Ricordiamo infine che tra le “inadempienze probabili” possiamo trovare anche imprese che sono solo “sospettate” di attraversare un periodo di crisi finanziaria. Un numero? Secondo i dati di Bankitalia nel quarto trimestre 2019 solo nella categoria “sofferenze” erano segnalate circa 271.000 imprese su un totale di 4,3 milioni censite dall’Istat (6%). E a fine giugno 2019 le consistenze dei crediti deteriorati (la somma delle 4 categorie) erano di circa 177 miliardi di euro. In altri termini, volendo esasperare, è come se ogni impresa italiana avesse mediamente un “credito deteriorato” di 40.000 euro circa. Se queste sono le premesse, la cura del governo per l'economia italiana bloccata dalla pandemia rischia di essere un bicchiere d'acqua fresca.


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Coronavirus, il dl liquidità è un bluff. Dai benefici è escluso (ingiustamente) il 70% delle imprese

Coronavirus, il dl liquidità è un bluff. Dai benefici è escluso (ingiustamente) il 70% delle imprese


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore
Il decreto liquidità è un bluff. Può stare tranquilla l’Europa perché i 400 miliardi non saranno mai utilizzati. Le parole enfatiche del governo (“si tratta di una misura storica”) sono vere: per me si tratta davvero di una bufala epocale. Le misure creditizie messe a disposizione delle imprese non saranno utilizzate almeno nel 70% dei casi per due motivi.
Una formula vaga che attribuisce un enorme potere discrezionale al sistema bancario.
Ma i “tecnici dei ministeri” sanno che, secondo le regole di Basilea (che disciplinano l’erogazione creditizia), “in base alla situazione finanziaria pre-crisi” le banche già non erogavano fidi perché le nostre piccole imprese, nel 80% dei casi, sono sottocapitalizzate, hanno una leva finanziaria (rapporto di indebitamento) sempre superiore a 2 (significa che il capitale ottenuto da terzi per finanziare gli investimenti è maggiore del capitale proprio) e gli utili sono “annacquati” (termine “banchese” per dire che c’è evasione fiscale e che il costo del personale è sottostimato)?
Per quanto riguarda invece i finanziamenti fino a 25.000 euro, garantiti al 100% dallo Stato, il decreto prevede che le banche dovranno erogare in automatico alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori.
Addirittura il presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di presentazione del provvedimento, ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”.
Peccato che non abbia specificato quanto previsto all’articolo 13 e cioè, semplificando, che le garanzie statali non saranno rilasciate per quelle imprese che, anteriormente al 30 gennaio 2020, avevano una posizione già classificata a:
– sofferenze: crediti la cui totale riscossione non è certa poiché i soggetti debitori si trovano in stato d’insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili.
– partite incagliate: esposizioni verso affidati in temporanea situazione di obiettiva difficoltà che, peraltro, possa essere prevedibilmente superata in un congruo periodo di tempo.
– esposizioni scadute e/o sconfinanti: esposizioni che sono scadute o eccedono i limiti di affidamento da oltre 90 giorni e oltre una predefinita soglia di rilevanza.
– inadempienze probabili: esposizioni per le quali la banca valuta improbabile, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, che il debitore adempia integralmente le sue obbligazioni creditizie, a prescindere dalla presenza di eventuali rate o importi scaduti e non pagati.
La ratio di tale norma risiede nel contenimento di potenziali manovre subdole da parte delle banche che avrebbero potuto inficiare l’utilizzo dei soldi messi a disposizione della economia reale e della emergenza.
In altri termini, per non consentire alle banche di approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il pregresso rischio insolvenza dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti.
Un piccolo particolare: per contenere le azioni dei “furbi” banchieri si escludono dalla manovra milioni di imprese. Perché in quelle 4 categorie di cui sopra rientra praticamente il mondo delle piccole imprese.
Ricordo che tra le “sofferenze” possiamo trovare anche segnalazioni di imprese (tante) che, in questi ultimi anni, hanno portato come attori (e non convenuti) le banche in tribunale per vedersi riconosciuti i loro diritti a fronte di abusi commessi (usura, anatocismo, ecc….) per cui non solo l’imprenditore è stato truffato dalla banca ma ora, per effetto dell’esercizio di un diritto, si vede negare la possibilità di accedere a tale aiuto.
Ricordo anche che tra “esposizioni scadute e/o sconfinanti” possiamo trovare anche imprese che da più di 90 giorni non sono riuscite ad onorare anche una sola rata del finanziamento ottenuto per acquistare il materasso in tv.
Ricordo che tra le “inadempienze probabili” possiamo trovare anche imprese che sono solo “sospettate” di attraversare un periodo di crisi finanziaria.
Volete un numero? Secondo i dati di Bankitalia, nel quarto trimestre 2019 solo nella categoria“sofferenze”erano segnalate circa 271.000 imprese su un totale di 4,3 milioni censite dall’Istat (6%). E a fine giugno 2019 le consistenze dei crediti deteriorati (la somma delle 4 categorie) erano di circa 177 miliardi di euro!
Chiaro ora?
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Decreto Liquidità: state attenti!

Decreto Liquidità: state attenti!


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Le banche potrebbero approfittare della garanzia statale per estinguere debiti già esistenti prima dell’emergenza

Il governo pensa di aver fatto il muscolare con le banche attraverso l’inserimento nel “decreto liquidità” di misure di contenimento di potenziali manovre subdole che avrebbero potuto inficiare l’utilizzo dei soldi messi a disposizione della economia reale e della emergenza.

Ma così non sarà. Perché ci sono dei precedenti

Ci sono, infatti, due misure all’interno del decreto liquidità che, all’apparenza, potrebbero sembrare ostili al sistema bancario. Solo “all’apparenza” però.
Seguitemi

La prima misura riguarda il divieto per le banche di utilizzare i finanziamenti concessi per effetto del provvedimento per estinguere prestiti preesistenti.

La seconda invece prevede che non possano accedere alle misure previste dal decreto liquidità le imprese che alla data del 31 gennaio 2020 avevano una posizione già classificata a:
– sofferenza
– partite incagliate
– esposizioni scadute e/o sconfinanti
– inadempienze probabili

Tali provvedimenti sono stati pensati e giustamente deliberati per non consentire alle banche di approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il pregresso rischio insolvenza dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti.

Ma forse i “tecnici e gli esperti” che hanno preparato il decreto non sanno o hanno dimenticato che nei bilanci delle banche ci sono milioni di crediti che, sebbene formalmente regolari (“in bonis”) per non pagare gli accantonamenti prudenziali previsti dalla disciplina degli accordi interbancari di Basilea, sono di fatto “crediti deteriorati”.

Ecco, proprio su questi crediti e nei confronti di questi imprenditori si abbatterà la scure del terrorismo psicologico dei manager e consulenti finanziari che si manifesterà con una subdola formula (tra poco la leggerete) attraverso la quale i funzionari di banca minacceranno di catalogare quel credito come “sofferenza” nel caso non venga estinto (o comunque ridotto) immediatamente con parte del nuovo finanziamento.

Ma tutto ciò, come già anticipato, non è una novità

Le banche, da sempre, nonostante la conferma anche da parte della Corte di Cassazione (ordinanza 26770/2019), hanno continuato ad erogare finanziamenti sotto forma camuffata di “mutuo di scopo”, un contratto ritenuto appunto nullo anche dalla corte suprema e stipulato per consentire al mutuatario di ripianare la propria esposizione debitoria nei confronti della banca mutuante o di altri istituti di credito.

E se lo hanno fatto finora perché non dovrebbero continuare a farlo? Come?

Ve lo spiego con un esempio recuperato dal cassetto della memoria di un ex bancario che ha scritto “Io so e ho le prove”.

La banca concede il finanziamento di 25.000 euro a un imprenditore che eè solo formalmente “in bonis” ma che la banca vorrebbe cacciare a calci in culo perché non riesce a rimborsare un precedente prestito di 10.000 euro.

E gli dice: “caro imprenditore, a fronte dei 25.000 euro che hai ottenuto, io nel frattempo ti sbocco solo 10.000 euro che tu, però, canalizzi su un conto corrente di una altra banca e solo tra 15 giorni, quando farai ritornare qui quei soldi per estinguere il tuo prestito mal condotto, io ti metterò a disposizione gli altri 15.000 euro”.

Una manovra surrettizia e scorretta che aggirerà il divieto senza che nessuno se ne possa accorgere.

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Decreto liquidità, così le banche potrebbero aggirarlo

Decreto liquidità, così le banche potrebbero aggirarlo


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Il governo pensa di aver fatto il muscolare con le banche attraverso l’inserimento nel “decreto liquidità” di misure di contenimento di potenziali manovre subdole che avrebbero potuto inficiare l’utilizzo dei soldi messi a disposizione della economia reale e della emergenza. Ma cosi non sarà. Perché ci sono dei precedenti. Ci sono, infatti, due misure all’interno del decreto liquidità che, all’apparenza, potrebbero sembrare ostili al sistema bancario. Solo “all’apparenza” però.

Seguitemi:

1. La prima misura riguarda il divieto per le banche di utilizzare i finanziamenti concessi per effetto del provvedimento per estinguere prestiti preesistenti;

2. La seconda invece prevede che non possano accedere alle misure previste dal decreto liquidità le imprese che alla data del 31 gennaio 2020 avevano una posizione già classificata a:

– sofferenza;
– partite incagliate;
– esposizioni scadute e/o sconfinanti;
 inadempienze probabili.

Tali provvedimenti sono stati pensati e giustamente deliberati per non consentire alle banche di approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il pregresso rischio insolvenza dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti.

Ma forse i “tecnici e gli esperti” che hanno preparato il decreto non sanno o hanno dimenticato che nei bilanci delle banche ci sono milioni di crediti che, sebbene formalmente regolari (“in bonis”) per non pagare gli accantonamenti prudenziali previsti dalla disciplina degli accordi interbancari di Basilea, sono di fatto “crediti deteriorati”.

Ecco, proprio su questi crediti e nei confronti di questi imprenditori si abbatterà la scure del terrorismo psicologico dei manager e consulenti finanziari che si manifesterà con una subdola formula (tra poco la leggerete) attraverso la quale i funzionari di banca minacceranno di catalogare quel credito come “sofferenza” nel caso non venga estinto (o comunque ridotto) immediatamente con parte del nuovo finanziamento.

Ma tutto ciò, come già anticipato, non è una novità. Le banche, da sempre, nonostante la conferma anche da parte della Corte di Cassazione (ordinanza 26770/2019), hanno continuato ad erogare finanziamenti sotto forma camuffata di mutuo di scopo”, un contratto ritenuto appunto nullo anche dalla Corte suprema e stipulato per consentire al mutuatario di ripianare la propria esposizione debitoria nei confronti della banca mutuante o di altri istituti di credito. E se lo hanno fatto finora perché non dovrebbero continuare a farlo?

Come? Ve lo spiego con un esempio recuperato dal cassetto della memoria di un ex bancario che ha scritto “Io so e ho le prove”. La banca concede il finanziamento di 25.000 euro a un imprenditore che è solo formalmente “in bonis” ma che la banca vorrebbe cacciare a calci perché non riesce a rimborsare un precedente prestito di 10.000 euro. E gli dice: “Caro imprenditore, a fronte dei 25.000 euro che hai ottenuto, io nel frattempo ti sbocco solo 10.000 euro che tu, però, canalizzi su un conto corrente di una altra banca e solo tra 15 giorni, quando farai ritornare qui quei soldi per estinguere il tuo prestito mal condotto, io ti metterò a disposizione gli altri 15.000 euro”.

Una manovra surrettizia e scorretta che aggirerà il divieto senza che nessuno se ne possa accorgere. Buona Pasqua a tutti

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Mes e liquidità: traduzione dal banchese all’italiano

Mes e liquidità: traduzione dal banchese all’italiano


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria.

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) a il Dubbio. Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato? Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa. Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia piena dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa «a prima chiamata», cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

Solo per inciso occorre ricordare che il merito del credito attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tivù!

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i Paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Domanda a cui abbiamo già risposto la settimana scorsa. A ogni modo Patuelli, ex politico che oggi fa il banchiere, afferma: «Se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati….» e contrariamente a quanto da lui sostenuto nel novembre scorso, lascia percepire che il suo orientamento è pro Mes. Sarà forse perché vuole ammorbidire i controllori della Bce che, dal congedo di Mario Draghi, sono stati abbastanza rigidi e cattivi con le banche italiane?

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Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino

Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Siamo protagonisti di un evento storico per la prima volta. Finora solo spettatori come nel caso dell’attacco alle Twin towers. Eravamo passivi e ci limitavamo a osservare ciò ci succedeva intorno. Ora siamo attori di un dramma e, prima o poi, dovremo fare i conti anche con le nostre scelte. Non possiamo continuare a non interessarci alle decisioni finanziarie che regoleranno il futuro nostro e dei nostri figli.
Premessa breve (e forse inutile) per introdurre il tema del finanziamento della emergenza: Mes euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i Paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. Ed in fretta. Il resto non conta.
Invece dobbiamo sapere cosa sta accadendo alle nostre spalle perché le aspettative, se non soddisfatte, producono poi molta infelicità. Mi sforzerò, anche rischiando di far arricciare il naso per disgusto a qualche illustre professore di finanza, di rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti.

BERLINO È L’AZIONISTA DI MAGGIORANZA DEL MES
Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre. Il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) nasce nel 2010-2011 quando alcuni Paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario e si doveva superare la prescrizione dell’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli Stati membri (e alla Bce) di salvare «Paesi in difficoltà» basandosi sulla logica che gli Stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi, nella convinzione che altri Paesi correranno in loro soccorso. Ma il momento era critico, alcuni Stati rischiavano il default.
Chi riceve i prestiti dal Mes si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa che definisce quali misure si impegna a prendere in termini di tagli e di riforme
Da qui l’aggiramento dell’art. 123, prima con un fondo temporaneo (l’Efsf che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il Mes appunto. Tralaltro, ricordiamolo, il Mes nasce dietro forte pressione dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (Bot, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.
Il Mes (o Fondo salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il Mes può concedere prestiti ai Paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle ordinarie  (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus –  e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri. Guaio in comune, mezzo gaudio. Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta non ci sta. Secondo voi come andrà a finire?
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Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie

Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

 

Leggo e rileggo la bozza del decreto liquidità e mi rendo conto che tra gli “esperti” che lo hanno preparato non ce ne è uno, ma proprio uno, che abbia vissuto un’ora tra le procedure e le dinamiche comportamentali delle banche. Decine di pagine per spiegare il meccanismo delle garanzie dello Stato e poche, vaghe e approssimative righe per capire chi, come e quando potrà ottenere la liquidità necessaria per far sopravvivere la propria azienda. Anzi, a rileggerle bene quelle poche righe emerge una sola certezza: l’attribuzione di un potere pericoloso alle banche che continueranno ad assumere comportamenti dilatori e stancanti per il piccolo imprenditore esausto.

La prima anomalia riguarda i prestiti fino a 25mila euro che le banche dovranno erogare in automatico alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori. Ieri il presidente del Consiglio ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”.

