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Vi svelo la fine de “La casa di Mustier” in Unicredit

Come in una serie tivù già vista, conosco l'epilogo del piano diabolico dell'ad: tagli, cessioni o esternalizzazioni per ripulire la banca. E rendere possibile una fusione. I vetusti sindacati? Non ci hanno capito nulla.



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Afine luglio la notizia è stata trattata dalla maggior parte dei media come un fatto di cronaca finanziaria. Poche analisi, nessuna congettura. “Unicredit sta valutando il taglio di 10 mila posti di lavoro“: è stata questa l’indiscrezione di Bloomberg, non una portinaia qualsiasi, che mi sono immaginato come il trailer dell’adattamento, in chiave italica, de La casa de papel. In questa situazione La casa de Mustier (l’amministratore delegato della banca) arriva sulle nostre piattaforme il 3 dicembre 2019, quando deve essere presentato il nuovo piano strategico quadriennale di Unicredit. In tale occasione verremo a conoscenza delle nuove misure del numero uno, del suo disegno. Ma occorrerà aspettare l’ultima puntata per capirne poi la portata? Non per gli appassionati di serie televisive che, come me, si dilettano a prevederne il finale.

PROGETTO BEN CONGENIATO: CHAPEAU, MUSTIER

Solamente la notizia dei tagli ha scatenato il finimondo. I sindacati hanno protestato, si sono detti pronti alla mobilitazione, pronti a fare a cazzotti, pronti anche a fare altro, se dovesse servire. «Faremo barricate, per il Dottor Mustier sarà il Vietnam». Ho due cose da dire. La prima: chapeau Mister Mustier: lei è il professore de La casa de papel in carne e e ossa, il suo piano non è strategico, bensì diabolico e ben congeniato. Risponde a un disegno perfetto che mi sono figurato come ogni appassionato della serie televisiva spagnola.

SINDACATI, DOVE ERAVATE MENTRE TAGLIAVANO I POSTI?

Secondo punto: cari sindacati, siete anacronistici: la vostra non è altro che una demagogia vetusta, da autunno caldo. Adesso vi proclamate pronti alla resistenza. Ma in tutti questi anni dove eravate? Sulle coste panamensi? Prima che mi tacciate di essere un visionario, vi mostro un dato: dal 2010 a oggi Unicredit ha tagliato circa 25 mila posti di lavoro. Non so voi, ma io in questi anni non ho mai visto i sindacati in questione fare a cazzotti. Mai, qualche lamentela e niente più. La verità è che sono rimasti passivi mentre la precedente governance distruggeva la principale banca del Paese. Parlano come si parlava 30 anni fa, perché sono stati seduti. Eppure era prevedibile.

DA TEMPO TROPPI CREDITI DETERIORATI IN PANCIA

Nel libro Io so e ho le prove (Chiarelettere, 2014), ho raccontato dei miei 22 anni in quel sistema. Scrivevo «il peggio deve ancora venire». Bastava leggere i dati: il sistema bancario era già impaurito dal continuo flusso in entrata di crediti “incagliati” o “in sofferenza”. Unicredit evidenziava un ammontare di Non performing loan (Npl, crediti deteriorati) pari a 82,3 miliardi di euro e una difficoltà assoluta nel fare ricavi. Eccola la parolina magica: ricavi. Quando a Mustier hanno chiesto la conferma dell’indiscrezione ha risposto con un “no comment”. Non poteva fare altrimenti.

NIENTE AUMENTO DEI RICAVI? PER FARE UTILE DIMINUISCO I COSTI

Ogni amministratore, quasi sempre non bravo, di una azienda ragiona in questi termini. Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi. L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia è stata vista come un’opportunità da Mustier già da tempo.

LA MANOVRA: ALZARE IL TONO DELLO SCONTRO

Ma c’è di più, arriviamo alla chiave di volta del piano. Come ben sapete, la legge non permette a un’azienda che produce utili di licenziare, lo può fare solo se in crisi. Unicredit non produce perdite, non è in crisi. Quindi cosa può fare Mustier? Il “professor” Mustier fa una manovra che mette Unicredit in condizione di percorrere due strade differenti e allo stesso tempo vantaggiose. Da una parte fa circolare la voce dei tagli, scopre le carte, alza il tono di scontro sindacale, perché attaccare nel caos ti aiuta a vincere.

PRESSIONE PER QUALSIASI TIPO DI SUPPORTO AI LAVORATORI

Successivamente si siederà ai tavoli con i sindacati e dirà «veniamoci incontro». Farà pressione e li spingerà a far valere le loro capacità di lobbying, a dialogare con il governo per ottenere le cose più disparate: scivoli pensionistici, ammortizzatori sociali, agevolazioni, qualsiasi tipo di supporto. Se le trattative, come prevedibile, si dovessero fermare, si passerà al “piano Chernobyl“, quello più drastico: cessioni o esternalizzazioni.

SOLUZIONE ESTREMA: CEDERE UN RAMO DELL’AZIENDA

Così come già fatto con i gioielli di famiglia (Fineco, Pioneer, Bank Pekao) o con la macchina informatica del gruppo, cederà un ramo-servizio dell’azienda, comprensivo di questi 10 mila dipendenti, a una società esterna, la quale metterà quest’ultimi sotto un contratto che non sarà quello bancario, con i suoi privilegi. Quelle società sì che potranno, se in perdita, licenziarli davvero a partire dall’anno successivo.

LA BANCA SARÀ QUINDI LEGGERA E PRONTA PER UNA FUSIONE

Arriviamo all’obiettivo primario del Professor Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile. Il Professor Mustier è un passo avanti e i sindacati molti passi indietro. Detto in parole povere, siamo di fronte a un sistema bancario destinato a cambiare profondamente, che avrà bisogno di un numero di dipendenti molto inferiore a quello al quale siamo abituati e di competenze tecniche che oggi risultano ancora difficili da reperire sul mercato. Chapeau Monsieur Mustier. Perdonatemi per lo spoiler.

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