Il coronavirus colpisce le piccole imprese. Ecco come difendersi dalle banche prima che sia troppo tardi...

L’epidemia può generare problemi nella gestione della finanza delle piccole imprese. Gli istituti di credito chiederanno indietro i soldi prestati. Ecco come tutelarsi senza farsi trovare impreparati.


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

l coronavirus colpirà anche i piccoli imprenditori. E il portatore sano sarà il sistema bancario. Non stiamo parlando della patologia, ma delle conseguenze che l’epidemia può generare nella gestione della finanza delle piccole imprese, che rappresentano, ricordiamolo, il 90% del tessuto produttivo dell’Italia e, da sempre, l’agnello più sacrificato sull’altare del profitto delle banche.
PROBLEMI DI BILANCIO EVIDENTI
Un dato è certo: il post epidemia si presenterà davvero come un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. I segnali sono già inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito. Le banche hanno, da anni, problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, crediti deteriorati) sembra l’unica strada percorribile.
OBBLIGHI DI ACCANTONAMENTI
La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio. E l’accantonamento è un costo. A un sistema già vacillante si aggiunga lo scossone da coronavirus che sta producendo una ennesima crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.
SCENARIO NON ROSEO PER IL SISTEMA FINANZIARIO
Aumento dei Non performing loan (Npl, crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.
SI APRE LA FASE DEL “PRE-CONTENZIOSO”
Le banche, per tutelarsi, cercheranno quindi di ridurre il rischio nei confronti delle aziende affidate, cioè chiederanno alle stesse la restituzione dei soldi che non hanno (la crisi ha colpito tutti). Si apre quella fase definita “pre-contenzioso“, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di “girare” (in banchese significa affidare) la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero
ATTENZIONE AL TERRORISMO PSICOLOGICO
È puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a “girare”, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a “contenzioso” e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quantomeno, tentano di “fortificare” una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo i noti illeciti dell’usura e dell’anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.
REGOLARIZZAZIONE DELLE SINGOLE POSIZIONI
Nel momento in cui hanno deciso di “disimpegnarsi” dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti), gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (inviando una lettera di revoca dagli affidamenti e di messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.
OPERA ANCHE SCORRETTA MA CAMMUFFATA
Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché “camuffata” attraverso:
  1. offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una “blindatura” di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
  2. concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).
IRREGOLARITÀ IGNOTE AL DEBITORE
Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la “sistemazione” dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza. Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta. Non accettate queste proposte!
PREVENTIVA AZIONE GIUDIZIARIA
Cosa fare allora? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.
CONSAPEVOLEZZA PER TRATTARE DA PARI A PARI
Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come “contraente debole”. Questa consapevolezza necessita però di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro. Alla banca, quindi, si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità.
OCCHIO AI TRUFFATORI IN GIRO
Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio. Ma occhio ai truffatori in giro: anche il mercato delle perizie è una giungla. Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca.
LA BANCA HA OTTO ANNI PER PORTARE A CASA IL PIÙ POSSIBILE
L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%. Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento, secondo le indicazioni restrittive di Basilea, ha mediamente otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.
COME GLI ISTITUTI SI POSSONO ACCONTENTARE
A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.
NO ALL’ATTEGGIAMENTO DA STRUZZO
Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e quindi benefici (ogni tanto qualche disfunzione agevola anche gli “ultimi”) dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa. In soldoni, se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. Muovetevi prima che sia troppo tardi perché l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.



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