Che significa “subito”? Avete idea di cosa stia succedendo nelle banche per ottenere la sospensione del pagamento delle rate di mutuo prevista dal decreto “Cura Italia”? Sapete quanto ostruzionismo, arroganza, indifferenza stanno incontrando i cittadini italiani?

La seconda anomalia riguarda invece i prestiti fino a 800mila euro per i quali il decreto prevede che ci sarà sempre garanzia fino al 100%, ma con il 90% garantito dallo Stato e la controgaranzia del 10% dei Confidi. La concessione non sarà automatica ma si baserà su una valutazione del merito creditizio che “tenga conto della situazione finanziaria pre-crisi e non dell’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”.

Ma i “tecnici dei ministeri” sanno che, secondo le regole di Basilea (che disciplinano l’erogazione creditizia), “in base alla situazione finanziaria pre-crisi” le banche non erogavano fidi perché le nostre piccole imprese sono sottocapitalizzate, hanno una leva finanziaria (rapporto di indebitamento) nel 90% dei casi sempre superiore a 2 (significa che il capitale ottenuto da terzi per finanziare gli investimenti è maggiore del capitale proprio) e i ricavi sono “annacquati” (termine “banchese” per dire che c’è evasione fiscale)? E poi lo sanno che la maggior parte dei Confidi sono praticamente già morti?

La terza anomalia riguarda l’ammontare della richiesta di finanziamento. Il decreto prescrive che l’importo del prestito assistito da garanzia non potrà essere superiore al 25% del fatturato 2019 o al doppio dei costi del personale registrati sempre lo scorso anno. Vale anche per le piccole imprese il cui fatturato non è veritiero (evasione fiscale) e che hanno in media 5 dipendenti “inquadrati”?

L’ultima anomalia riguarda i tassi sui prestiti concessi dalle banche. Le bozze si limitano a dire che dovranno essere inferiori a quelli stabiliti per operazioni analoghe. Hanno capito i “saggi” che una formulazione così vaga lascia aperta a possibili rialzi o cartelli? Tutto ciò è solo incompetenza o si tratta della conferma della storica collusione della politica con la lobby finanziaria?

Muovetevi a chiarire, emendare, correggere quel decreto perché la gente onesta, il paese reale come lo chiamate voi che non avete mai vissuto l’esperienza di “alzare la saracinesca”, non ce la fa più!

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Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie

Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

 

Leggo e rileggo la bozza del decreto liquidità e mi rendo conto che tra gli “esperti” che lo hanno preparato non ce ne è uno, ma proprio uno, che abbia vissuto un’ora tra le procedure e le dinamiche comportamentali delle banche. Decine di pagine per spiegare il meccanismo delle garanzie dello Stato e poche, vaghe e approssimative righe per capire chi, come e quando potrà ottenere la liquidità necessaria per far sopravvivere la propria azienda. Anzi, a rileggerle bene quelle poche righe emerge una sola certezza: l’attribuzione di un potere pericoloso alle banche che continueranno ad assumere comportamenti dilatori e stancanti per il piccolo imprenditore esausto.

La prima anomalia riguarda i prestiti fino a 25mila euro che le banche dovranno erogare in automatico alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori. Ieri il presidente del Consiglio ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”.

Che significa “subito”? Avete idea di cosa stia succedendo nelle banche per ottenere la sospensione del pagamento delle rate di mutuo prevista dal decreto “Cura Italia”? Sapete quanto ostruzionismo, arroganza, indifferenza stanno incontrando i cittadini italiani?

La seconda anomalia riguarda invece i prestiti fino a 800mila euro per i quali il decreto prevede che ci sarà sempre garanzia fino al 100%, ma con il 90% garantito dallo Stato e la controgaranzia del 10% dei Confidi. La concessione non sarà automatica ma si baserà su una valutazione del merito creditizio che “tenga conto della situazione finanziaria pre-crisi e non dell’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”.

Ma i “tecnici dei ministeri” sanno che, secondo le regole di Basilea (che disciplinano l’erogazione creditizia), “in base alla situazione finanziaria pre-crisi” le banche non erogavano fidi perché le nostre piccole imprese sono sottocapitalizzate, hanno una leva finanziaria (rapporto di indebitamento) nel 90% dei casi sempre superiore a 2 (significa che il capitale ottenuto da terzi per finanziare gli investimenti è maggiore del capitale proprio) e i ricavi sono “annacquati” (termine “banchese” per dire che c’è evasione fiscale)? E poi lo sanno che la maggior parte dei Confidi sono praticamente già morti?

La terza anomalia riguarda l’ammontare della richiesta di finanziamento. Il decreto prescrive che l’importo del prestito assistito da garanzia non potrà essere superiore al 25% del fatturato 2019 o al doppio dei costi del personale registrati sempre lo scorso anno. Vale anche per le piccole imprese il cui fatturato non è veritiero (evasione fiscale) e che hanno in media 5 dipendenti “inquadrati”?

L’ultima anomalia riguarda i tassi sui prestiti concessi dalle banche. Le bozze si limitano a dire che dovranno essere inferiori a quelli stabiliti per operazioni analoghe. Hanno capito i “saggi” che una formulazione così vaga lascia aperta a possibili rialzi o cartelli? Tutto ciò è solo incompetenza o si tratta della conferma della storica collusione della politica con la lobby finanziaria?

Muovetevi a chiarire, emendare, correggere quel decreto perché la gente onesta, il paese reale come lo chiamate voi che non avete mai vissuto l’esperienza di “alzare la saracinesca”, non ce la fa più!

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Sai capire il «banchese»?

Sai capire il «banchese»?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere

Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria.

Consapevoli di non essere capiti

Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori ma probabilmente anche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”.

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio.

Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato?

Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa.

Garanzie e “merito del credito”

Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito” attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv!

Mes o coronabond?

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond?
Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia?

Domanda a cui abbiamo già risposto la settimana scorsa

Ad ogni modo Patuelli, ex politico che oggi fa il banchiere, da una sua affermazione (“ …se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati…”) lascia percepire che il suo orientamento è pro MES.

Vi meravigliate

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MES o Coronabond. Cosa conviene alle nostre banche?

MES o Coronabond. Cosa conviene alle nostre banche?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità  di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria. Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni ed interviste di addetti ai lavori  nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori ma probabilmente anche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”. 

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli,  presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio
Cosa ha voluto dire ? Quali messaggi ha lanciato? 
Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa. Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente)  o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito. Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito” attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, e’ abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv !

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond ? Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. Ed in fretta. Il resto non conta. 

Ad ogni modo Patuelli, ex politico trasformatosi in banchiere, da una sua affermazione (“ …se un privato fa i debiti, non puo’ scaricarli sulla comunita’. Vale anche per gli Stati….”) lascia percepire, contrariamente a quanto dichiarato nel novembre scorso,  che il suo orientamento è pro MES.

Vogliamo capire perchè cercando di spiegare in maniera semplice, se non semplicistica, questi due concetti?
Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre

Il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario.  All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla BCE) di ‘salvare’ paesi in difficoltà’” basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso. Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l’economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’EFSF che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il MES, peraltro, ricordiamolo, dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (BOT, Btp, Cct) non venissero piu’ sottoscritti. Il MES (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il MES può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo ma anche influente nei confronti degli organi di controllo delle banche presso la BCE.

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico(perche ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle classiche (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri. Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta frena su questo progetto. 

Più chiaro ora ?

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Il Mes è il prestito di tuo suocero, i coronabond sono i soldi che ti regala tuo padre

Il Mes è il prestito di tuo suocero, i coronabond sono i soldi che ti regala tuo padre


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria. Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori, ma probabilmente neanche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”.

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio. Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato?
Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa.

Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito”, attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito, ottenuto magari per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv.

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. E in fretta. Il resto non conta.

Ad ogni modo Patuelli dà una sua affermazione (“…se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati…”) lascia percepire che il suo orientamento è pro Mes. Vogliamo rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti? Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre.

Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario. All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla Bce) di ‘salvare’ paesi in difficoltà basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso.

Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l’economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’Efsf che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il Mes, peraltro, ricordiamolo, dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (Bot, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.

Il Mes (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il Mes può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€ 6,3 miliardi), Grecia (€ 61,9 miliardi) e Spagna (€ 41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli eurobond o coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’Eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento – quelle classiche (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri.

Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta frena su questo progetto.

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Coronavirus e banche : basta con i finti buonismi

Coronavirus e banche : basta con i finti buonismi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

La storia ce lo insegna. Il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. Dopo, quanto tutto sarà finito, ogni cosa ritornerà come prima. Il neologismo creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali. I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento. I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari. Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui.

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così. E’ vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset.

Ora arriva il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili, dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

E’ qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crac Parmalat, ecc) orientato a “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

Solo con i clienti più ostili, arrabbiati, poco concilianti, si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto. Un ossimoro, vero, ma state attenti perché già mi arrivano notizie di atteggiamenti di bancari che, infastiditi dalle richieste dei clienti, hanno assunto il solito atteggiamento dilatorio.

Basta con le sceneggiate. Siamo dentro la sofferenza, quindi bisogna ricominciare dai fatti. E se nessuno vuole concedere più la parola “buono” a chi si sforza di esserlo, vada per sciacallo – che in fondo è lo stesso di buonista.

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Mutui, la sospensione con il trucco. Così le banche escludono i morosi dall’agevolazione

Mutui, la sospensione con il trucco. Così le banche escludono i morosi dall’agevolazione


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Pensate che la sospensione del pagamento delle rate di mutuo relativo all’acquisto della prima casa significhi che non dovete fare nulla per ottenerla e non dovrete pagare? Non è così, o meglio non è così per milioni di italiani.

Spero sia solo un involontario e distratto assist del governo al mondo bancario che non aspettava altro per fare ostruzionismo e sfinire il cittadino che non riesce a pagare il mutuo per le conseguenze derivanti dalla quarantena per il coronavirus.

Forse nessuno ha letto in profondità il testo di legge ma la “distrazione” è presente al secondo comma dell’articolo 6 del decreto laddove è si stabilisce che “per tutto quanto non previsto dal presente decreto continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al DM n. 312/2010”.

Vado con ordine.

Innanzitutto l’agevolazione prevista dal decreto, è rivolta solo ai lavoratori dipendenti rimasti disoccupati o posti in cassa integrazione oppure ai lavoratori autonomi e liberi professionisti che dichiarino un abbattimento degli introiti superiore al 33% di quanto mediamente incassato nell’ultimo trimestre 2018, lasciando in tal modo fuori un bel pezzo della popolazione italiana che, a prescindere dalle considerazioni etiche, era stata considerata dal sistema bancario meritevole di credito al momento della concessione del mutuo.

Penso, ad esempio, ai disoccupati che, all’epoca della richiesta, probabilmente hanno esibito documenti falsi per ottenere il mutuo oppure a chi percepisce il reddito di cittadinanza e, comprensibilmente, paga le rate in ritardo, ma comunque entro i termini dell’articolo 40 del Testo Unico Bancario (ritardo tra i 30 e 180 giorni), per non parlare poi di quelli che da disoccupati, non avendo altre possibilità di impiego, hanno lavorato in “nero” e continuato a pagare i mutui che avevano ottenuto quando lavoravano (sempre in “nero”) ed adesso non possono più pagarli perché forzatamente a casa.

Ma le banche quando hanno concesso i mutui a chi non poteva averlo sono state stupide o avevano interesse a guadagnare? In ogni caso c’è un concorso di colpe!

Analizzando invece il testo del DM 312/2010 a cui si aggancia l’attuale decreto – che ha dato la possibilità di prorogare di 180 giorni il pagamento delle rate del mutuo – l’articolo 477 recita che: “La sospensione prevista dal comma 476 non può essere richiesta per i mutui che abbiano almeno una delle seguenti caratteristiche: a) ritardo nei pagamenti superiore a novanta giorni consecutivi al momento della presentazione della domanda da parte del mutuatario, ovvero per i quali sia intervenuta la decadenza dal beneficio del termine o la risoluzione del contratto stesso, anche tramite notifica dell’atto di precetto, o sia stata avviata da terzi una procedura esecutiva sull’immobile ipotecato; b) fruizione di agevolazioni pubbliche”.

Bingo!

Fonti interne ad alcune banche mi hanno confermato che nei confronti dei mutuatari con morosità al di sotto dei 90 giorni (e quindi legittimati a ottenere la sospensione), sapendo in anticipo che il “Cura Italia” sarebbe entrato in vigore da lì a poco, si sono avvalse in maniera subdola della prescrizione della seconda parte del comma A. Come??? Inviando, anche a chi era entro i termini dell’articolo 40 del Testo Unico Bancario e/o entro il ritardo dei 90 giorni, la lettera di “decadenza del beneficio del termine” (praticamente la risoluzione del contratto). Ed in tal modo si sono messi in pace con tantissimi mutuatari che pagavano in ritardo le rate del mutuo escludendoli dalla agevolazione.

Oltre a questo hanno fatto la furbata di retrodatare la lettera, inviata con raccomandata e utilizzando un corriere che non è Poste Italiane, di 15/20 giorni. Perché? Perché così facendo sulla lettera non vi è impressa (e quasi mai lo è) la data di consegna e, quindi, non potendolo dimostrare, fa fede la data di emissione della missiva. Furbi, vero?

Non solo ma al comma b) dell’articolo di legge si prescrive che non rientra nell’agevolazione chi “fruisce di agevolazioni pubbliche”. Sapete cosa sono le agevolazioni pubbliche? Senza voler fare elenchi, vi dico solo che se io, come milioni di italiani, ho contratto un mutuo con una banca per il tramite di una cooperativa edilizia, una parte degli interessi che devo pagare mi sono corrisposti dalla Regione.

Mi chiedo: ma in un momento di pandemia globale, a quelli che anziché pagare 700 euro al mese ne pagano 600/650 (per il piccolo contributo ottenuto dalla Regione) che cosa cambia? Ma era così difficile per il legislatore pensare che chi ha ottenuto un mutuo con un aiuto pubblico, in un momento come questo, non lo riesce a pagare?

Ma non era più semplice fare una legge con un solo articolo che sanciva che “a far data dal 1 febbraio 2020 si sospendono tutte le pratiche giudiziali tra banche e mutuatari fino alla fine dell’emergenza sanitaria”, senza per questo incidere sulla sostanza del contenzioso? Tutto ciò non avrebbe sospeso i termini delle controversie in corso, ma le avrebbe solo posticipate.

Io non so se tutto ciò sia costituzionale. So di certo che quello che sta avvenendo può innescare tensioni sociali di grosse proporzioni se non si provvede in tempo.

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MES o Euro(corona)bond?

MES o Euro(corona)bond?

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia ?

Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie,  interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. E in fretta. Il resto non conta.

Ma siccome il direttore di questo giornale me lo chiede, mi sforzerò, con simpatia e piacere, di rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti.

Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre.

Il MES (o Fondo Salva Stati)

Ad ogni modo il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia)  nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario. All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla BCE) di salvare “paesi in difficoltà’” basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi,  nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso.
Ma il momento era critico, alcuni paesi rischiavano il default.

Da qui l’aggiramento dell’art. 123, prima con un fondo temporaneo (l’EFSF che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il MES, appunto.

Tra l’altro, ricordiamolo, il MES nasce dietro forte pressione dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (BOT, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.

