Coronavirus: finita l’emergenza, le imprese devono cambiare vita.



Articolo  a cura di Vincenzo Imperatore

Non sarà solo colpa delle banche e delle misure del governo per fronteggiare la crisi da coronavirus. Se falliranno molte imprese la responsabilità non potrà non ricadere anche sulle scelte e le decisioni dell’imprenditore.

Quantomeno per rispettare l’etimologia della parola “crisi” che deriva dal greco κρίσις che significa appunto “scelta, decisione”.

I nostri imprenditori (piccoli e grandi) sono preparati a reagire con prontezza e professionalità a questo nuovo sistema? Hanno sviluppato all’interno delle loro organizzazioni una “cultura della gestione delle crisi”?

Hanno costruito nel frattempo manager abbastanza solidi da prendere decisioni ponderate e corrette anche quando il mondo accelera, che è sostanzialmente ciò che avviene durante una crisi?

Perché la gestione di una crisi (che, ribadiamo, non è più crisi quando diventa stabile) ha due fasi:

 la fase dell’emergenza, in cui è necessario buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo. E noi italiani siamo antropologicamente strutturati per gestire con efficienza questa fase. Quando c’è una catastrofe naturale, gli imprenditori italiani non hanno bisogno di una chiamata all’azione. Sono già allenati a muoversi nelle emergenze.

 la fase adattiva, in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani. E’ in questa fase, che non è più di emergenza, che gli imprenditori devono sviluppare “pratiche innovative” mantenendo nel contempo le best practices di oggi. Ma se non hai un sistema di controllo di gestione, se non adotti strumenti di indagine di customer satisfaction, se la gestione delle risorse umane è ancora limitata alla rilevazione delle assenze/presenze e alla elaborazione della busta paga, allora non sei pronto per affrontare il cambiamento. Nel mondo delle piccole imprese c’è un’arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente.

Considerate il tipico infarto che colpisce nel cuore della notte. La squadra di pronto soccorso porta il paziente in ospedale, dove team esperti di medicina e chirurgia d’urgenza lo sottopongono a procedure prestabilite perché non c’è tempo per l’improvvisazione creativa, lo stabilizzano e poi gli praticano l’angioplastica o eventualmente un bypass coronarico.

L’emergenza è passata ma resta ancora tutta una serie di problemi complessi, ancorché meno urgenti. Quando si riprenderà dall’intervento, come farà a prevenire un altro infarto? E come potrà adattarsi alle incertezze della sua nuova condizione clinica per vivere una vita quasi normale? La crisi è tutt’altro che risolta.

Un’impresa che dipende esclusivamente dal “metodo del naso”, il famoso e ormai logoro “fiuto” dell’italico imprenditore, per rispondere alle sfide di un mondo in trasformazione rischia il fallimento. Questo rischio aumenta se traiamo le conclusioni sbagliate dalla ripresa (+4,25% del Pil mondiale nel 2021 secondo il Fmi) che farà probabilmente seguito alla crisi economica in atto.

Molti sopravvivono agli infarti, ma quasi tutti i pazienti che vengono sottoposti a interventi di cardiochirurgia tornano ben presto alle antiche abitudini: solo un 20% smette di fumare, cambia dieta o si mette fare più esercizio fisico.

I rischi e l’incertezza rimangono, ma la minore urgenza impedisce alla maggior parte di essi di focalizzarsi sull’importanza del cambiamento.

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