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Se nelle banche la meritocrazia non esiste

Un manager bravo spesso non può dimostrarlo nei grandi istituti di credito perché le posizioni sono assegnate dai pluridecorati che danno le poltrone spesso a chi ha raggiunto risultati tutt'altro che invidiabili.


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore per Lettera43  

Non ci sono dubbi, Il Sole 24 Ore è il primo giornale economico del Paese, per storia e autorevolezza.

Un quotidiano che ultimamente ha attraversato ( e sta vivendo) momenti difficili ma che, da sempre, è formalmente sostenitore di un giornalismo libero e della libertà d’espressione non influenzabile da soggetti terzi. Eppure c’è qualcosa che non torna, un caso che va sceverato per arrivare ad una comprensione certa. In uno degli ultimi articoli del famoso quotidiano, il più diffuso nel proprio settore e il quinto assoluto in Italia, potete leggere «Quale scuola manageriale sta guidando le banche italiane?». Un tema interessante che molto ci dice sul management attuale del sistema bancario italiano. A conti fatti ne esce che in futuro ai vertici potremmo trovare una generazione di manager che arriverà dal Fin-Tech (e non potremmo non essere d’accordo), ma al momento quegli stessi vertici sono dominati dalle scuole Intesa e Unicredit, dagli uomini che si sono fatti le ossa in quegli istituti.
Sembra che passino per eroi del sistema quelli che il sistema hanno contribuito ad affossarlo
Intesa e Unicredit dominus, che hanno raccolto l’eredità lasciata dagli ex-Mc Kinsey Passera e Profumo. E, c’è di più, se Unicredit nello scorso decennio sembrava prevalere sulla sua rivale, ad oggi, Intesa si dimostra avanti, basta leggere i nomi alla guida delle top banks italiane. Si può addirittura parlare di una intesizzazione dei vertici del sistema bancario ma, attenzione, Unicredit non è lontana (vi avevo parlato di un’unicreditizzazione), la sfida è destinata a continuare. Per chi non ha mai abitato quel sistema potrebbe sembrare che tutto fili liscio, ma non è proprio così, c’è qualche ostacolo. Sembra che passino per eroi del sistema quelli che il sistema hanno contribuito ad affossarlo. E, allora, viene lecito domandarsi: «Siamo di fronte ad un endorsement, quasi al limite del pubblicitario, il che sarebbe davvero grave visto i protagonisti e la compartecipazione nel consolidamento di una lobby, oppure si vuole semplicemente instaurare un dubbio?». Conviene sperare nella seconda alternativa fiduciosi in un’informazione che stimoli le persone a riflettere e che porti a quei cambiamenti raggiungibili solo attraverso una formazione differente.

Dico questo perché se lasciamo da parte Intesa e ci focalizziamo su Unicredit, possiamo notare che dove c’è una banca fallita o prossima al default, arriva una manager ex Unicredit, quelli fatti dimissionare da Mustier, coloro che nel 2016 avevano portato il titolo della banca ai minimi di 1,7 euro rispetto ai 43 del 2007. Tutto ciò non renderebbe affatto la scuola di Gae Aulenti un esempio da decantare. Affatto, perché quei manager tutti ex-Unicredit, e possiamo fare i nomi di Roberto Nicastro, Roberto Bertola, Felice Delle Femmine, Gabriele Piccini, Paolo Fiorentino, Andrea Soro, Marina Natale, li troviamo coinvolti rispettivamente in Etruria-Chieti-Ferrara-Marche, Etruria, CariChieti-Banca Popolare di Torre del Greco (crac Deiulemar), Banca Popolare di Vincenza, Carige, Sga. Ripeto tutte banche già fallite o vicine al default, questo non lascia qualche dubbio come il fatto che questi manager cadano sempre in piedi?

Lascia perplessi il fatto che gli scandali e i crac non portano ad allontanamenti o a una critica forte, nessuno li tocca, anzi. E in più, nonostante tutto nessuno premia il merito e nessuno lo menziona. Perché i vertici si intesizzano e unicreditizzano senza mai prendere in considerazione dei manager semplicemente efficienti, magari che vengono da piccole banche ma che ottengono ottimi risultati? Di come e quanto premiare il merito ci riempie la bocca ma l’eccellenza non è mai premiata, l’eccellenza è data a chi spetta per status. Chi è bravo non può dimostrarlo, perché le posizioni sono assegnate dai pluridecorati che assegnano le poltrone dalle cabine di pilotaggio delle segrete stanze. La meritocrazia non è uguali opportunità per tutti, non siamo utopistici, ma almeno buone opportunità per milioni, dare opportunità a chi non ne avrebbe invece che accentuare lo scarto, suggellandolo in una competizione che toglie qualsiasi disputa. Chi vince viene premiato, chi perde soccombe, legittimando eticamente la disuguaglianza. L’ipocrisia del potere vede prevalere uno status quo gattopardesco, lo vede trionfare ed osannare, a danno dell’efficienza dello stesso sistema che controllano e degli individui. All’informazione il compito di rinnovare il dubbio.

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