Il MES (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il MES può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali.

Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli Eurobond (o Coronabond)

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle ordinarie  (sanità, infrastrutture, spese militari, ecc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri.

Guaio in comune, mezzo gaudio

Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta non ci sta.

Secondo voi come andrà a finire ?

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Coronavirus e banche, ha ragione Mario Draghi: meglio evitare il loro contributo

Coronavirus e banche, ha ragione Mario Draghi: meglio evitare il loro contributo


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Ennesima lezione di leadership di Mario Draghi che ci ha confermato che non è leader chi comanda o chi ha potere ma chi, forte di una rara competenza professionale, ha una visione diversa e nuova del mondo e soprattutto la comunica in modo chiaro e diretto indicando i passi da fare con semplicità.

Complicare è facile, semplificare è difficile e nella sua lettera al Financial Times l’ex governatore ha ridisegnato il futuro dell’Europa in tre azioni elementari:

– L’Europa deve essere unita e solidale con un’identità fiscale tanto forte da bilanciare quella monetaria. Ridurre all’osso la pressione fiscale e niente più egoismi: non ci possiamo più permettere le spinte nazionalistiche di questi ultimi decenni.

– Gli Stati sovrani non possono più correre dietro ai vincoli di bilancio. Siamo in guerra e oggi la priorità è sopravvivere attraverso la ripresa economica.

– Dare direttamente alle imprese le risorse necessarie per ripartire. In altri termini prestare danaro a tasso zero direttamente alle imprese evitando l’intermediazione delle banche.È su questo terzo punto che mi vorrei concentrare.

Draghi, che conosce molto bene quel “mondo”, ha capito perfettamente che se il bazooka passa tra le mani del sistema bancario diventa una pistola ad acqua. Mi arrivano da più parti, infatti, segnalazioni di comportamenti ostruzionistici, dilatori ed arroganti da parte del personale bancario in merito alle urgenti necessità dei piccoli imprenditori di utilizzare le misure a loro tutela stabilite dal decreto “Cura Italia”.

Non generalizziamo ma gli episodi denunciati come worst practice sono ancora numerosi rispetto a quelli, pochi ed eccezionali, individuabili come “buone pratiche” comportamentali (da segnalare, a tal proposito, la procedura semplice ed immediata predisposta da Banca Sella per la sospensione del pagamento delle rate dei mutui).

 “non ci sono ancora i moduli per la richiesta”, mentre il decreto legge sancisce un diritto per il quale non c’è bisogno di una richiesta ma semmai di una disposizione da effettuare con una semplice autocertificazione

– “eventualmente si può sospendere solo il pagamento della quota capitale e continuare a pagare invece gli interessi” laddove il provvedimento legislativo stabilisce per le piccole imprese e le partite Iva che, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale (anche leasing), il pagamento dell’intera rata o del canone di leasing in scadenza è sospeso fino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate è dilazionato senza nuovi o maggiori oneri.

Basta! E’ legge dello Stato, voi bancari non dovete decidere nulla!

L’arroganza dei bancari è il segnale della loro mediocrità professionale e della loro cieca vanità. I loro deliri di onnipotenza nascondono seri problemi di integrazione in un contesto sociale e civile completamente mutato rispetto a ieri. Non è una generalizzazione ma sicuramente il pensiero dominante nell’universo dei dipendenti delle banche è ancora lontano anni luce dalla piena consapevolezza di ciò che sta succedendo nel mondo. Ancora non si rendono conto che siamo in guerra e continuano a mostrare i loro fragili muscoli.

Intervenga immediatamente lo Stato, anche attraverso la commissione bicamerale sulle banche presieduta da Carla Ruocco del M5S, perché la paura è che l’opinione pubblica si abitui alla situazione e, dopo una prima fase di sconforto, impari a tollerare. Qui, invece, non c’è niente da accettare e non ci si può abbandonare alla rassegnazione.

La dignità delle persone non è una merce sacrificabile in nome dell’incompetenza tecnica e relazionale e quando alcune banche parlano di necessità di stare sul mercato dovrebbero farlo con la consapevolezza di piani industriali seri, con investimenti concreti e con la lungimiranza di chi guarda al futuro.

Ma credo che, soprattutto per loro, sia tardi ormai.

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Sfruttare il cambiamento nell’era post Covid-19

Sfruttare il cambiamento nell’era post Covid-19


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Fino a ieri, i piccoli imprenditori di cui tanto si parla in questi giorni e che rappresentano da oltre 30 anni il mio ambito di studio professionale, si confrontavano con un livello di complessità significativamente superiore a quello di qualche anno fa ma comunque il cambiamento era vissuto come un elemento occasionale e sporadico, uno choc. Dopo la stagione del coronavirus sarà tutto diverso: il sistema economico mondiale avrà perso buona parte della sua stabilità e linearità, trovandosi ad essere sollecitato da un cambiamento epocale. Il cambiamento diventerà un elemento strutturale e necessario del sistema. Le situazioni di cambiamento, caratterizzate quindi da una storica discontinuità e incertezza, saranno gli ambiti in cui i piccoli imprenditori saranno maggiormente chiamati in causa e messi alla prova.

È in queste situazioni che si vedrà maggiormente chi sarà in grado di fare la differenza, chi identificherà opportunità laddove altri vedranno rischi, chi attiverà e farà attivare energie straordinarie. In sintesi chi innoverà quando gli altri si affideranno alla routine. In particolare saranno modificate tutte le architravi relazionali tra clienti e fornitori che si fonderanno su un concetto di “fiducia” costruito con un processo completamente diverso rispetto a quanto finora visto. Cadrà il concetto che il consumatore debba essere ascoltato, magari con indagini di customer satisfaction pilotate e fasulle (di cui abbiamo più volte parlato su queste colonne) e si affermerà sempre di più il processo che vede il cliente operare di “iniziativa” utilizzando le relative piattaforme di recensioni. La conferma ci arriva da una ricerca realizzata congiuntamente dalla piattaforma di recensioni on-line Trustpilot e Canvas8, la massima autorità Usa in tema di ricerche sui comportamenti dei consumatori, in cui sono stati forniti nuovi dati sul ruolo decisivo che le recensioni assumono nella questione della fiducia online dei consumatori. In particolare è emerso che:

  • Il 62% dei consumatori smetterebbe di usare le piattaforme di recensione, se venisse a sapere che queste permettono alle aziende di censurare le recensioni.
  • A livello globale, sette utenti su 10 esprimono la loro preoccupazione per la possibilità stessa che viene data ai brand di censurare le recensioni negative su una piattaforma qualsiasi, ritenendo che ciò possa avere un impatto sulla libertà di parola degli utenti (40%) o che possa addirittura causare loro una perdita di denaro (49%).
  • Oltre la metà dei consumatori si insospettisce di fronte a un’azienda con un punteggio perfetto, perché ritenuto troppo buono per essere autentico. Il 56% degli utenti continuerà a prendere in considerazione un prodotto o un servizio a 5 stelle, ma farà qualche ricerca in più prima di decidere di acquistare.
  • Il 64% dei consumatori preferisce acquistare da un’azienda che dà risposte e interagisce con il proprio pubblico, piuttosto che da una all’apparenza perfetta.
  • In molti ritengono che le aziende possano cambiare nel tempo – in meglio o in peggio – e, dunque, tendono a dare maggior peso ai feedback più recenti da parte dei consumatori; il 64% degli utenti afferma di voler dare più fiducia a un’azienda che complessivamente ha meno recensioni ma più recenti.

Basta per i venditori-furbi (penso alle banche) per non voltarsi indietro e guardare al passato con malinconia o addirittura con rabbia?

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Buonismo e sciacallaggio, per le banche, sono sinonimi

Buonismo e sciacallaggio, per le banche, sono sinonimi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Il neologismo “buonismo”, creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia, è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali.

I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento.

I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari.
Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così.

È vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset (di cui parleremo nelle prossime settimane).

Ora arriva il bello, però.

Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste.

Ecco il punto: le modalità di richiesta!

Devono essere semplici e accessibili dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

È qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crack Parmalat, ecc.) orientato a «distrarre» il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto”  che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

Solo con i clienti più ostili, arrabbiati, poco concilianti, si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto.

Un ossimoro, vero, ma state attenti perché già mi arrivano notizie di atteggiamenti di bancari che, infastiditi dalle richieste dei clienti, hanno assunto il solito atteggiamento dilatorio.

Basta con le sceneggiate

Siamo dentro la sofferenza, quindi bisogna ricominciare dai fatti.

E se nessuno vuole concedere più la parola “buono” a chi si sforza di esserlo, vada per sciacallo che in fondo è lo stesso di buonista.

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Coronavirus, la finanza specula sulle tragedie: adesso basta coi finti buonismi

Coronavirus, la finanza specula sulle tragedie: adesso basta coi finti buonismi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


La storia ce lo insegna. Il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. Dopo, quanto tutto sarà finito, ogni cosa ritornerà come prima. Il neologismo creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali. I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento. I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari. Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui.

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così. E’ vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset (di cui parleremo nelle prossime settimane).

Ora arriva il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili, dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

E’ qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crac Parmalat, ecc) orientato a “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

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Ora sulle agevolazioni per il coronavirus le banche non complichino tutto

Ora sulle agevolazioni per il coronavirus le banche non complichino tutto



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il 13 marzo, in questa rubrica, avevamo formulato quattro proposte che il governo avrebbe dovuto imporre al sistema bancario a fronte di un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset delle banche. Forse sarà stato un caso, ma sembra che siamo stati ascoltati.

Avevamo chiesto la sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari) e il governo ha decretato una moratoria di nove mesi per il pagamento delle rate dei mutui ottenuti per acquisto della prima casa a favore di coloro che, con una semplice autocertificazione da esibire in banca, dichiarino una perdita di fatturato superiore al 33% dei ricavi dell’ultimo trimestre 2019.

PAGAMENTO LEASING SOSPESO FINO A SETTEMBRE
Non solo, ma per le piccole imprese e le partite Iva il decreto stabilisce che, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale (anche leasing), il pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza è sospeso fino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate è dilazionato senza nuovi o maggiori oneri.


EXTRA FIDO PER TUTTI E NON SOLO
Avevamo chiesto che il sistema bancario accordasse massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al 20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, eccetera) e il decreto Cura Italia ha sancito:

  • misure di sostegno finanziario dello Stato, fino al 33% dei prestiti erogati per anticipi su crediti (Anticipo fatture, riba, export, eccetera) esistenti alla data del 29 febbraio;
  • per nove mesi dal provvedimento, lo Stato fornisce una garanzia per prestiti fino a 5 milioni di euro volta a investimenti e ristrutturazioni di situazioni debitorie;
  • in favore delle imprese che hanno sofferto una riduzione del fatturato, Cassa depositi e prestiti è autorizzata a concedere liquidità, anche nella forma di garanzie di prima perdita su portafogli di finanziamenti. La garanzia dello Stato è rilasciata in favore di Cdp fino a un massimo dell’80% dell’esposizione assunta

NIENTE REVOCA PER CIÒ CHE È GIÀ STATO CONCESSO

Avevamo chiesto di imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti e l’esecutivo ha stabilito che nessuna banca potrà revocare (e quindi tanto meno decurtare) i fidi a breve (scoperto di conto corrente, anticipo crediti, anticipo import, eccetera) già concessi.

REVISIONE DELLE REGOLE DI BASILEA

Avevamo chiesto la revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti e gli organi di governo finanziario europeo hanno già deciso e comunicato alle banche italiane i nuovi criteri che allargano le maglie degli obblighi di assorbimento di capitale.

IL PUNTO ORA: LE MODALITÀ DI RICHIESTA
Ora arrivo il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli imprenditori non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono presentarsi neppure negli uffici pubblici. E nelle banche.


LE BANCHE CERCANO SEMPRE DI DISTRARRE IL CLIENTE
È qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla. Il compito del bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (Lehman BrothersParmalat) quello di “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni spingendolo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringendolo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.


DIRITTI CONCESSI SOLO AI MENO CONCILIANTI
Solo con i clienti più ostili, arrabbiati e poco concilianti si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto. Un ossimoro, vero, ma state attenti perché il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. La storia ce lo insegna.

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Covid-19: Le banche, ora, devono fare la loro parte

Covid-19: Le banche, ora, devono fare la loro parte


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è il momento delle polemiche e delle chiacchiere. È il momento dei fatti, il momento in cui tutti devono scendere in campo. Siamo in trincea e la guerra non la devono combattere sempre gli stessi soldati.

Il governo, la commissione bicamerale banche (e il suo presidente Carla Ruocco) e le banche (tramite l’Abi) si siedano a un tavolo e affrontino immediatamente il problema delle imprese, soprattutto le piccole imprese che, ricordiamo, rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro paese e hanno una forte dipendenza, quasi sudditanza, nei confronti del credito bancario. Generalmente solo il 10% del fabbisogno finanziario di una PMI viene coperto con capitale proprio (di rischio).

Le imprese sono focolai potenziali più degli ospedali. Negli uffici, nei reparti, nei cantieri il rischio contagio è quasi certezza. La Cina ha fermato tutte le fabbriche nei primi 7 giorni del contagio.

Se lo Stato non interviene con misure straordinarie, tra poche settimane avremo decine di migliaia di contagiati o decine di migliaia di persone senza stipendio.

Le vendite di tutti stanno crollando a picco, restare aperti in certi casi costa più della chiusura. Per conservare la tenuta dei conti privati e consentire il pagamento di paghe e stipendi netti occorre coinvolgere subito il sistema bancario.

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le imprese (e le loro famiglie) hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con i loro sacrifici e il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le imprese (e le loro famiglie), gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti. Ma non lo faranno.

Il Governo deve, quindi,  imporre “un sacrificio” al sistema bancario accordandosi anche con Bruxelles in merito ad alcune misure necessarie per evitare il default di migliaia di piccole imprese e offrendo in contropartita alle banche, anche esse imprese,  una detassazione di alcun asset che producono reddito.

Ne propongo quattro:

Prima proposta: Sì alla revisione delle regole di Basilea

Revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti.

Semplificando gli accordi interbancari di Basilea stabiliscono di “valutare” le aziende tenendo conto sostanzialmente di tre parametri:

  • I “numeri” che esprime l’azienda (il suo bilancio in pratica).
  • Il cosiddetto “andamentale bancario”, ossia: “Come si comporta l’azienda con la banca? È regolare nei pagamenti? Oltrepassa mai il limite di fido? I suoi clienti la pagano regolarmente?”
  • Gli aspetti qualitativi, cioè informazioni di natura qualitativa, come etica della “governance”, rischiosità del settore di appartenenza, saturazione del mercato di operatività, previsioni economico-finanziaria di settore.

Sulla base di questi tre parametri, inseriti in un algoritmo, ogni banca tira fuori  un “voto” per l’azienda che ha richiesto o ha ottenuto il finanziamento, il cosiddetto RATING, che, così come a scuola, varia su una scala che va da 1 (il voto migliore) a 12 (il voto peggiore) e che esprime “la probabilità di default”, cioè la probabilità (il rischio) che nei prossimi 3-5 anni l’azienda NON possa più restituire i soldi alla banca!

