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Home » News » Laureati (bravi) cercasi. Ma le aziende sono pronte ad assumerli?
Laureati (bravi) cercasi. Ma le aziende sono pronte ad assumerli?
06/23/2026

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Laureati (bravi) cercasi. Ma le aziende sono pronte ad assumerli?

22 Giugno 2026

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 conferma che la laurea resta un vantaggio competitivo nel mercato del lavoro. Tuttavia, molte PMI italiane faticano ad attrarre e trattenere giovani laureati perché offrono percorsi di crescita poco chiari, retribuzioni non sempre adeguate e modelli organizzativi ancora deboli. Allo stesso tempo, una parte dei laureati arriva al lavoro con competenze operative non sempre allineate alle esigenze delle imprese. Il vero nodo è costruire un dialogo più efficace tra università, giovani e sistema produttivo.

Laureati e aziende: competenze, aspettative e cultura manageriale

Non basta avere una laurea per essere pronti al lavoro. Non basta assumere un laureato per trovare competenze. Il Rapporto AlmaLaurea 2026 fotografa un mercato in cui università, imprese e giovani sembrano ancora parlare linguaggi diversi.

I dati del Rapporto AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali dei giovani laureati raccontano una storia che merita di essere letta con attenzione, soprattutto da chi guida una piccola o media impresa italiana.

La prima notizia è positiva: la laurea continua a funzionare. A un anno dal conseguimento del titolo, oltre l’80% dei laureati lavora. A cinque anni, il tasso di occupazione supera il 94% per i laureati magistrali. Numeri che smentiscono definitivamente una delle leggende metropolitane più diffuse degli ultimi vent’anni: quella secondo cui studiare non servirebbe più.

La seconda notizia, però, è molto meno rassicurante.

Le imprese lamentano crescenti difficoltà nel trovare personale qualificato, mentre i giovani laureati dichiarano di essere sempre meno disponibili ad accettare lavori mal pagati, poco coerenti con il proprio percorso formativo o privi di prospettive di crescita. In altre parole, domanda e offerta continuano a guardarsi senza riuscire davvero a incontrarsi.

La spiegazione più comoda sarebbe accusare i giovani di avere troppe pretese. È una tesi che trova sempre numerosi sostenitori, soprattutto tra chi, imprenditori boomer in primis, ha la nostalgia di un mercato del lavoro in cui bastava offrire un contratto qualsiasi per ricevere decine di candidature.

I numeri raccontano altro.

Nel 2021 oltre la metà dei laureati era disposta ad accettare una retribuzione inferiore a 1.250 euro netti al mese. Oggi questa disponibilità si è più che dimezzata. Non perché i giovani siano diventati improvvisamente viziati, ma perché il costo della vita è aumentato e perché hanno iniziato a considerare la laurea per ciò che realmente è: un investimento che deve produrre un ritorno economico e professionale.

Molte PMI sembrano non essersene accorte.

Esiste però un altro aspetto del problema che raramente viene affrontato con sincerità. Se molte imprese faticano ad attrarre talenti, è altrettanto vero che una parte significativa dei laureati fatica a trasformare il proprio titolo di studio in competenze immediatamente utilizzabili nel mondo del lavoro.

Nella mia attività professionale, che mi porta quotidianamente a collaborare con università, ITS, enti di formazione e PMI impegnate in processi di recruiting, riscontro spesso una criticità ricorrente: giovani con un buon curriculum accademico ma con scarsa familiarità con gli strumenti operativi richiesti dalle aziende. Spesso addirittura mancano anche le conoscenze teoriche.

Si è così creato un paradosso. Da un lato le imprese lamentano la difficoltà di trovare persone preparate; dall’altro molti laureati ritengono che il titolo conseguito debba essere sufficiente per garantire una collocazione professionale qualificata. In realtà il mercato premia sempre meno il possesso di un titolo e sempre più la capacità di trasformare le conoscenze in risultati.

La vera sfida non riguarda quindi soltanto il numero dei laureati, ma la qualità delle competenze sviluppate durante il percorso formativo e la capacità delle università di dialogare con il sistema produttivo. Perché una laurea che non genera competenze spendibili rischia di produrre frustrazione nei giovani e delusione negli imprenditori.

In ogni caso le PMI continuano a lamentare la difficoltà di trovare personale qualificato, ma bisogna anche dire che spesso offrono percorsi professionali poco definiti, sistemi di valutazione approssimativi, formazione insufficiente e retribuzioni che non riflettono il valore delle competenze richieste.

Il problema è che il mercato del lavoro sta cambiando più velocemente della cultura manageriale di molte imprese.

Il Rapporto AlmaLaurea evidenzia che aumentano le probabilità di trovare lavoro per chi ha svolto esperienze all’estero, ha lavorato durante gli studi, possiede competenze digitali avanzate e si è laureato nei tempi previsti. Il mercato, insomma, premia persone che hanno investito su sé stesse.

La domanda che le PMI dovrebbero porsi è semplice: siamo davvero in grado di valorizzare queste persone una volta assunte?

Perché un laureato in economia, ingegneria, informatica o discipline scientifiche oggi non compete più soltanto tra le aziende della propria provincia. Compete in un mercato nazionale e, sempre più spesso, internazionale. Può lavorare da remoto, può trasferirsi, può scegliere.

Molti imprenditori continuano invece a ragionare come se fossimo ancora negli anni Novanta, quando il talento era una risorsa abbondante e facilmente sostituibile.

Non è più così.

L’Italia sta entrando in una fase caratterizzata da un progressivo invecchiamento della popolazione e da una riduzione del numero di giovani disponibili. Nei prossimi anni la vera scarsità non riguarderà il capitale finanziario ma il capitale umano.

Le imprese che continueranno a considerare il personale come un costo da comprimere avranno crescenti difficoltà ad attrarre le professionalità migliori. Quelle che sapranno costruire ambienti di lavoro credibili, percorsi di crescita trasparenti e una leadership capace di valorizzare le persone avranno invece un vantaggio competitivo enorme.

Esiste poi una questione tutta meridionale che il rapporto conferma ancora una volta. A parità di caratteristiche, un laureato residente o formato nel Nord Italia continua ad avere maggiori opportunità occupazionali rispetto a chi vive nel Mezzogiorno.

Il problema del Sud non è la mancanza di talenti. È la cronica incapacità di trattenerli.

Ogni anno investiamo nella formazione di migliaia di giovani che poi mettono le proprie competenze al servizio di altri territori. Una sorta di sussidio involontario allo sviluppo altrui che dura da decenni e che continua a impoverire il tessuto economico meridionale.

Per questo il Rapporto AlmaLaurea 2026 dovrebbe essere letto non soltanto come una fotografia dell’occupazione giovanile, ma come uno specchio nel quale le imprese sono chiamate a guardarsi.

Per anni ci siamo chiesti se la laurea servisse ancora.

Forse oggi la domanda corretta è un’altra: le imprese italiane sono davvero pronte a valorizzare i laureati (bravi) che cercano?

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

 

Posted in Gestione aziendaleTagged AlmaLaurea 2026, Competenze, Laureati, Lavoro giovanile, mezzogiorno, pmi, Recruiting, risorse umane, Talent management, Università e impresa
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