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Se le banche ignorano il rapporto umano col cliente

La componente emotiva tra un istituto di credito e il suo correntista è fondamentalie. Ma troppo spesso non viene considerata. Il caso di Carmine Di Maio.





L’arroganza dei
bancari è il segnale della loro mediocrità professionale e della loro cieca vanità. I loro deliri di onnipotenza nascondono seri problemi di integrazione in un contesto sociale e civile completamente mutato rispetto a 20 anni fa. Non è una generalizzazione ma sicuramente il pensiero dominante nell’universo dei dipendenti delle banche è ancora lontano anni luce dalla piena consapevolezza di ciò che li aspetta. Ancora non si rendono conto che l’unico elemento che può tentare di arginare la furia dei mostri del comparto tecnologico come Google, Amazon, Facebook e Apple (i cosiddetti Gafa) che, a breve, entreranno nel mondo della finanza, è il rapporto umano. Capitale tecnologico, manageriale, finanziario e soprattutto di fiducia dei Gafa sono centinaia di volte superiori a quelli del sistema bancario. L’unico aspetto che indurrà quindi il consumatore a privilegiare la relazione con la banca sarà solo ed esclusivamente la componente emotiva derivante dal rapporto con un essere umano. Umano, appunto.

Ha esibito due (2) documenti di identità e il codice fiscale per il regolare riconoscimento. Ha fatto presente che non poteva, per i costi, permettersi l’apertura di un conto corrente che tra l’altro gli era stata rifiutata anche solo per il tempo necessario all’incasso del titolo. Ha chiesto, disperato, di parlare con qualche “direttore” ma è stato addirittura preso di forza dalle guardie giurate per essere sbattuto fuori dalla filiale. Ha infine denunciato alla nostra redazione l’accaduto e a nulla è servito il nostro intervento per capire i “motivi” di tale rifiuto. L’arroganza del potere non ascolta, ma pretende di imporre. L'impiegato ci ha infatti ribadito che un non meglio individuato «regolamento interno vietava l’operazione e che la legge non disciplinava nulla al riguardo». Però nessuna soluzione alternativa, solo dei «no» superbi, maleducati, irrispettosi della dignità di un cittadino che chiedeva solamente l’esercizio di un suo diritto. Sancito dalla legge.

L'ASSEGNO CIRCOLARE COME MEZZO DI PAGAMENTO

L’assegno circolare è definito infatti dalla legge (artt. 82 e ss. R.d. n. 1736 del 21.12.1933) come un titolo di credito, cosiddetto all’ordine in quanto emesso e firmato dalla banca su richiesta di una persona (in questo caso l’imprenditore che ha conciliato la vertenza) che ha già aperto presso la stessa banca un conto corrente. Sul conto corrente il richiedente – prima ancora di domandare l’emissione dell’assegno – deve avere preventivamente depositato la somma riportata nell’assegno. Ciò rende l’assegno circolare un mezzo di pagamento sicuro per il creditore (in questo caso Di Maio) che lo riceve. Tanto premesso possiamo dire che l’assegno circolare può essere incassato presso una qualsiasi filiale della banca che lo ha emesso, anche quando non si dispone di un conto corrente aperto presso quel determinato istituto. Lo dice la legge, non il fantomatico «regolamento interno» più volte ricordato che, semmai fosse una fonte di diritto (e non lo è ), sarebbe subordinata alla legge.

La dignità delle persone non è una merce sacrificabile in nome dell’incompetenza tecnica e relazionale

Infatti ci siamo rivolti a un altro istituto di credito, una Banca Etica non solo nella ragione sociale, che ha provveduto immediatamente a riconoscere a Carmine il suo diritto. La paura però è che l’opinione pubblica si abitui alla situazione e, dopo una prima fase di sconforto, impari a tollerare. Qui, invece, non c’è niente da accettare e non ci si può abbandonare alla rassegnazione. La dignità delle persone non è una merce sacrificabile in nome dell’incompetenza tecnica e relazionale e quando alcune banche parlano di necessità di stare sul mercato dovrebbero farlo con la consapevolezza di piani industriali seri, con investimenti concreti e con la lungimiranza di chi guarda al futuro. I Gafa stanno arrivando!

IL CASO DI CARMINE DI MAIO

Ma gli episodi denunciati come worst practice sono ancora numerosi rispetto a quelli, pochi ed eccezionali, individuabili come “buone pratiche” comportamentali. Paradigmatico è il caso di Carmine Di Maio, umile ed educato operaio che cerca di arrivare a fine mese con lavori saltuari e precari e che, avendo ricevuto regolare assegno circolare come indennizzo per una causa di lavoro vinta, è stato più volte umiliato da un triste (da un punto di vista della energia relazionale) ed arrogante impiegato della sede centrale di Napoli di uno dei più grandi istituti di credito in Italia, emittente dell’assegno, che non ha voluto riconoscergli quanto dovuto. Ha portato con sé il verbale di conciliazione per dimostrare che la fonte era regolare.


A cura di Vincenzo Imperatore

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