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito, al fine di tutelare il risparmio e la sostenibilità del business bancario,  impone alle banche obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate. E l’accantonamento è un costo per le banche. In altri termini le banche devono accantonare quote di capitale (che non possono quindi utilizzare per fare altri affari) proporzionate al rischio assunto che viene appunto valutato con lo strumento del rating.

Siccome è certo che i rating delle piccolo imprese peggioreranno sicuramente a seguito della crisi da Covid-19, è necessario rivedere immediatamente le percentuali di accantonamento altrimenti, così come già raccontato la settimana scorsa, alle banche rimane la strada della stretta creditizia.

Seconda proposta: No all’integrazione delle garanzie

Imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti.

A seguito del crollo delle quotazioni dei titoli azionari ed obbligazionari, è ovvio che quei finanziamenti saranno “meno garantiti”. In altri momenti storici simili a quello attuale le banche hanno richiesto immediatamente il ripristino dello “scarto”, cioè quella differenza tra il valore dell’oggetto del pegno e il credito accordato che serve a cautelare l’istituto di credito contro una eventuale diminuzione di detto valore. E i piccoli imprenditori, a maggior ragione in questa fase, non hanno disponibilità per integrare la garanzia. E quindi, in alternativa, le banche deliberano una riduzione del fido proporzionalmente con l’aumento dello scarto.

Terza proposta: Sì a moratorie

Sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari). Chi non ha i soldi per pagare le rate, non ce li ha né per sostenere il costo degli interessi né per rimborsare il capitale preso a prestito. Ma soprattutto introdurre modalità di richiesta e ottenimento della “moratoria” molto più snelle e agevoli di quelle prescritte negli anni scorsi. 

Quarta proposta: Sì a extrafidi

d) Accordare massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al  20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, ecc).  Tale misura consentirebbe alle imprese in crisi di fatturato (e di incassi) di sostenere il finanziamento del capitale circolante (stipendi, fornitori, utenze, fitti, tributi) e dovrebbe essere sostenuta unitamente alla abolizione per almeno due trimestri di quei balzelli che rispondono al nome di DIF (disponibilità immediata fondi) e CIV (commissione di istruttoria veloce) e che hanno preso il posto della illegittima Commissione di Massimo Scoperto. 

Ai conti pubblici penseremo tutti dal 30 settembre 2020. Altrimenti sarà difficile trovare imprese vive in grado di pagare tributi e banche al primo di ottobre

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Come salvare le piccole imprese dal default per coronavirus

Come salvare le piccole imprese dal default per coronavirus


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è il momento delle polemiche e delle chiacchiere. È il momento dei fatti, il momento in cui tutti devono scendere in campo. Siamo in trincea e la guerra contro il coronavirus non la devono combattere sempre gli stessi soldati. Il governo, la commissione bicamerale banche (e la sua presidente Carla Ruocco) e le banche (tramite l’Abi, l’Associazione bancaria italiana) si siedano a un tavolo e affrontino immediatamente il problema delle imprese, soprattutto le piccole imprese che, ricordiamo, rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro Paese e hanno una forte dipendenza, quasi sudditanza, nei confronti del credito bancario.

Generalmente solo il 10% del fabbisogno finanziario di una Pmi viene coperto con capitale proprio (di rischio). Le imprese sono focolai potenziali più degli ospedali. Negli uffici, nei reparti, nei cantieri il rischio contagio è quasi certezza. La Cina ha fermato tutte le fabbriche nei primi sette giorni del contagio. Se lo Stato non interviene con misure straordinarie, tra poche settimane avremo decine di migliaia di contagiati o decine di migliaia di persone senza stipendio.

LE BANCHE DEVONO RESTITUIRE IL FAVORE
Le vendite di tutti stanno crollando a picco, restare aperti in certi casi costa più della chiusura. Per conservare la tenuta dei conti privati e consentire il pagamento dei salari netti occorre coinvolgere subito il sistema bancario. Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crac di tanti istituti di credito a livello mondiale, le imprese (e le loro famiglie) hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con i loro sacrifici e il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le imprese (e le loro famiglie), gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti. Ma non lo faranno.

IL GOVERNO IMPONGA UN SACRIFICIO AGLI ISTITUTI DI CREDITO

Il governo deve, quindi, imporre “un sacrificio” al sistema bancario accordandosi anche con Bruxelles in merito ad alcune misure necessarie per evitare il default di migliaia di piccole imprese e offendo in contropartita alle banche, anche esse imprese, una detassazione di alcuni asset che producono reddito. Faccio quattro proposte.

1. RIVEDERE LE REGOLE DI BASILEA

Revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti. Semplificando gli accordi interbancari di Basilea stabiliscono di “valutare” le aziende tenendo conto sostanzialmente di tre parametri: i “numeri” che esprime l’azienda (il suo bilancio in pratica); il cosiddetto “andamentale bancario”, ossia: “Come si comporta l’azienda con la banca? È regolare nei pagamenti? Oltrepassa mai il limite di fido? I suoi clienti la pagano regolarmente?”; e infine gli aspetti qualitativi, cioè informazioni di natura qualitativa, come etica della “governance”, rischiosità del settore di appartenenza, saturazione del mercato di operatività, previsioni economico-finanziaria di settore.


Il rating esprime “la probabilità di default”, cioè il rischio che in 3-5 anni l’azienda non possa più restituire i soldi alla banca

Sulla base di questi tre parametri, inseriti in un algoritmo, ogni banca tira fuori un “voto” per l’azienda che ha richiesto o ha ottenuto il finanziamento, il cosiddetto rating, che, così come a scuola, varia su una scala che va da 1 (il voto migliore) a 12 (il voto peggiore) e che esprime “la probabilità di default”, cioè la probabilità (il rischio) che in 3-5 anni l’azienda non possa più restituire i soldi alla banca.

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito, al fine di tutelare il risparmio e la sostenibilità del business bancario, impone alle banche obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate. E l’accantonamento è un costo per le banche. In altri termini le banche devono accantonare quote di capitale (che non possono quindi utilizzare per fare altri affari) proporzionate al rischio assunto che viene appunto valutato con lo strumento del rating. Siccome è certo che i rating delle piccole imprese peggioreranno sicuramente a seguito della crisi da Covid-19, è necessario rivedere immediatamente le percentuali di accantonamento altrimenti, così come già raccontato qui su Lettera43.it, alle banche rimane la strada della stretta creditizia.

2. VIETATO CHIEDERE INTEGRAZIONE DEI TITOLI DATI IN PEGNO

Imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti. A seguito del crollo delle quotazioni dei titoli azionari e obbligazionari, è ovvio che quei finanziamenti saranno “meno garantiti”. In altri momenti storici simili a quello attuale le banche hanno richiesto immediatamente il ripristino dello “scarto”, cioè quella differenza tra il valore dell’oggetto del pegno e il credito accordato che serve a cautelare l’istituto di credito contro una eventuale diminuzione di detto valore. E i piccoli imprenditori, a maggior ragione in questa fase, non hanno disponibilità per integrare la garanzia. E quindi, in alternativa, le banche deliberano una riduzione del fido proporzionalmente con l’aumento dello scarto.

3. SOSPENDERE PER UN ANNO L’AMMORTAMENTO DEL CAPITALE

Sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari). Chi non ha i soldi per pagare le rate, non ce li ha né per sostenere il costo degli interessi né per rimborsare il capitale preso a prestito. Ma soprattutto introdurre modalità di richiesta e ottenimento della “moratoria” molto più snelle e agevoli di quelle prescritte negli anni precedenti.

4. ACCORDARE UN EXTRA FIDO: IL 20% DI QUANTO GIÀ CONCESSO

Accordare massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al 20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, eccetera). Tale misura consentirebbe alle imprese in crisi di fatturato (e di incassi) di sostenere il finanziamento del capitale circolante (stipendi, fornitori, utenze, fitti, tributi) e dovrebbe essere sostenuta unitamente alla abolizione per almeno due trimestri di quei balzelli che rispondono al nome di Dif (disponibilità immediata fondi) e Civ (commissione di istruttoria veloce) e che hanno preso il posto della illegittima commisione di massimo scoperto. Ai conti pubblici penseremo tutti dal 30 settembre 2020. Altrimenti sarà difficile trovare imprese vive in grado di pagare tributi e banche al primo di ottobre.

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Coronavirus, e le banche? In Cina sterilizzano i contanti, qui neanche le mascherine

Coronavirus, e le banche? In Cina sterilizzano i contanti, qui neanche le mascherine


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Il paese è isolamento, i suoi abitanti hanno restrizioni di movimento. Devono chiudere tutti per evitare la diffusione del virus. Bar, ristoranti, teatri, cinema, discoteche, musei, stadi ed impianti sportivi, scuole e Università, chiese e luoghi di culto, tutti i luoghi di aggregazione pubblica devono osservare le giuste disposizioni restrittive del governo per combattere l’emergenza della epidemia.

Ma le banche e gli uffici postali? Gli sportelli bancari (e quelli postali) sono luoghi di contatto sociale sia per i dipendenti che per i clienti?

Negli ultimi giorni lavorativi, ogni mattina, mentre mi recavo al lavoro, assistevo alla solita scena della fila interminabile di persone in attesa di entrare nell’ufficio postale. Si trattava prevalentemente di persone anziane che si recavano a prelevare la pensione ed aspettavano in fila, accalcati gli uni agli altri, il loro turno per entrare poi nella filiale che, in circa 10 metri quadri, riuniva ben oltre 20 persone (tra impiegati e pubblico).
Era il cosiddetto “fine-mese”, termine banchese con il quale si identifica il periodo di maggior afflusso allo sportello per le operazioni di pagamento e che di solito dura quei 5-6 giorni lavorativi collocati a cavallo tra il mese che termina e quello che inizia.

E’ il periodo in cui si maneggia tanto “contante”, banconote e monete che nell’immaginario collettivo (e non solo) sono sporchi per definizione e, per taluni, addirittura portatori di virus.

A livello precauzionale, la Cina, ad esempio, dal 17 gennaio scorso sta sterilizzando il denaro, che, circolando, potrebbe veicolare di mano in mano microbi e virus. In Cina le banche hanno ricevuto l’ordine di sterilizzare il denaro contante prima di diffonderlo tra i clienti: disinfezione a raggi ultravioletti e ad alte temperature per tutto il denaro contante.

Diversi esperti hanno però dichiarato che la “quarantena” delle banconote decisa dalla Repubblica Popolare Cinese è eccessiva. Così come il rischio di venire contagiati dal Coronavirus toccando monete, banconote, carte di credito e altri oggetti è stato considerato “molto basso” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ad ogni modo, anche se vi invito a non farvi prendere dalla psicosi, ho la sensazione che nei confronti delle banche, anche in questo caso, siano stati adottati provvedimenti poco prudenziali a livello nazionale. Solo alcune banche e solo per le (ormai ex) zone-rosse e gialle sono state assunte iniziative cautelative. E il resto del paese?

Non è il momento della polemica ma ci spieghino il motivo della esclusione dei luoghi finanziari dai provvedimenti limitativi. Non credo alla mera dimenticanza. Ma se cosi fosse, almeno i manager bancari stanno pensando alla salute dei loro dipendenti e dei loro clienti ?

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le famiglie hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le famiglie, gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti.

Potrebbe essere il momento per offrire ai clienti, gratuitamente per un determinato periodo, la possibilità di utilizzare i canali del remote banking.

Potrebbe essere il momento per sollecitare, tramite disposizione governativa, ai commercianti l’accettazione, senza alcuna commissione per un determinato periodo, del pagamento tramite moneta elettronica.

Qualsiasi crisi nasconde sempre delle opportunità. Ma non per i ciechi.

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Coronavirus: chiudono tutti ma non banche e uffici postali. Perché?

Coronavirus: chiudono tutti ma non banche e uffici postali. Perché?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Gli sportelli bancari (e quelli postali) sono o non sono luoghi di contatto sociale sia per i dipendenti che per i clienti?

Devono chiudere tutti per evitare la diffusione del COVID-19. Bar, ristoranti, teatri, cinema, discoteche, musei, stadi ed impianti sportivi, scuole e Università, chiese e luoghi di culto, tutti i luoghi di aggregazione pubblica devono osservare le giuste disposizioni restrittive del governo per combattere l’emergenza della epidemia. Addirittura una zona del paese in isolamento e con restrizioni di movimento per i suoi abitanti.

Ma le banche e gli uffici postali?

Gli sportelli bancari (e quelli postali) sono luoghi di contatto sociale sia per i dipendenti che per i clienti?

Negli ultimi tre giorni lavorativi, ogni mattina, mentre mi recavo al lavoro, assistevo alla solita scena della fila interminabile di persone in attesa di entrare nell’ufficio postale. Si trattava prevalentemente di persone anziane che si recavano a prelevare la pensione e aspettavano in fila, accalcati gli uni agli altri, il loro turno per entrare poi nella filiale che, in circa 10 metri quadri, riuniva ben oltre 20 persone (tra impiegati e pubblico).

Nessuno (neppure i dipendenti) aveva la mascherina e i cassieri non avevano i guanti usa e getta (come prevenzione per il maneggio dei contanti).

Era il cosiddetto “fine-mese”, termine banchese con il quale si identifica il periodo di maggior afflusso allo sportello per le operazioni di pagamento e che di solito dura quei  5-6 giorni lavorativi collocati a cavallo tra il mese che termina e quello che inizia.

È il periodo in cui si maneggia tanto “contante”, banconote e monete che nell’immaginario collettivo (e non solo) sono sporchi per definizione e, per taluni, addirittura portatori di virus.

A livello precauzionale, la Cina, ad esempio, dal 17 gennaio scorso sta sterilizzando il denaro, che, circolando, potrebbe veicolare di mano in mano microbi e virus. In Cina le banche hanno ricevuto l’ordine di sterilizzare il denaro contante prima di diffonderlo tra i clienti: disinfezione a raggi ultravioletti e ad alte temperature per tutto il denaro contante.

Diversi esperti hanno però  dichiarato che la “quarantena” delle banconote decisa dalla Repubblica Popolare Cinese è eccessiva. Così come il rischio di venire contagiati dal Coronavirus toccando monete, banconote, carte di credito e altri oggetti è stato considerato “molto basso” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ad ogni modo, anche se vi invito a non farvi prendere dalla psicosi, ho la sensazione che nei confronti delle banche, anche in questo caso, siano stati adottati provvedimenti poco prudenziali a livello nazionale.

Solo per le (ormai ex) zone-rosse e gialle e solo alcune banche hanno assunto iniziative cautelative.

E il resto del paese?

Non è il momento della polemica ma ci spieghi il governo il motivo della esclusione dei luoghi finanziari dai provvedimenti limitativi. Non credo alla mera dimenticanza. Ma se cosi fosse, almeno i manager bancari stanno pensando alla salute dei loro dipendenti e dei loro clienti ?

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le famiglie con il loro risparmio hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, le banche a non fallire e a risalire la china.

Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le famiglie, gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby.

Colpisce tutti.

