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Home » News » Spam su LinkedIn: quando il networking diventa telemarketing
Spam su LinkedIn e messaggi commerciali automatici nel networking professionale
07/14/2026

By: account

Spam su LinkedIn: quando il networking diventa telemarketing

13 Luglio 2026

Lo spam su LinkedIn ha cambiato il modo in cui molti professionisti vivono il networking: accetti un collegamento e, pochi secondi dopo, sei già diventato un potenziale cliente.

Un tempo era il luogo delle relazioni professionali. Oggi basta accettare un collegamento e, dopo pochi secondi, arriva la proposta di una “breve consulenza gratuita” per ottimizzare la tua ricerca di clienti potenziali. Il networking si è trasformato in telemarketing con la cravatta.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo remoto, in cui LinkedIn sembrava avere una funzione chiara: mettere in relazione professionisti, imprese, competenze, esperienze, opportunità. Non era Facebook, non era Instagram, non era TikTok.

LinkedIn era, almeno nelle intenzioni, il social professionale.

Oggi, invece, sempre più spesso sembra il bancone di una fiera campionaria dove, appena allunghi la mano per salutare qualcuno, ti ritrovi iscritto a un funnel commerciale. Il copione è ormai noto. Ricevi una richiesta di collegamento. Il profilo appare normale: consulente, manager, advisor, formatore, esperto di qualcosa. Accetti. Tempo pochi secondi, perché ormai anche la maleducazione ha scoperto l’automazione, e arriva il messaggio.

“Le propongo una breve consulenza gratuita di 10-15 minuti per valutare insieme eventuali margini di ottimizzazione del suo parco clienti e per darle la possibilità di ottenere centinaia di contatti di potenziali clienti”

Segue la domanda finale, educata nella forma e predatoria nella sostanza:

“È qualcosa che Le potrebbe interessare ed approfondire nei prossimi giorni?”

Se non rispondi, perché magari nella vita fai anche altro oltre a difenderti dagli agguati digitali, arriva il sollecito in tono più confidenziale:

“Hai avuto modo di leggere il mio precedente messaggio?”

Sì, l’ho letto. È proprio quello il problema.

Il punto non è la consulenza. Il punto non è nemmeno la vendita. Vendere è un’attività nobile quando è fondata su competenza, trasparenza, rispetto del tempo altrui e reale comprensione del bisogno. Il punto è la trasformazione del collegamento professionale in autorizzazione implicita al disturbo.

Su LinkedIn non ti chiedono più di conoscerti. Ti chiedono di diventare un lead.

E qui si rompe il patto fiduciario della piattaforma. Perché il collegamento non è un consenso commerciale. Accettare una persona nella propria rete non significa aver autorizzato una diagnosi lampo della propria attività. Significa, banalmente, aver aperto una possibilità relazionale. Ma per molti questa possibilità è diventata una porta automatica: appena si apre, parte lo spot.

La cosa curiosa, si fa per dire, è che tutto questo accade proprio sulla piattaforma che nelle proprie regole dichiara di voler essere uno spazio professionale. LinkedIn afferma che la sua missione è collegare i professionisti del mondo per renderli più produttivi e di successo, e nelle sue policy vieta espressamente messaggi commerciali non mirati, irrilevanti, indesiderati o ripetitivi. In particolare, invita a non usare le richieste di collegamento per inviare messaggi promozionali a persone che non si conoscono. Tradotto dal linguaggio delle piattaforme: non rompete le scatole travestendo lo spam da networking.

Eppure il fenomeno cresce. Anche perché LinkedIn è diventato enorme. Nel 2025 la piattaforma ha comunicato di avere 1,2 miliardi di membri e di aver registrato quattro anni consecutivi di crescita a doppia cifra degli iscritti. Nello stesso aggiornamento, Microsoft ha segnalato anche una crescita dei commenti e dei video caricati sulla piattaforma. Più utenti, più contenuti, più interazioni. E, inevitabilmente, più rumore.

Il problema è che il rumore, nel mondo professionale, costa. Costa attenzione, costa tempo, costa fiducia. E la fiducia è una moneta molto più rara dei like.

Ecco perché il messaggio “le offro 10-15 minuti gratuiti” non è innocuo come sembra. È il primo gradino di una scaletta commerciale. Un amo gentile. Una carezza algoritmica. La gratuità è solo la soglia d’ingresso. Poi arriva la profilazione, il bisogno indotto, la promessa di ottimizzazione, la soluzione preconfezionata. Tutto molto elegante, naturalmente. Perché oggi anche l’invadenza ha imparato a usare il “Lei”.

LinkedIn sta diventando questo: un luogo dove molti non pubblicano per contribuire, ma per catturare; non cercano relazioni, ma conversioni; non costruiscono autorevolezza, ma pipeline. E così il professionista serio, quello che avrebbe davvero qualcosa da dire, si ritrova nello stesso acquario dei venditori seriali di appuntamenti, dei motivatori da discount, degli esperti di leadership che non riescono nemmeno a guidare il proprio ego fuori da un post.

Il risultato è che il valore della piattaforma si abbassa. Non perché manchino contenuti utili. Ci sono ancora analisi, esperienze, riflessioni, opportunità, confronti di qualità. Ma sono sempre più sommerse da un linguaggio standardizzato, artificiale, ripetitivo. Tutti “felici di condividere”. Tutti “onorati di annunciare”. Tutti “entusiasti di iniziare un nuovo percorso”. Tutti “a disposizione per una call conoscitiva”. Una processione di formule così finte da far rimpiangere i fax.

La responsabilità, però, non è solo della piattaforma. È anche di chi la usa. Abbiamo confuso la visibilità con la credibilità, la connessione con la relazione, la presenza digitale con l’autorevolezza. Abbiamo trasformato il networking in pesca a strascico. E quando tutti pescano a strascico, il mare si svuota.

Il paradosso è che proprio chi vende consulenza dovrebbe sapere una cosa elementare: la fiducia non si automatizza. Non nasce da un messaggio inviato tre secondi dopo l’accettazione del collegamento. Non nasce da una domanda copiata e incollata. Non nasce da un sollecito passivo-aggressivo travestito da cortesia.

La fiducia nasce dalla reputazione, dalla competenza dimostrata, dalla coerenza nel tempo. Nasce quando una persona legge ciò che scrivi, riconosce un pensiero, percepisce un metodo, individua un valore. A quel punto, se ha bisogno, ti cerca. Non deve essere inseguita con il retino.

Perché se ogni collegamento diventa una trappola commerciale, alla fine le persone smettono di collegarsi. O, peggio, continuano a farlo ma non credono più a nessuno.

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore, consulente di direzione aziendale

Posted in Gestione aziendaleTagged fiducia digitale, lead generation, LinkedIn, messaggi commerciali, networking professionale, spam su LinkedIn
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