Domanda retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca

Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche significant) e di Bankitalia (per le banche less significant), denominato «processo di revisione e valutazione prudenziale» (Supervisory Review and Evaluation Process, Srep appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni succesivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

DIRE CHE LE NOSTRE BANCHE SONO TRA LE MIGLIORI IN EUROPA È FUORVIANTE
Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%. Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca puo’ prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale.

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire). Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante. Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con Bnp, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi Bper (2%), Credito Cooperativo Italiano, Ubi, Banco Bpm, e Ccb (2,25%), Iccrea (2,50%) ed infine, fanalini di coda, Mps e Banca Popolare di Sondrio (3%). Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potra’ essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:

• chiedendo a soci e azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste?) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
• chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
• facendo meno prestiti.
Meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora piu’ capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada aldilà dei peana delle penne di sistema.