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Aziende, nella successione familiare un consulente direzionale è fondamentale

Aziende, nella successione familiare un consulente direzionale è fondamentale

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Questa settimana ci occuperemo invece degli attori extra-famiglia che intervengono (o dovrebbero intervenire) nel processo di ricambio generazionale. Gli attori “esterni” che agiscono in ambito aziendale (dirigenti, consulenti e tutti gli altri collaboratori) possono e devono contribuire alla creazione di una visione realistica e approfondita dell’azienda: ciò a beneficio immediato dei protagonisti della successione.
Questi attori dovrebbero essere attentamente ascoltati da entrambi in ordine alle attese dell’evoluzione futura dell’azienda e coinvolti nei tempi e nei modi più opportuni, laddove l’avvento di uno o più successori possa bloccare significativamente le aspettative di carriera e le motivazioni al lavoro di ognuno di essi.
In alcuni casi di successione imprenditoriale impossibile da realizzare in ambito familiare, collaboratori e consulenti possono svolgere un ruolo più attivo rilevando la proprietà dell’azienda o, nel caso di successione traumatica e quindi improvvisa, supportando l’eventuale periodo di interregno. Normalmente questo è l’unico polo da cui, nell’intero processo di successione, possano provenire informazioni aggiuntive sulla gestione aziendale rispetto a quelle già conosciute dai protagonisti. L’unica alternativa può essere rappresentata da clienti e fornitori che possono rilevare l’azienda.
Fatte queste premesse, il ruolo dei consulenti tradizionali non appare ancora pronto ad affrontare, tranne casi eccezionali (significa statisticamente una percentuale bassissima), il fenomeno della successione in azienda. Il consulente deve essere autorevole e meritare la piena fiducia dell’imprenditore e della famiglia comprendendo le di
L’ordinamento giuridico italiano offre diversi strumenti per il passaggio generazionale, ma l’esperienza dimostra che la soluzione del caso concreto richiede spesso l’impiego congiunto ed equilibrato di più strumenti, conciliando la trasmissione della proprietà e la definizione delle regole di corporate governance senza mai perdere di vista la strategia di continuità e crescita dell’impresa.
La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio
La strutturazione di un trust o di un patto di famiglia, la stesura di un testamento, la definizione di una carta dei valori della famiglia, la costituzione di comitati di famiglia con relativa condivisione delle regole di funzionamento o la negoziazione di patti parasociali sono esempi di attività che un passaggio generazionale può richiedere unitamente a una razionalizzazione dello schema societario e/o alla scelta dei veicoli societari più adatti.
Una figura fondamentale in questo processo, atipica nel panorama delle piccole imprese, è il consulente direzionale o aziendale, il professionista con competenze specialistiche che riesce ad approcciare ai problemi aziendali in modo sistemico, riuscendo a vedere l’insieme delle dinamiche causa-effetto.
Attenzione, piccoli imprenditori, a non confondere il consulente direzionale con la figura del commercialista. Pur essendo anch’egli un professionista autonomo, copre ruoli e ha competenze molto diverse. Il commercialista è esperto, infatti, di ragioneria, contabilità, fisco, diritto tributario e commerciale. Non potremmo pretendere che il commercialista ci dica, sulla base della analisi della mera contabilità, cosa non va nella nostra azienda. Manca in lui la visione d’insieme dell’impresa che permette al consulente direzionale di guidarla.
La differenza fondamentale è nell’esperienza aziendale che fa del consulente direzionale uno che si è sporcato le mani nelle dinamiche di impresa. Esperienza che il commercialista non ha. Analisi organizzativa, gestione delle risorse umane, marketing, controllo di gestione direzionale, customer satisfaction, gestione della identità visiva dell’azienda sono competenze che vanno vissute quotidianamente in azienda. Non solo sui libri
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Il coronavirus colpisce le piccole imprese. Ecco come difendersi dalle banche prima che sia troppo tardi...

Il coronavirus colpisce le piccole imprese. Ecco come difendersi dalle banche prima che sia troppo tardi...

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

l coronavirus colpirà anche i piccoli imprenditori. E il portatore sano sarà il sistema bancario. Non stiamo parlando della patologia, ma delle conseguenze che l’epidemia può generare nella gestione della finanza delle piccole imprese, che rappresentano, ricordiamolo, il 90% del tessuto produttivo dell’Italia e, da sempre, l’agnello più sacrificato sull’altare del profitto delle banche.
PROBLEMI DI BILANCIO EVIDENTI
Un dato è certo: il post epidemia si presenterà davvero come un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. I segnali sono già inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito. Le banche hanno, da anni, problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, crediti deteriorati) sembra l’unica strada percorribile.
OBBLIGHI DI ACCANTONAMENTI
La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio. E l’accantonamento è un costo. A un sistema già vacillante si aggiunga lo scossone da coronavirus che sta producendo una ennesima crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.
SCENARIO NON ROSEO PER IL SISTEMA FINANZIARIO
Aumento dei Non performing loan (Npl, crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.
SI APRE LA FASE DEL “PRE-CONTENZIOSO”
Le banche, per tutelarsi, cercheranno quindi di ridurre il rischio nei confronti delle aziende affidate, cioè chiederanno alle stesse la restituzione dei soldi che non hanno (la crisi ha colpito tutti). Si apre quella fase definita “pre-contenzioso“, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di “girare” (in banchese significa affidare) la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero
ATTENZIONE AL TERRORISMO PSICOLOGICO
È puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a “girare”, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a “contenzioso” e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quantomeno, tentano di “fortificare” una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo i noti illeciti dell’usura e dell’anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.
REGOLARIZZAZIONE DELLE SINGOLE POSIZIONI
Nel momento in cui hanno deciso di “disimpegnarsi” dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti), gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (inviando una lettera di revoca dagli affidamenti e di messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.
OPERA ANCHE SCORRETTA MA CAMMUFFATA
Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché “camuffata” attraverso:
  1. offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una “blindatura” di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
  2. concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).
IRREGOLARITÀ IGNOTE AL DEBITORE
Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la “sistemazione” dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza. Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta. Non accettate queste proposte!
PREVENTIVA AZIONE GIUDIZIARIA
Cosa fare allora? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.
CONSAPEVOLEZZA PER TRATTARE DA PARI A PARI
Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come “contraente debole”. Questa consapevolezza necessita però di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro. Alla banca, quindi, si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità.
OCCHIO AI TRUFFATORI IN GIRO
Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio. Ma occhio ai truffatori in giro: anche il mercato delle perizie è una giungla. Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca.
LA BANCA HA OTTO ANNI PER PORTARE A CASA IL PIÙ POSSIBILE
L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%. Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento, secondo le indicazioni restrittive di Basilea, ha mediamente otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.
COME GLI ISTITUTI SI POSSONO ACCONTENTARE
A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.
NO ALL’ATTEGGIAMENTO DA STRUZZO
Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e quindi benefici (ogni tanto qualche disfunzione agevola anche gli “ultimi”) dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa. In soldoni, se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. Muovetevi prima che sia troppo tardi perché l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.



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Coronavirus e Banche: leggete questi consigli…

Coronavirus e Banche: leggete questi consigli…

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Sembra un film già visto. Quando il mondo sta per crollare di fronte a un terremoto, le banche pensano (o fanno credere) sempre che l’unico palazzo che rimarrà in piedi è il loro.
Era successo già con Lehman Brothers nel 2008, si sta ripetendo di fronte alla epidemia dovuta al coronavirus.
Non è cosi. Un sistema già vacillante sta ricevendo altri forti scossoni per effetto della crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.
Aumento degli NPL (crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.
Ma oggi, su queste colonne, piu che fare un analisi del sistema dobbiamo chiederci cosa succederà ai cittadini che hanno un rapporto con le banche.
E l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.
Lo so bene. Io so e ho le prove
Nel 2008, quando si verificò il default di Lehman Brothers, ero dall’altra parte. Ci comportammo in maniera subdola ma dall’altro lato avevamo un popolo di utenti che metteva la testa sotto la sabbia per non vedere e capire.
Sapevamo che il fallimento di Lehman Brothers avrebbe danneggiato migliaia di correntisti, sebbene, già dal giorno successivo al crac della banca d’affari americana, le direzioni generali degli istituti di credito italiani sostenessero il contrario.
Il fine settimana lo avevamo trascorso attaccati al nostro BlackBerry facendo scommesse via email, sms e chat. La domanda era sempre la stessa: «Fallisce?». La maggior parte di noi rispondeva ostinatamente di no. Tutti pensavamo – forse anche per scongiurare l’ipotesi che un giorno potesse capitare anche a noi – che la Federal Reserve sarebbe intervenuta. Invece, quando alle otto di lunedì 15 settembre 2008, appena arrivati in ufficio, accendemmo i nostri computer, le agenzie di stampa battevano la notizia che Lehman Brothers, la terza banca per dimensioni negli Stati Uniti, aveva portato i libri in tribunale ed entrava ufficialmente sotto tutela fallimentare. La scommessa era stata persa. In tutti i sensi.
Nei nostri uffici i telefoni squillavano all’impazzata, i clienti, già scottati da ciò che era avvenuto proprio all’indomani dell’inferno di Ground zero, volevano spiegazioni, erano preoccupati, ansiosi, impauriti di perdere i propri risparmi.
In quello stato di agitazione generale, chiedemmo subito aiuto al top management per avere delle direttive da seguire con i correntisti. Le prime email che ci arrivarono dall’alto suonavano più o meno così:
«Tranquilli, state sereni. La vicenda Lehman Brothers è un fatto esclusivamente americano». Secondo i capi supremi, quello dei mutui subprime – concessi a chi non aveva neppure un dollaro ma aveva il diritto di comprare una casa – era un fenomeno che riguardava solo gli americani, che si erano lanciati nel business della finanza creativa. In sostanza, dovevamo rassicurare i clienti come se il fatto non ci riguardasse.
Ma non era così. E la storia degli ultimi 12 anni lo ha dimostrato.
La crisi di oggi
Chiediamoci quindi, oggi, quali effetti potrebbero riversarsi sui cittadini a causa della crisi economica e finanziaria prodotta dalla epidemia. Immaginiamo uno scenario per loro e suddividiamoli in due categorie: quelli che prendono soldi a prestito dalle banche e quelli che invece hanno i loro risparmi gestiti dagli istituti di credito.
È venuto il momento che, cari lettori, dovete RI-leggerci. Si, perché People For Planet ha già affrontato questi temi e ve li riproponiamo prima che sia troppo tardi.
Nel secondo caso (coloro che hanno affidato i loro soldini in gestione al sistema bancario) vi invito a rileggere quanto già scritto su queste colonne in merito alla attività di controllo degli investimenti in momenti di panico:
At last but not the least, mi preme dirvi che non risponderò agli struzzi e ai coccodrilli.
Noi ve lo avevamo detto come comportarvi.
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L'ops di Intesa su Ubi fa male al Mps

L'ops di Intesa su Ubi fa male al Mps



Articolo a cura di Vincenzo Impereratore 

La scalata del gruppo Intesa-San Paolo, primo istituto di credito del paese, su UBI Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo stato italiano, principale azionista di Monte Paschi di Siena. No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più. Ma l’ops lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni. Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di “interesse nazionale”.

Proviamo a ragionare semplice. Se Intesa-San Paolo è interessata ad Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah e il Monte dei Paschi di Siena. Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6.000 dipendenti e 450 filiali), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi. Se Bper ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di Ubi a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva. Se il titolo del banco Bpm continua a perdere valore in borsa perché gli analisti vedono male una probabile fusione con Mps, allora ecco che l’ad Giuseppe Castagna, ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E quindi? Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di “interesse nazionale” con controllo pubblico, oppure il Tesoro, spiazzato dall’ops promossa da IntesaSanpaolo su Ubi Banca, deve svenderla ad un gruppo straniero. E intanto sono scattate le vendite del titolo in borsa.

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Il lobbismo nel calcio: esigenze e degenerazioni dei comportamenti dei portatori di interesse

Il lobbismo nel calcio: esigenze e degenerazioni dei comportamenti dei portatori di interesse

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Vivo un personale paradosso ideologico. Sono stato il primo insider che nel nostro paese ha denunciato la malafinanza sostenendo e provando la connessione causale con i poteri forti ma mi rifiuto di pensare, come tifoso, che anche il calcio, uno dei primi dieci business mondiali, sia sporco e manovrato da un lobbismo deviato.

E’ l’unica arma che ho a disposizione, come appassionato di questo sport, per difendermi da ciò che si sta ormai consolidando non solo nell’immaginario collettivo del tifoso ma anche degli addetti al lavoro e dell’opinione pubblica: il nostro calcio è inquinato.

E’ il giubbotto anti-proiettile che indosso ogni volta che guardo una partita il cui risultato è determinato da un errore arbitrale. E’ la cuffia che metto alle orecchie ogniqualvolta ascolto mio figlio imprecare contro le ingiustizie inappellabili.

Per me il calcio è pulito. Voglio drogarmi di incredulità per continuare a pensare che il calcio sia poesia. Sì, poesia. Malgrado tutto e tutti, i rancori, i veleni, i sospetti, i pugni in tasca, quel rigore giusto o sbagliato. Perché l’incantesimo ricomincia, ogni volta, al fischio iniziale dell’arbitro. E in quel tempo, epico, omerico, fanciullo, tutto si ferma: Eupalla non permette complottismi.

Ha vinto la Juventus, ha fatto lobbismo. Ha lavorato sottotraccia perché il derby d’Italia non si giocasse. Ha utilizzato la retorica del calcio che “appartiene ai tifosi”. Trascinando al 13 maggio – cioè tra due mesi e mezzo, a giochi presumibilmente fatti – altre quattro partite, come se niente fosse ed alterando il calendario di tutte le altre competizioni nazionali.

Decide la Juventus per tutti, il resto non conta una mazza e men che meno gli organi federali che decidono di falsare due competizioni (campionato e Coppa Italia) con totale assenza di galanteria e con un tempismo da organizzazione del torneo aziendale. Appena giovedì la Lega di Serie A, la Federcalcio e a rimorchio il governo chiedono, scelgono e comunicano che le cinque partite in zone a rischio contagio si sarebbero giocate a porte chiuse.

Tre giorni dopo le decisioni delle istituzioni sono carta straccia: salta tutto, con implicazioni sottovalutate in un avvilente silenzio generale.

Giovedì ad esempio si gioca a Napoli una semifinale di Coppa Italia con una squadra, l’Inter, sicuramente più lucida dal punta di vista fisico (visto che ha riposato).

In tal modo si ufficializza che il calcio è uno sport che deve funzionare solo se c’è un pubblico che lo segue. Se nessuno assiste, non c’è competizione. Quindi non è più uno sport ma si tratta di uno spettacolo, con forti implicazioni socioeconomiche, che prescinde dalla gara.

Non capisco neppure la logica di controllo sanitario: si decide che non si può giocare a San Siro, a Torino, a Parma, a Udine, a Reggio Emilia. Ma i tifosi dell’Atalanta possono andare in trasferta a Lecce, o quelli del Torino a Napoli, come se nulla fosse. Non solo ma addirittura leggo che la partita di Coppa Italia Juve-Milan, mercoledì sera, si giocherà molto probabilmente a porte aperte, ma solo per i residenti in Piemonte. Nello stesso stadio in cui ieri non è stato possibile giocare.

