Il lobbismo nel calcio: esigenze e degenerazioni dei comportamenti dei portatori di interesse


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Vivo un personale paradosso ideologico. Sono stato il primo insider che nel nostro paese ha denunciato la malafinanza sostenendo e provando la connessione causale con i poteri forti ma mi rifiuto di pensare, come tifoso, che anche il calcio, uno dei primi dieci business mondiali, sia sporco e manovrato da un lobbismo deviato.

E’ l’unica arma che ho a disposizione, come appassionato di questo sport, per difendermi da ciò che si sta ormai consolidando non solo nell’immaginario collettivo del tifoso ma anche degli addetti al lavoro e dell’opinione pubblica: il nostro calcio è inquinato.

E’ il giubbotto anti-proiettile che indosso ogni volta che guardo una partita il cui risultato è determinato da un errore arbitrale. E’ la cuffia che metto alle orecchie ogniqualvolta ascolto mio figlio imprecare contro le ingiustizie inappellabili.

Per me il calcio è pulito. Voglio drogarmi di incredulità per continuare a pensare che il calcio sia poesia. Sì, poesia. Malgrado tutto e tutti, i rancori, i veleni, i sospetti, i pugni in tasca, quel rigore giusto o sbagliato. Perché l’incantesimo ricomincia, ogni volta, al fischio iniziale dell’arbitro. E in quel tempo, epico, omerico, fanciullo, tutto si ferma: Eupalla non permette complottismi.

Ha vinto la Juventus, ha fatto lobbismo. Ha lavorato sottotraccia perché il derby d’Italia non si giocasse. Ha utilizzato la retorica del calcio che “appartiene ai tifosi”. Trascinando al 13 maggio – cioè tra due mesi e mezzo, a giochi presumibilmente fatti – altre quattro partite, come se niente fosse ed alterando il calendario di tutte le altre competizioni nazionali.

Decide la Juventus per tutti, il resto non conta una mazza e men che meno gli organi federali che decidono di falsare due competizioni (campionato e Coppa Italia) con totale assenza di galanteria e con un tempismo da organizzazione del torneo aziendale. Appena giovedì la Lega di Serie A, la Federcalcio e a rimorchio il governo chiedono, scelgono e comunicano che le cinque partite in zone a rischio contagio si sarebbero giocate a porte chiuse.

Tre giorni dopo le decisioni delle istituzioni sono carta straccia: salta tutto, con implicazioni sottovalutate in un avvilente silenzio generale.

Giovedì ad esempio si gioca a Napoli una semifinale di Coppa Italia con una squadra, l’Inter, sicuramente più lucida dal punta di vista fisico (visto che ha riposato).

In tal modo si ufficializza che il calcio è uno sport che deve funzionare solo se c’è un pubblico che lo segue. Se nessuno assiste, non c’è competizione. Quindi non è più uno sport ma si tratta di uno spettacolo, con forti implicazioni socioeconomiche, che prescinde dalla gara.

Non capisco neppure la logica di controllo sanitario: si decide che non si può giocare a San Siro, a Torino, a Parma, a Udine, a Reggio Emilia. Ma i tifosi dell’Atalanta possono andare in trasferta a Lecce, o quelli del Torino a Napoli, come se nulla fosse. Non solo ma addirittura leggo che la partita di Coppa Italia Juve-Milan, mercoledì sera, si giocherà molto probabilmente a porte aperte, ma solo per i residenti in Piemonte. Nello stesso stadio in cui ieri non è stato possibile giocare.

Fatemi capire: o la Coppa Italia non conta ai fini della sanità pubblica, o i piemontesi, in quanto tali, sono immuni al coronavirus. Ma solo il mercoledì.

Aiutatemi dicendomi che la serie A è solo una pagliacciata. Sarete più credibili e mi aiuterete ad essere meno fatalista.

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