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Quando lo Stato non c’è occorre diventare investitori

I servizi pubblici non esistono quasi più e quindi alla sanità, alla pensione, alla scuola dei nostri figli dovremo pensarci noi con i nostri risparmi.



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

a settimana scorsa abbiamo affrontato il tema dei “soldi sotto al materasso”, immagine iconica del rapporto con le finanze dell’italiano, da sempre grande risparmiatore ma pessimo investitore. Una relazione anacronistica se si pensa all’enorme trasformazione economico-sociale in atto, che sempre di più ci obbligherà a sviluppare nuove abitudini e nuovi comportamenti finanziari, prima che sia troppo tardi. Chi non intercetterà questo cambiamento avrà vita difficile.

ITALIANI ABITUATI AD ESSERE ACCUDITI DALLO STATO SOCIALE

Ma come mai si è sviluppata negli anni questa caratteristica? Cominciamo con una considerazione storico-antropologica. Innanzitutto, per le particolari abitudini finanziarie che gli italiani hanno adottato dal Dopoguerra a oggi, quando sono stati accuditi da «mamma Stato». In altre parole, dalla culla alla pensione c’era una «mano invisibile» a proteggerli. Lo stato sociale (scuola, sanità, servizi pubblici, assistenza eccetera) permetteva di fare sonni tranquilli, di non doversi preoccupare (economicamente) per eventuali malattie o per l’istruzione dei figli, né tantomeno per la pensione. Tutto era garantito e assicurato, appunto, dallo Stato.

NON ESISTE LA CULTURA DELL’INVESTIMENTO

Questa sorta di bolla protettiva in cui gli italiani sono vissuti per oltre settant’anni ha inculcato loro alcuni comportamenti che nel tempo sono diventati abitudini, sulle quali costruivano il proprio stile di vita finanziario. Infatti, non avvertivano l’esigenza di pianificare un investimento per gli studi dei figli o di accantonare parte del risparmio per il periodo del pensionamento, né di crearsi una copertura finanziaria (o assicurativa) per un’eventuale inabilità sul lavoro, poiché per tutte queste emergenze, future ed eventuali, interveniva lo stato sociale. Questo approccio ha rimosso dalla vita finanziaria dei risparmiatori italiani il concetto di tempo, proprio perché non avevano bisogno di guardare al lungo termine, al futuro di per sé incerto.

TUTTI PAZZI PER BOT, MA NON FACEVANO GUADAGNARE

Non era «percepito» come conveniente rinunciare ai propri risparmi per investirli a 10 o 20 anni al fine di soddisfare un’esigenza futura: alla peggio, pensavano, avrebbero sempre avuto il supporto di «mamma Stato», che garantiva salute, pensione, alloggio eccetera. Era invece considerato conveniente tenere i soldi risparmiati sempre disponibili, «liquidi», come si dice in gergo, in modo da poterli utilizzare a ogni evenienza. È così che nacque il «primo grande amore» degli italiani: i Buoni Ordinari del Tesoro (Bot), titoli di Stato a tre, sei o 12 mesi con un buon tasso d’interesse.

In realtà il rendimento «reale» dei Bot, cioé quello al netto dell’inflazione, spesso era negativo, ma nessuno se ne rammaricava

I Bot hanno dominato le scene finanziarie per oltre 50 anni. Piacevano perché rispondevano a pennello ai desiderata degli italiani: erano sicuri, liquidabili nel breve periodo e rendevano bene. Basti pensare che negli anni Ottanta i Bot a 12 mesi hanno avuto un rendimento tra il 15% e il 22%! I risparmiatori erano contentissimi, ma era solo una percezione di «valore». In realtà il rendimento «reale», cioé quello al netto dell’inflazione, spesso era negativo, ma nessuno se ne rammaricava. Ciò che contava in quegli anni era la percezione che si stesse facendo un affare, ed è proprio in quel periodo che nacque la prima convinzione distorta del risparmiatore italiano, cioé quella di poter investire a breve termine, con un rendimento alto, senza correre rischi. Una equazione impossibile in finanza ma non per gli italiani!

OGGI SENZA STATO SOCIALE SERVE INVESTIRE PER GARANTIRSI I SERVIZI

Questa convinzione ancora oggi viene discussa sulle scrivanie dei consulenti finanziari, proprio perché figlia della nostra storia recente e quindi difficile da estirpare dall’immaginario collettivo. Oggi però le condizioni che hanno generato tale consapevolezza non ci sono più. Perché la «mano invisibile» dello Stato non c’è più, e quindi alla sanità, alla pensione, alla scuola dei nostri figli eccetera dovremo pensarci noi con i nostri risparmi. Le pensioni sono a rischio: un giorno sì e l’altro pure l’Inps lancia l’allarme sulle difficoltà dell’istituto a reggersi in piedi.

Le spese sanitarie sostenute dallo Stato si sono ridotte, e l’assistenza per infortuni, inabilità eccetera si è drasticamente ridimensionata. Le prestazioni scolastiche in molti casi sono deficitarie, e sempre più spesso per poter entrare con il piede giusto nel mondo del lavoro i nostri figli hanno la necessità di frequentare un’università privata o un master a nostre spese, magari anche all’estero. E così via.

PERCHÉ IL RISPARMIATORE DEVE TRASFORMARSI IN INVESTITORE

Se a questo aggiungiamo che i tassi d’interesse si sono praticamente azzerati e che l’epoca del «20% a un anno» non tornerà mai più (per fortuna, dico io, perché non era tutto oro ciò che luccicava, ma questa è un’altra storia), comprendiamo come questo lento e inesorabile cambiamento stia generando un nuovo contesto sociale, tale da rendere sempre più importante per il risparmiatore trasformarsi in investitore. Non possiamo più pensare solo alle singole esigenze di breve periodo e lasciare il nostro futuro in balia del caso. Dobbiamo imparare a elaborare progetti di lungo periodo con l’obiettivo non solo di soddisfare le nostre necessità, ma anche di assicurarci quei servizi non più garantiti dallo Stato.


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