Fatemi capire: o la Coppa Italia non conta ai fini della sanità pubblica, o i piemontesi, in quanto tali, sono immuni al coronavirus. Ma solo il mercoledì.

Aiutatemi dicendomi che la serie A è solo una pagliacciata. Sarete più credibili e mi aiuterete ad essere meno fatalista.

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Se l’impresa passa al figlio, il problema non è solo famigliare. Ecco quali attori sono coinvolti

Se l’impresa passa al figlio, il problema non è solo famigliare. Ecco quali attori sono coinvolti

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Lo sviluppo delle imprese di piccole dimensioni è strettamente correlato alla storia professionale dell’imprenditore e, molto spesso, dei membri della sua famiglia. La settimana scorsa abbiamo iniziato a discutere dei rischi insiti nella successione aziendale ma forse, per questione di spazio e di battute, non abbiamo fatto ben comprendere che la continuità aziendale è un problema che riguarda non solo la proprietà (i rappresentanti delle due generazioni che originano il cambio) ma anche altri attori che sono portatori di interessi esterni alla azienda che, è bene ricordarlo, nel momento del passaggio generazionale, esce quasi sempre profondamente mutata.
La successione imprenditoriale può essere infatti concepita anche come un processo di scambio e selezione di competenze tra i due protagonisti principali che, oltre a garantire il fisiologico alternarsi alla guida dell’azienda, permetta il mantenere o il variare di valori, metodi, procedure e tecniche manageriali (competenze critiche) coerenti con le esigenze proprie dell’impresa e soprattutto del mercato.

Se queste competenze critiche per l’efficace conduzione dell’azienda rimangono inalterate nel tempo ed è presumibile possano durare anche per il futuro, risulta chiaro che, da un lato, il percorso formativo del successore potrà ricalcare quello seguito a suo tempo dall’attuale imprenditore e, dall’altro, che la delega tra i due protagonisti potrà essere esclusivamente operativa cioè limitata allo svolgimento di attività in misura più o meno ampia a seconda dei casi. Differente e più complesso è il caso in cui il processo di successione non si deve limitare a concludere un avvicendamento fisiologico ai vertici dell’azienda, ma deve anche favorire la riformulazione del ruolo imprenditoriale richiesto dalle mutate condizioni aziendali. In presenza di nuove funzioni critiche, di emergenti strategie di evoluzione aziendale, di rapida crescita dell’azienda o al contrario, di involuzioni nel processo di sviluppo, l’imprenditore deve, oltre che percepire queste novità, sapervi adattare i modi e i tempi del proprio contributo all’azienda.

Parliamo degli eventuali manager dell’azienda che non siano membri del gruppo proprietario, tutti i collaboratori, i consulenti “tradizionali” (commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro) dei protagonisti della successione, le loro famiglie e, all’esterno dell’azienda, tutti i portatori di interessi in azienda come le banche, i fornitori e i clienti e, sia pure in maniera molto indiretta, le associazioni industriali di appartenenza e gli enti locali.

In questo quadro occorre soffermarsi sul ruolo degli altri attori coinvolti. Chi sono? Escludendo le banche di cui abbiamo parlato tanto su queste colonne e che, tranne casi eccezionali, sono portatori dei soli propri interessi, è il caso di soffermarci sugli altri protagonisti.

Suddividerò l’analisi in due puntate, soffermandomi ora sugli attori legati all’ambito familiare e amicale il cui principale obiettivo è quello di garantire un clima favorevole alla successione.

Ciò non significa evidentemente evitare che, influenzati dalla morale cattolica della “famiglia del Mulino Bianco”, determinati e oggettivi conflitti si manifestino. Il ruolo positivo della famiglia e di eventuali amici coinvolti come esterni nel processo di successione, tranne alcune eccezioni, si svolge soprattutto nella sfera della mediazione interpersonale e della creazione di spazi di confronto. Soprattutto per i membri della famiglia che possiedano quote o azioni dell’azienda e che non sono coinvolti nella gestione, il momento della successione può rappresentare l’occasione traumatica di divisioni e contrapposizioni: anche per questo l’abitudine al confronto regolare nell’ambito di un consiglio di famiglia, scadenzato a cadenza anche annuale, può essere molto utile.

Infine, va ricordato che la famiglia per sua natura tende a smembrarsi e a creare nuovi nuclei; poiché non sempre per l’azienda è efficace seguire la stessa prospettiva si fondano, per esempio, piccoli “sottogruppi” familiari: questo fenomeno tende di per sé ad aumentare la complessità del processo successorio. E, quindi, a maggior ragione occorrono momenti di confronto (consiglio di famiglia) e forze di mediazione che sicuramente possono svolgere i familiari e gli amici.
Alla prossima per parlare degli attori extra-famiglia.

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La rivoluzione dal basso dei dipendenti della Banca Popolare di Bari

La rivoluzione dal basso dei dipendenti della Banca Popolare di Bari

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è demagogia, ma la storia ce lo ha sistematicamente confermato: le rivoluzioni partono sempre dal basso. Le vere rivoluzioni hanno una visione ampia, capace di fornire risposte e nuovi strumenti di prospettiva, hanno la forza di rimettere in circolo una libertà che non è solo presunzione, ma senso della misura, equilibrio, armonia. Le rivoluzioni, quando sono vere rivoluzioni, cambiano i rapporti, li fanno diventare più umani, più capaci di definire limiti e necessità.

Si parte dalla consapevolezza che da soli non sia possibile, che ci voglia qualcosa o qualcuno che sappia entrare in comunione con la natura umana, con l’uomo e le sue necessità, i suoi valori, le sue aspettative. La vera rivoluzione è silenziosa. Passa attraverso lo spirito della legge, si guarda attorno e si mette a servizio. Si umilia e si prostra perché quel mondo che ci ruota attorno possa esprimere al meglio la sua condizione. Le grandi crisi e le grandi rivoluzioni arrivano dopo grandi errori, che si legano alle inadempienze umane.

ESEMPIO DI “BANALITÀ DEL BENE”

E finalmente è arrivato nel mondo della finanza il primo atto di disobbedienza civile, un atto di coraggio compiuto da chi sostiene, magari rischiando il posto di lavoro o comunque la sua serenità familiare, di agire come che ogni altro persona al suo posto avrebbe fatto. Una “banalità del bene”, come ci raccontano Steve Crawshaw e John Jackson in Small Act or Resistance. How courage, tenacity and ingenuity can change the world, che dovrebbe creare immancabilmente un effetto contagioso.

TENTATIVO DI TUTELARE IL FUTURO

È quanto hanno fatto alcuni dipendenti della Banca Popolare di Bari che hanno redatto un manifesto, inviato ai commissari straordinari, in cui esprimono dissenso nei confronti della “vecchia” mala gestio, di prenderne le distanze e soprattutto di tutelare il futuro di quella comunità di onorabili colleghi, nel segno del merito, della lealtà e della trasparenza.

Ci hanno messo la faccia, i loro nomi e cognomi, hanno abbandonato la strada della tutela sindacale, sono usciti dal torpore della complacency per affermare (e confermare quanto sostengo da anni) che risulta piuttosto urgente rimuovere situazioni di incompatibilità, conflitti di interessi tra dipendenti che, appartenendo a stessi nuclei familiari o in qualità di soggetti comunque “interessati”, gravitano e operano negli stessi ambiti aziendali, assicurando la giusta complicità che ha consentito e che continua, neppure in modo così tanto latente, a permettere a certi rappresentanti aziendali e/o certo sindacato di perseverare in condotte al limite della decenza e della moralità.

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Che fine farà MPS nel Risiko bancario

Che fine farà MPS nel Risiko bancario


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore 

La scalata del gruppo Intesa-San Paolo, primo istituto di credito del paese, su UBI Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo Stato italiano, principale azionista di Monte Paschi di Siena.

No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più.
Ma l’OPS lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni.

Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di “interesse nazionale”.

Proviamo a ragionare semplice

Se Intesa-San Paolo è interessata ad Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah e il Monte dei Paschi di Siena.

Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6.000 dipendenti e 450 filiali), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi.

Se BPER ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di UBI a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva.

Se il titolo del Banco BPM continua a perdere valore in borsa perché gli analisti vedono male una probabile fusione con MPS, allora ecco che l’AD, Giuseppe Castagna, ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E quindi ?

Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di “interesse nazionale” con controllo pubblico oppure il Tesoro, spiazzato dall’OPS promossa da IntesaSanpaolo su UBI Banca, deve svenderla a un gruppo straniero.

E intanto sono scattate le vendite del titolo in borsa.

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La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Uno studio di Confindustria di pochi anni fa riporta che su 80mila imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale “appena un quarto supera il primo passaggio, il 14 per cento non supera il secondo mentre al terzo rimane in piedi solo il 5 per cento delle imprese”. E il 63 per cento delle aziende che superano il passaggio generazionale “non va oltre il quinto anno di vita”. In sostanza circa 30mila aziende lasciano il mercato per motivi che “non sono legati alla crisi o alle contingenze ma a due pilastri della parte umana del capitalismo nostrano”.

Insomma, non è sempre detto che l’azienda di famiglia, soprattutto se piccola, sia in grado di creare valore al momento della successione. La maggior parte di quelle 30mila inserite nello studio di Confindustria “cessano l’attività per cause non legate a ragioni legali e neanche fiscali ma per cattiva gestione delle informazioni e delle comunicazioni all’interno del nucleo, per il mancato rispetto dei ruoli di amministratore, azionista e manager, per una scarsa regolamentazione dell’ingresso e del trattamento dei famigliari in azienda”. Senza contare che il 68 per cento degli imprenditori manifesta l’intenzione di affidare in blocco l’azienda a un parente. In genere stretto. Indipendentemente dalle capacità.

Il tema del passaggio generazionale è, quindi, molto sentito nel nostro paese ma viene affrontato come quelle malattie tanto temute che per fasulla scaramanzia non si vogliono curare. Il rapporto nucleo famigliare-impresa-management è un equilibrio complesso tra business e sentimento che il piccolo imprenditore “capo-famiglia” preferisce emotivamente non affrontare.

L’unico rimedio si chiama prevenzione: capacità di preparare, anche attraverso un programma di coaching e tutoring, l’avvicendamento nella gestione.

Inoltre, questo tipo di impresa dovrebbe passare il più possibile da una condizione di gestione da “padre-padrone”, autonoma e poco incline al confronto, a una situazione ove sia presente un team di governance. Bisogna iniziare a separare i ruoli di azionista/socio (o comunque di chi ci mette il capitale) da quelli di consigliere e di manager. Spesso, nei casi di piccole società più evolute, la questione si risolve solo “formalmente” includendo nei consigli di amministrazione amici di famiglia (di solito avvocati o commercialisti), il che genera un fenomeno di complacency – ovvero di conferma dei giudizi e spesso dei pregiudizi. L’esatto opposto di quanto riesce ad apportare un consigliere indipendente, che ha meno vincoli per valutare un nuovo management, le dinamiche relazionali tra tutti gli attori in campo, analizzare i flussi di informazioni e creare un sistema di controllo in grado di resistere ai cambi generazionali.

Pertanto per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema, relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire “naturalmente” e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli, il risveglio è dei più amari. E in tal caso è inutile addossare la responsabilità alla banca che ha chiuso il rubinetto. Perché anche il vostro istituto di credito, al pari di qualsiasi stakeholder (dipendente, fornitore, cliente, ecc), valuta la forza prospettica della vostra azienda leggendo anche il bilancio delle competenze dei vostri figli.

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La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Uno studio di Confindustria di pochi anni fa riporta che su 80mila imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale “appena un quarto supera il primo passaggio, il 14 per cento non supera il secondo mentre al terzo rimane in piedi solo il 5 per cento delle imprese”. E il 63 per cento delle aziende che superano il passaggio generazionale “non va oltre il quinto anno di vita”. In sostanza circa 30mila aziende lasciano il mercato per motivi che “non sono legati alla crisi o alle contingenze ma a due pilastri della parte umana del capitalismo nostrano”.

Insomma, non è sempre detto che l’azienda di famiglia, soprattutto se piccola, sia in grado di creare valore al momento della successione. La maggior parte di quelle 30mila inserite nello studio di Confindustria “cessano l’attività per cause non legate a ragioni legali e neanche fiscali ma per cattiva gestione delle informazioni e delle comunicazioni all’interno del nucleo, per il mancato rispetto dei ruoli di amministratore, azionista e manager, per una scarsa regolamentazione dell’ingresso e del trattamento dei famigliari in azienda”. Senza contare che il 68 per cento degli imprenditori manifesta l’intenzione di affidare in blocco l’azienda a un parente. In genere stretto. Indipendentemente dalle capacità.

Il tema del passaggio generazionale è, quindi, molto sentito nel nostro paese ma viene affrontato come quelle malattie tanto temute che per fasulla scaramanzia non si vogliono curare. Il rapporto nucleo famigliare-impresa-management è un equilibrio complesso tra business e sentimento che il piccolo imprenditore “capo-famiglia” preferisce emotivamente non affrontare.

L’unico rimedio si chiama prevenzione: capacità di preparare, anche attraverso un programma di coaching e tutoring, l’avvicendamento nella gestione.

Inoltre, questo tipo di impresa dovrebbe passare il più possibile da una condizione di gestione da “padre-padrone”, autonoma e poco incline al confronto, a una situazione ove sia presente un team di governance. Bisogna iniziare a separare i ruoli di azionista/socio (o comunque di chi ci mette il capitale) da quelli di consigliere e di manager. Spesso, nei casi di piccole società più evolute, la questione si risolve solo “formalmente” includendo nei consigli di amministrazione amici di famiglia (di solito avvocati o commercialisti), il che genera un fenomeno di complacency – ovvero di conferma dei giudizi e spesso dei pregiudizi. L’esatto opposto di quanto riesce ad apportare un consigliere indipendente, che ha meno vincoli per valutare un nuovo management, le dinamiche relazionali tra tutti gli attori in campo, analizzare i flussi di informazioni e creare un sistema di controllo in grado di resistere ai cambi generazionali.

Pertanto per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema, relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire “naturalmente” e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli, il risveglio è dei più amari. E in tal caso è inutile addossare la responsabilità alla banca che ha chiuso il rubinetto. Perché anche il vostro istituto di credito, al pari di qualsiasi stakeholder (dipendente, fornitore, cliente, ecc), valuta la forza prospettica della vostra azienda leggendo anche il bilancio delle competenze dei vostri figli.

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Perché la mossa di Intesa su Ubi fa male al Monte dei Paschi di Siena

Perché la mossa di Intesa su Ubi fa male al Monte dei Paschi di Siena


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

La scalata del gruppo Intesa SanPaolo, primo istituto di credito del Paese, su Ubi Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo Stato italiano, principale azionista di Monte dei Paschi di Siena. No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più. Ma l’Ops (Offerta pubblica di scambio) lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni.

VERSO LA DISINTEGRAZIONE DI BANCHE MALCONCE

Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di «interesse nazionale».

UNICREDIT PUNTA OLTRE LE ALPI

Proviamo a ragionare semplice. Se Intesa è interessata a Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah ed Mps. Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6 mila dipendenti in esubero e 450 filiali da chiudere), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi.

BPER NON HA LIQUIDITÀ PER ALTRE OPERAZIONI

Se Bper ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di Ubi a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva.

