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Il Recovery Fund vale dieci volte il Piano Marshall. Perchè chiedere il Mes?

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore per Il Fatto Quotidiano

Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità) sarà un affare solo per le banche. E’ l’unica certezza che abbiamo. Ed anche l’unico motivo per credere che pure il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, abbia subito il fascino della lobby bancaria. Perché i soldi che arriveranno con il Recovery Fund, da soli basterebbero per rifare l’Italia intera. Si tratta di 209 miliardi di euro (!!!) di cui circa 80 a fondo perduto (non si restituiscono più).

Giusto per dare un senso proporzionale all’affermazione, a prima lettura enfatica, basti ricordare che l’iconico Piano Marshall, ufficialmente chiamato piano per la ripresa europea (“European Recovery Program”), destinato alla ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale che, ricordiamo, fece in Italia circa 470.000 morti (tra militari e civili) e distrusse praticamente l’intero paese, portò nelle casse nazionali 1,5 miliardi di dollari che, al cambio lira del 1952 (1 $= 625 lire), equivaleva a circa 937,5 miliardi di lire. In pratica circa 484 milioni di euro di un ipotetico cambio lira-euro del 1952.

Ma se volessimo fare un rapido e spensierato esercizio comparativo e cambiare quei 937,5 miliardi di lire del 1952 in moneta del 2000 (anno del passaggio all’euro), tenendo presente un fattore di conversione di 23,5853, allora l’intervento statunitense sarebbe stato di 40 miliardi di lire, ossia circa 20 milioni di euro!

Il Recovery Fund, volendo esasperare il concetto, vale 10 volte il piano Marshall.

Avete, quindi, preso coscienza di quale flusso di danaro arriverà nel nostro paese per sostenere progetti di sviluppo che potrebbero finalmente mettere l’Italia alla pari degli altri paesi europei?

Perché allora, come già ho avuto modo di scrivere su queste pagine, tanta determinazione per sostenere la riforma del Mes visto che poi non ne dovremmo avere bisogno?

Perché il Fondo Salva-Stati sarebbe l’unico strumento capace di sostenere l’eventuale default delle nostre grandi banche in crisi.

Con la riforma del Mes, infatti, si permetterebbe di aprire un paracadute quando una banca di grandi dimensioni sta precipitando. Un intervento con soldi comunitari (quindi pubblici) di ultima istanza, cioè da utilizzare solo se le risorse messe, in primis, da azionisti e risparmiatori (secondo le regole del bail-in) e, in secundis, dall’apposito fondo alimentato dalle banche (Fondo Unico di Risoluzione) non risultino sufficienti a evitare il fallimento.

A oggi già esistono dei fondi versati dalle banche di tutta Europa utili a questo scopo, ma sono ancora pochi e proprio per questo il Mes – se la riforma venisse approvata – garantirebbe dei soldi per i salvataggi bancari. Come? Attraverso una linea di credito emergenziale (fino a 55 miliardi di euro) nel caso il Fondo unico di risoluzione non riesca a trovare fonti di finanziamento alternative. Entro un massimo di cinque anni il prestito del Mes al Fondo dovrebbe essere poi restituito dai contributori di quest’ultimo fondo, le banche.

Appunto entro un massimo di 5 anni, un tempo insufficiente, come dimostra la vicenda di Monte Paschi Siena, per le nostre banche in crisi per onorare un eventuale prestito.

Dopodiché devono intervenire i contribuenti, cioè noi. Ed il cerchio si chiude.


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