BMP RIFIUTA FUSIONI E VA AVANTI DA SOLO

Se il titolo del banco Bpm continua a perdere valore in Borsa perche gli analisti vedono male una probabile fusione con Mps, allora ecco che l’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E INTANTO SCATTANO LE VENDITE DEL TITOLO MPS…

E quindi? Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di «interesse nazionale» con controllo pubblico oppure il Tesoro, spiazzato dall’Ops promossa da Intesa su Ubi Banca, deve svenderlo a un gruppo straniero. E intanto sono scattate le vendite del titolo in Borsa.

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Vincenzo Imperatore, docente del Master in Fintech e Corporate Finance

Vincenzo Imperatore, docente del Master in Fintech e Corporate Finance
Ieri e’ terminato il modulo relativo alla blockchain e alle cryptovalute previsto nell’ambito del Master in Fintech e Corporate Finance organizzato da MANDS-Master&Skills in collaborazione con l’Universita’ La Sapienza di Roma.
Vincenzo Imperatore, in veste di docente, ha avuto l’opportunità di approfondire temi innovativi e complessi ed è stato altrettanto felice di averli potuti declinare in un linguaggio semplice e comprensibile per un gruppo di giovani che hanno manifestato soddisfazione per la qualità della docenza.
A loro un sincero augurio per un futuro coerente con le loro aspettative.

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Azioni e obbligazioni. E la salumeria di Giorgio

Azioni e obbligazioni. E la salumeria di Giorgio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore
Premetto: articolo non adatto a competenti e presunti “GeorgeSoros”. Vi consiglio di non leggerlo.

Ad ogni modo sarò didascalico, sicuramente percepito come pretenzioso ma io non ce la faccio più a sentire (e leggere) che gli italiani, indipendentemente dal grado di scolarizzazione, sono talmente arretrati nelle competenze finanziarie da non conoscere neppure la differenza tra una azione e una obbligazione.
Lo vogliamo colmare questo gap ascoltando la storia di Giorgio, il mio salumiere di fiducia?
Giorgio e Aldo
Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole incrementare il fatturato e i profitti deve ampliare la salumeria, trasformarla in un minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio intestandogli una quota del 35% della sua società.
Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata, appunto, «partecipazione». Ciò significa che Aldo seguirà il destino dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In altre parole, Aldo è proprietario «in quota-parte» del minimarket.
Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a quello complessivo dell’azienda. Facciamo un esempio.
Le azioni di Aldo
Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro. Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi, quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante piccole partecipazioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce.
Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male.
Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di partecipazione delle più disparate aziende (tra cui anche le banche), e voi potete decidere di quali aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere.
Le obbligazioni di Giorgio
A questo punto Giorgio, il socio di maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi.
Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si «obbliga») per iscritto a restituire il prestito dopo dieci anni e a corrispondere un interesse annuo del 5%.
In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli saranno restituiti tra dieci anni e nel frattempo percepirà ogni anno un interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda, ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori.
Quindi l’obbligazione non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda (anche una banca). Nel caso questo prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si chiama «titolo di Stato».
In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci rende soci di tale impresa (anche banca), un’obbligazione è un prestito che facciamo a un’azienda (anche banca) o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche. Strumenti semplici ma di grande efficacia.
Da conoscere anche se non si possiedono risparmi.
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Gli sciacalli sono in agguato e Bruxelles non li vede

Gli sciacalli sono in agguato e Bruxelles non li vede


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore




Ricordatevi di questa data: oggi 17 Febbraio sarà votata la Direttiva Europea che istituisce il mercato dei crediti a sofferenza (Npl).

La motivazione di facciata è da libro cuore.
Secondo l’Ue, per completare l’Unione bancaria è necessario affrontare la questione dei grandi stock di crediti deteriorati e quello di un eventuale accumulo futuro, così da ridurre ulteriormente i rischi e consentire alle banche di concentrarsi sull’erogazione di credito alle imprese e ai cittadini. Se gli istituti hanno in pancia molti Npl – sottolinea Bruxelles – i risultati possono essere inficiati per due motivi.

I crediti deteriorati

In primo luogo i crediti deteriorati generano meno entrate rispetto ai cosiddetti crediti in bonis riducendo la redditività della banca e possono causare perdite che riducono il capitale e, nei casi più gravi, mettendo in discussione la solvibilità di una banca con possibili implicazioni per la stabilità finanziaria.
In secondo luogo, gli Npl vincolano una quota importante di risorse, umane e finanziarie, diminuendo la capacità di erogare prestiti, anche nei confronti delle piccole e medie imprese.

Una torta appetibile per tutti

La verità è che, invece, la Direttiva europea Npl fa gola ai fondi speculativi, permettendo loro di vendere circa 500 miliardi di euro di crediti bancari acquistati a saldo negli ultimi 7 anni.
Una torta troppo appetibile anche per organizzazioni criminali, sciacalli e usurai che potrebbero, opportunamente mimetizzati, insinuarsi nel business. A questo punto voi giustamente starete pensando che i parlamentari europei, per prevenire il fenomeno, siano stati molto attenti in sede legislativa. Invece si sono distratti un attimo e si sono dimenticati di affrontare il tema del rischio riciclaggio!

Rischio riciclaggio…

Il “riciclaggio”, ricordiamolo, inteso in maniera ampia e più generica rispetto al termine penale, indica il processo attraverso cui qualcuno nasconde l’esistenza, la fonte illegale, o l’illegale utilizzo di redditi, e poi camuffa questi redditi per farli apparire legittimi. In generale quando si pensa a un soggetto che ricicla denaro sporco, si tende a immaginare un criminale che, dopo aver commesso reati di varia natura, tenta di ripulire il denaro così ottenuto per poterlo reinserire nell’economia lecita. Ma non sempre è così. 
Trattandosi, cosi come stabilito all’art. 648-bis c.p., di un reato comune, lo stesso può essere commesso da chiunque, compresi coloro che nella loro quotidiana attività lavorativa entrano in contatto con questo denaro sporco, come, ad esempio, i dipendenti di una banca, di società finanziarie o di un fondo speculativo.
Voi pensate che il requisito fondamentale per imputare un soggetto di riciclaggio sia la conoscenza, consapevole ed effettiva, della provenienza illecita del bene in questione?
Non è cosi.
In realtà, dimostrare il dolo dell’autore non è semplice.
Ecco quindi che la giurisprudenza, considerando il sempre maggior utilizzo di strumenti sofisticati per ripulire il danaro, ha ampliato sempre più i margini, fino a ricomprendere anche il semplice dubbio sulla provenienza, e la conseguente scelta di non evitare una possibile condotta di riciclaggio.

… e silenzio europeo

Ebbene di fronte a tutto ciò i parlamentari europei sembrano essere consapevoli ma hanno ritenuto opportuno mettere in stand by questo “problemino” e affrontarlo solo successivamente. L’articolo 56 ter, infatti, stabilisce: “È opportuno che nel riesame della presente direttiva la Commissione includa anche una valutazione approfondita dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo associati alle attività svolte dai gestori di crediti e dagli acquirenti di crediti, nonché della cooperazione amministrativa tra autorità competenti”.
Valutazione che a oggi non esiste e chissà quando arriverà.

Misteri della fede.

 
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Sul mercato ciò che conta sono le emozioni. E la Juve lo ricorda bene

Sul mercato ciò che conta sono le emozioni. E la Juve lo ricorda bene

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

“I mercati hanno reagito male”, “Positività del mercato”, “Destabilizzazione dei mercati”, “Crollo dei mercati”, “Gli speculatori azzannano il mercato”. Alzi mano chi non ha mai sentito queste locuzioni almeno una volta nella vita. Le sentiamo ripetere in loop dai principali mezzi d’informazione.
Capiamo che i mercati si muovono e che provano emozioni. Ma perché sono così sensibili e, soprattutto, a cosa sono così sensibili? Come si formano i prezzi sui mercati finanziari? Cosa fanno gli speculatori?
Ai mercati finanziari, soprattutto quello azionario, molti “presunti” investitori si approcciano in un modo ritenuto quasi infallibile: attraverso l’intelligenza razionale. Alcuni credono che applicando qualche teoria economica-finanziaria, presa da internet o letta in qualche libro mentre si aspetta un treno, possano ascendere come lupi di Wall Street.
Fate attenzione! Le teorie possono essere anche giuste, ma occorrono anni di studio per essere davvero preparati in materia e, poi, oltre gli aspetti tecnici c’è di più. L’intelligenza razionale non basta. Ciò che muove davvero i mercati, che tocca la sensibilità, che li fa reagire in maniera inconsulta, è l’intelligenza emotiva. Se non si riesce a controllare le proprie emozioni non si va da nessuna parte.
Quando dobbiamo decidere il destino dei nostri soldi entrano in gioco le emozioni. Questo è ciò che sanno i mercati (e gli speculatori) ed è per questo che oscillano, che vanno dal panico all’euforia. I mercati stessi sono emotivi, non razionali e il loro andamento spesso non rispecchia il valore del bene bensì le emozioni che i soggetti coinvolti nel mercato riversano sul bene. Sui mercati non c’è quasi mai coincidenza tra prezzo e il “giusto valore” (fair value): è l’emotività degli investitori a stimolare la domanda e l’offerta del mercato.
Quando un mercato è in rialzo può esserci una crescita economica ma può anche rispecchiare una fase di euforia degli investitori. Stessa cosa per il ribasso, può esserci crisi ma anche paura.
Prendete il titolo della Juve e andate a vedere ciò che è successo nel giugno scorso quando si vociferava che sulla panchina dei bianconeri sarebbe arrivato Pep Guardiola. In quel periodo il valore dell’azione Juve aumentò del 30%, mica perché avevano preso davvero Guardiola. No, è aumentato perché la notizia dell’arrivo del catalano portava entusiasmo negli investitori.
Ripercorriamo quella dinamica. Il prezzo di un’azione oscilla quando c’è una notizia positiva che coinvolge la società. “La Juve ha in mano Guardiola”, il titolo schizza. Ora, facciamo che il prezzo reale di un’azione Juventus valga 1, l’emozione Guardiola porta quel prezzo a 4, oltre il suo effettivo valore.
Le notizie però, si sa, si espandano step by step. Arrivano prima a poche persone, quelle vicine all’azienda (insider): “Sai che Andrea ha parlato con Pep?”. Il prezzo delle azioni aumenta leggermente per effetto della domanda.
Poi entrano in scena gli analisti fondamentali, cioè quelli che leggono i bilanci, notano il dato, cercano di individuare il valore effettivo prospettico dell’azienda (Guardiola porta con sé sponsor e fatturato), rilevano l’aumento di valore e comprano a mani basse, sicuri dell’affare.
Nella city di Londra, ad esempio, il matrimonio tra il tecnico dei Citizens e i bianconeri è dato per fatto (da giorni!). La notizia comincia a diffondersi, il prezzo sale ancora. A questo punto intervengono gli analisti tecnici, quelli che leggono le statistiche e i grafici per prevedere l’andamento di un titolo e che sono più numerosi dei “fondamentalisti” . Il momento è favorevole, decidono di acquistare.
A questo punto il titolo è alle stelle, Guardiola-Juve non è fatta ma il titolo è alle stelle. La notizia è arrivata agli investitori comuni: media, risparmiatori, operatori del settore (banche, consulenti, ecc). È un affare! A questo punto ci entrano tutti, anche chi non aveva mai investito. Questo è il “parco buoi” in gergo, perché come i buoi tutti vanno nella stessa direzione anche non conoscendola.
Inizia il declino, non perché forse sarà Sarri il nuovo tecnico ma perché gli insider (i primi investitori) cominciano ad uscire, hanno già portato a casa un grande guadagno. Dopodiché disinvestono anche parte degli analisti fondamentali e il prezzo scende ancora. Gli analisti tecnici leggono i grafici, fuori in massa, il prezzo crolla. Restano gli ultimi entrati (gli investitori comuni) che, presi dalla paura, vendono: il titolo sprofonda oltre il suo valore intrinseco. Inizia la fase del panico. Il ciclo si chiude quando le emozioni abbandonano il titolo, che risale lentamente e torna a prezzare il suo valore effettivo.
La lezione numero uno per gestire i mercati finanziari è: capire il valore e da dove deriva. Il valore intrinseco dei mercati oscilla per i cicli emotivi degli investitori, ma nel lungo periodo riflette la crescita effettiva di ricchezza globale. E negli ultimi 2000 anni la produzione di ricchezza globale, che rappresenta l’evoluzione della nostra civiltà, cresce anno dopo anno. Durante gli anni abbiamo assistito a crolli del mercato segnati dalla paura e nelle situazioni estreme perdono solo coloro che fuggono intimoriti, che non riescono a tenere nel momento di disagio.
La borsa non è un gioco, non esiste “giocare in borsa”, non lasciatevi influenzare dalle dicerie popolari, da quell’amico che vi dice di aver fatto un sacco di soldi. Per stare sui mercati, soprattutto azionari, c’è bisogno di conoscenza. Non consapevolezza finanziaria, ma conoscenza, è un livello superiore. Conoscenza e freddezza. Non è per tutti.
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Azioni e obbligazioni spiegate con il caso del salumiere Giorgio

Azioni e obbligazioni spiegate con il caso del salumiere Giorgio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Premetto: articolo non adatto a competenti e presunti George Soros: vi consiglio di non leggerlo.

A ogni modo sarò didascalico, sicuramente percepito come pretenzioso ma non ce la faccio più a sentire (e leggere) che gli italiani, indipendentemente dal grado di scolarizzazione, sono talmente arretrati nelle competenze finanziarie da non conoscere neppure la differenza tra una azione e una obbligazione

PARTEPAZIONI E QUOTE

Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole incrementare il fatturato e i profitti deve ampliare la salumeria, trasformarla in un minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio intestandogli una quota del 35% della sua società.

Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata, appunto, partecipazione. Ciò significa che Aldo seguirà il destino dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In altre parole, Aldo è proprietario “in quota-parte” del minimarket. Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a quello complessivo dell’azienda.

CON LE AZIONI CONDIVIDIAMO I DESTINI DELLA SOCIETÀ

Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro. Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi, quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante piccole partecipa-zioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce. Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male. Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di partecipazione delle più disparate aziende (tra cui anche le banche), e voi potete decidere di quali aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere. 

L’OBBLIGAZIONE: UN PRESTITO GARANTITO

A questo punto Giorgio, il socio di maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi. Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si obbliga) per iscritto a restituire il prestito dopo 10 anni e a corrispondere un interesse annuo del 5%.

In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli saranno restituiti tra 10 anni e nel frattempo percepirà ogni anno un interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda, ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori. Quindi l’obbligazione non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda (anche una banca). Nel caso questo prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si chiama titolo di Stato.

DUE STRUMENTI DA CONOSCERE ANCHE SE NON SI HANNO RISPARMI

In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci rende soci di tale impresa (anche banca), un’obbligazione è un prestito che facciamo a un’azienda (anche banca) o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche. Strumenti semplici ma di grande efficacia. Da conoscere anche se non si possiedono risparmi.

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Siamo davvero certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Siamo davvero certi che il nostro sistema bancario sia solido?


Come leggere i dati della BCE sui rischi delle singole banche?

La domanda è chiaramente retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della BCE (per le banche “significant”) e di Bankitalia (per le banche “less significant”), denominato “processo di revisione e valutazione prudenziale” (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni successivi.

Forse è il caso di dire però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore.

Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

Premessa 

In Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8 % !

Cosa significa?

Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento.

In maniera ancora più semplicistica, ogni banca può prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale!

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire).

Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante.

Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con BNP, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi BPER (2%), Credito Cooperativo Italiano, UBI, Banco BPM, e CCB  (2,25%), ICCREA (2,50%) ed infine, fanalini di coda, MPS e Banca Popolare di Sondrio (3%).

Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

Per rendervi più digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo.

E, leggendo il comunicato della lega (BCE) di questo atipico campionato, si rileva che TUTTE le squadre  hanno ricevuto delle penalità.

Dire che CREDEM, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione  potrà essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore.

Come?

In tre modi:

  • chiedendo a soci ed azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste???) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale
  • chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca
  • facendo meno prestiti!

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza.

E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora più capitale .

Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada al di là dei peana delle penne di sistema.

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Ma siamo certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Ma siamo certi che il nostro sistema bancario sia solido?
Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Domanda retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca

Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche significant) e di Bankitalia (per le banche less significant), denominato «processo di revisione e valutazione prudenziale» (Supervisory Review and Evaluation Process, Srep appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni succesivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

DIRE CHE LE NOSTRE BANCHE SONO TRA LE MIGLIORI IN EUROPA È FUORVIANTE
Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%. Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca puo’ prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale.

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire). Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante. Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con Bnp, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi Bper (2%), Credito Cooperativo Italiano, Ubi, Banco Bpm, e Ccb (2,25%), Iccrea (2,50%) ed infine, fanalini di coda, Mps e Banca Popolare di Sondrio (3%). Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potra’ essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:

• chiedendo a soci e azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste?) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
• chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
• facendo meno prestiti.
Meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora piu’ capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada aldilà dei peana delle penne di sistema.

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Popolare di Bari, così la banca si è “comprata i sindacati”

Popolare di Bari, così la banca si è “comprata i sindacati”

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

"In guerra come in guerra… si è comprato i sindacati”. A pronunciare queste parole, che si ritrovano a pagina 372 del provvedimento cautelare del Gip del Tribunale di Bari che ha portato all’arresto di Mario e Gianluca Jacobini, storici proprietari della Banca Popolare di Bari  è Alberto Maria Antodaro, responsabile Area Basilicata Banca Popolare di Bari e membro della commissione regionale Abi Puglia. Si riferisce, Antodaro, proprio a Jacobini padre e figlio, nel mezzo della difficile gestione della crisi dell’istituto di credito pugliese.

Non è un’affermazione di poco conto, soprattutto alla luce degli esuberi previsti – dagli 800 ai 1000 – previsti dopo il commissariamento deciso dal consiglio dei ministri dello scorso 14 dicembre. Numeri enormi, seppur mitigati da scivoli pensionistici e incentivi all’uscita, per un gruppo che impiega poco più di 3000 dipendenti. Numeri che gettano ulteriori ombre non solo sulla gestione della proprietà e del management dell’istituto barese, ora sotto inchiesta e agli arresti, ma anche sul lavoro di controllo e tutela dei lavoratori esercitato dai sindacati a partire dal 2014, quando la Popolare di Bari, dopo l’acquisizione della Cassa di Risparmio di Teramo, ha imboccato una crisi da cui non si è più ripresa. Sigle che, stando alle carte del Tribunale di Bari e alla documentazione di cui entrata in possesso Fanpage.it. non sarebbero esenti dal crac della banca barese. Soprattutto, se le parole di Antodaro vengono lette alla luce di alcune “strane” assunzioni e promozioni che si sono succedute in questi ultimi anni all’interno della Popolare di Bari. Una prassi strana che si può riassumere in una regola aurea: chi elogia viene promosso, chi denuncia viene defenestrato.

Il primo caso, il più eclatante, è quello di Carmine Iandolo: fino al 2016 la FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani), sebbene fosse il primo sindacato di categoria a livello nazionale, era poco rappresentativo in Banca Popolare di Bari. I suoi pochi iscritti erano prevalentemente concentrati in provincia di Potenza mentre sulla piazza di Bari risultava poco rappresentativo. Questo fino a quando Iandolo, già impegnato in attività sindacale, decide di iscriversi alla FABI. Da quel momento, sulla piazza di Bari, la FABI cresce in maniera esponenziale fino ad annoverare, tra i propri iscritti, caso abbastanza atipico alti Dirigenti e funzionari molto vicini alla famiglia Jacobini. È solo un caso che gli iscritti alla Fabi crescano quasi contestualmente alla firma dell’accordo sulla solidarietà dell’agosto 2017? Mistero.

Iandolo, nel frattempo, viene nominato responsabile dell’Organo di Coordinamento di Gruppo – BPB e Cassa di Risparmio di Orvieto – direttamente dal segretario nazionale Lando Sileoni nonchè capo della delegazione trattante con l’azienda. Nello stesso periodo viene nominato membro anche del Dipartimento Welfare della FABI, ruolo solitamente riservato ai militanti di lungo corso. Non entriamo nel merito della decisione. Ma è curioso che per tale ruolo sia scelto un personaggio che a un consesso nazionale della FABI del marzo 2017,  epoca in cui i prodromi della disastrosa situazione della BPB erano fin troppo evidenti, affermasse che la BPB "….è gestita magistralmente dal nostro grande Presidente Marco Jacobini, con la collaborazione dei suoi figli dott. Gianluca Jacobini e dott. Luigi Jacobini…." e che il suo segretario Sileoni “….è mitico”

Caso isolato? Assolutamente no, se si torna indietro nel tempo. Nel 2007, infatti, si registra il caso di Carmine Del Monaco, che durante il suo mandato di segretario regionale FISAC/CGIL fu assunto come Responsabile delle Risorse Umane. O il caso di Fulvio Calcagni, figlio di Giuliano, attuale segretario nazionale FISAC/ CGIL, che fu assunto e lavorò fino al 2018 in Banca Popolare di Bari e assegnato, a Roma, presso l’Ufficio Enti e Pubblica amministrazione, lo stesso Ufficio dove attualmente lavora Alessio Lannutti, figlio del senatore Elio, fondatore ed attuale presidente onorario di ADUSBEF, che aveva proposto ricorso al TAR contro il decreto di trasformazione in Spa delle banche popolari da sempre fortemente contrastato dalla famiglia Jacobini.

Non finisce qui, però. Pochi mesi fa, il 9 ottobre 2019, la banca ha assunto con contratto a tempo indeterminato dopo un periodo di stage e di contratto a tempo determinato – dal 9 aprile al 8 ottobre -, il giovane Antonio Violante, figlio di Leonardo, tuttora in servizio presso la stessa banca dal 1982, e che attualmente riveste attualmente le cariche di segretario RSA della FALCRI (Federazione Autonoma Lavoratori del Credito e del Risparmio Italiani) successivamente confluita in UNISIN (Unità Sindacale) di cui diviene segretario dell’Organo di Coordinamento, oltre ad essere componente del Consiglio Nazionale della sigla.

Nulla di cui gridare allo scandalo, per ora. Se non fosse che Antonio Violante viene assegnato all’ufficio Amministrazione del Personale dove, per la sua attività, è a conoscenza di dati estremamente sensibili, anche di natura sindacale. L’iniziativa, seppur non illecita, manifesta un conflitto di interessi, anche alla luce di quanto stabilito dal codice etico della banca agli articoli 11 e 13. Più in generale? Che interesse c’era ad assumere il figlio di un sindacalista proprio in un ruolo a rischio di conflitto d’interesse, in cui transitano informazioni sensibili sui lavoratori? Non lo sappiamo. Sappiamo tuttavia che Leonardo Violante non è un sindacalista qualunque, in seno alla Popolare di Bari. A seguito di una querela presentata nel 2009 da tre rappresentanti sindacali della sua stessa Organizzazione (FALCRI, poi confluita in UNISIN), nel 2015 Leonardo Violante è stato infatti condannato, in primo grado, dal Giudice monocratico del Tribunale di Bari per appropriazione indebita ai danni della sua organizzazione sindacale di appartenenza, la FALCRI.

È qui che entra in scena un altro sindacalista: Claudio Gulinello, segretario nazionale di riferimento per FALCRI BPB. Nel febbraio del 2010, tre mesi dopo la loro denuncia, i tre whistleblower sono stati sospesi e successivamente espulsi dal Sindacato, con l'avallo di Gulinello, che nel corso dei mesi successivi, assumerà posizioni a totale sostegno di Leonardo Violante. Nello stesso mese, i tre sindacalisti dissidenti propongono ricorso all'esito del quale, con sentenza del Giudice monocratico, vengono reintegrati. Contraria alla sentenza di reintegra, la FALCRI ricorre in appello, ma la sua richiesta è rigettata dal Tribunale di Bari.

Anche Gulinello, al pari di Violante, ha i suoi scheletri nell’armadio: il 5 ottobre del 2010 l'Associazione FALCRI BPB viene commissariata e Claudio Gulinello, membro della Segreteria Nazionale e già Referente nazionale per la BPB, viene nominato Commissario. Ma nel 2014 Claudio Gulinello, insieme a Maria Angela Comotti, viene citato in giudizio dalla FALCRI Banca Intesa per aver sottratto fondi alle casse dei sindacato e, nel 2017, viene condannato in primo grado per appropriazione indebita ed espulso, notizia, questa, riportata da "Il Fatto Quotidiano" del 1 aprile 2017).

Nel frattempo, che fine hanno fatto i tre whistleblower? Alla fine del 2011 si iscrivono all’UGL (Unione Generale del Lavoro), ma, nell’agosto del 2017, tuttavia, ai tre sindacalisti-whistleblower, nel frattempo passati a questa sigla, vengono revocate, da parte della Segreteria Nazionale UGL Credito, tutte le cariche sindacali e sostituiti, in quanto ritenuti colpevoli di non aver sottoscritto l'accordo sulla solidarietà del 5 agosto 2017. Accordo che prevedeva, per i dipendenti della Banca Popolare di Bari, giornate di solidarietà obbligatoria – caso raro se non unico nel panorama bancario italiano contrariamente a quanto indicato dalle varie segreterie sindacali nazionali che hanno sempre inteso e preteso solo la solidarietà volontaria – da un minimo di 18 giorni e fino ad un massimo di 33 giorni.

Chi elogia viene promosso, chi denuncia viene defenestrato. In un momento di vertenze legate al commissariamento della banca non esattamente la migliore delle premesse possibili.

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'Le banche italiane sono solide’, titolano i giornali sull’indice Srep. Ma le cose sono diverse

'Le banche italiane sono solide’, titolano i giornali sull’indice Srep. Ma le cose sono diverse

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

“Il nostro sistema bancario è patrimonialmente solido ma la redditività è bassa” . Così hanno sostanzialmente titolato i giornali la notizia relativa ai risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche “significant) e di Bankitalia (per le banche “less significant”), denominato “processo di revisione e valutazione prudenziale” (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni successivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%! Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia dell’eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca può prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale!

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire).

Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere. Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante.

Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con BNP, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi BPER (2%), Credito Cooperativo Italiano, UBI, Banco BPM, e CCB (2,25%), ICCREA (2,50%) ed infine, fanalini di coda, MPS e Banca Popolare di Sondrio (3%).

Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata. Per rendervi più digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo. E, leggendo il comunicato della lega (Bce) di questo atipico campionato, si rileva che tutte le squadre hanno ricevuto delle penalità

Dire che Credem, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potrà essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:

– chiedendo a soci ed azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste??) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
– chiedendo a soci ed azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
– facendo meno prestiti.

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significherà meno utili e meno servizio all’economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora più capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada al di là dei peana delle penne di sistema.

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La decisione di UniCredit di applicare tassi negativi non deve scandalizzare

La decisione di UniCredit di applicare tassi negativi non deve scandalizzare


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Però riflettete e reagite

Se fossi un cliente Unicredit con disponibilità sul conto corrente superiori a 100.000 euro, trasferirei tutto o comunque la parte eccedente la cifra summenzionata presso una altra banca. Perché sono italiano e sono figlio di Guicciardini.

Se dovessi invece esaminare, da analista, la decisione strategica di Mustier, AD di Unicredit, di applicare i tassi negativi sui conti dei clienti con saldi di almeno 100.000 euro, potrei ribadire, contrariamente a quanto negli ultimi giorni l’opinione pubblica sostiene, che non ci vedo nulla di strano.

Per comprendere la portata di questa apparente sequenza hegeliana occorre semplificare alcuni concetti di gestione di una azienda bancaria che probabilmente neppure i media hanno afferrato fino in fondo.

Seguitemi…

Le banche possono accantonare gli eccessi di liquidità (in soldoni la differenza tra ciò che raccolgono e ciò che prestano) presso la Banca Centrale Europea.

Molti operatori economico finanziari e associazioni di imprese hanno fortemente criticato la politica dei depositi presso la Banca Centrale Europea. Questo perché le banche hanno ottenuto grande liquidità da parte dell’Istituto Centrale perché riaprissero i rubinetti del credito a famiglie e aziende, ma sfortunatamente non è avvenuto quello che ci si aspettava.

Per tale motivo e quindi per incentivare le banche a prestare danaro i tassi deposito sono virati al negativo. Vale a dire che le banche che scelgono di depositare gli eccessi di liquidità presso la Banca Centrale Europea riceveranno poi una somma minore di quella iniziale. Tuttavia taluni istituti di credito, tra cui Unicredit, preferiscono anche questa opzione piuttosto che l’impegno verso operazioni più rischiose.

Unicredit, che al 30 giugno 2019 aveva 453.019 milioni di euro di depositi della clientela (gia’ in calo del 5,4% rispetto al dato del 31 dicembre 2018), ha ben pensato di trasferire il costo dei tassi negativi alle grandi imprese o a certi grandi clienti, sicuramente consapevole che tale manovra comporterà una ulteriore e probabilmente sostanziale riduzione delle masse raccolte.

Né più né meno di ciò che fa qualsiasi imprenditore quando scarica l’aumento dei prezzi della materia prima sul prezzo del prodotto finito da proporre ai propri clienti.

Perché scandalizzarsi ?

Piuttosto chiediamoci cosa potrebbe esserci dietro una tale decisone strategica, al momento unica nel panorama del nostro sistema bancario e, come abbiamo visto, particolarmente rischiosa.

Nulla di più coerente con quanto negli ultimi tempi Mustier ha esplicitamente dichiarato.

Basta solo mettere insieme (e non dimenticarsene) i pezzi del puzzle e lo scenario è chiaro.

Ogni amministratore, non sempre un genio, di azienda ragiona in questi termini. Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi scaricandoli sui clienti. L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo. Si trova nella condizione di dover necessariamente fare un trade-off economico.

Costa di più un euro di “sofferenza” per un prestito andato male o un euro di raccolta persa?

Sicuramente il primo !

Arriviamo quindi all’obiettivo primario di Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile.

E che probabilmente parla francese.

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