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Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino

Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Siamo protagonisti di un evento storico per la prima volta. Finora solo spettatori come nel caso dell’attacco alle Twin towers. Eravamo passivi e ci limitavamo a osservare ciò ci succedeva intorno. Ora siamo attori di un dramma e, prima o poi, dovremo fare i conti anche con le nostre scelte. Non possiamo continuare a non interessarci alle decisioni finanziarie che regoleranno il futuro nostro e dei nostri figli.
Premessa breve (e forse inutile) per introdurre il tema del finanziamento della emergenza: Mes euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i Paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. Ed in fretta. Il resto non conta.
Invece dobbiamo sapere cosa sta accadendo alle nostre spalle perché le aspettative, se non soddisfatte, producono poi molta infelicità. Mi sforzerò, anche rischiando di far arricciare il naso per disgusto a qualche illustre professore di finanza, di rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti.

BERLINO È L’AZIONISTA DI MAGGIORANZA DEL MES
Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre. Il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) nasce nel 2010-2011 quando alcuni Paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario e si doveva superare la prescrizione dell’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli Stati membri (e alla Bce) di salvare «Paesi in difficoltà» basandosi sulla logica che gli Stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi, nella convinzione che altri Paesi correranno in loro soccorso. Ma il momento era critico, alcuni Stati rischiavano il default.
Chi riceve i prestiti dal Mes si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa che definisce quali misure si impegna a prendere in termini di tagli e di riforme
Da qui l’aggiramento dell’art. 123, prima con un fondo temporaneo (l’Efsf che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il Mes appunto. Tralaltro, ricordiamolo, il Mes nasce dietro forte pressione dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (Bot, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.
Il Mes (o Fondo salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il Mes può concedere prestiti ai Paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle ordinarie  (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus –  e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri. Guaio in comune, mezzo gaudio. Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta non ci sta. Secondo voi come andrà a finire?
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Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie

Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

 

Leggo e rileggo la bozza del decreto liquidità e mi rendo conto che tra gli “esperti” che lo hanno preparato non ce ne è uno, ma proprio uno, che abbia vissuto un’ora tra le procedure e le dinamiche comportamentali delle banche. Decine di pagine per spiegare il meccanismo delle garanzie dello Stato e poche, vaghe e approssimative righe per capire chi, come e quando potrà ottenere la liquidità necessaria per far sopravvivere la propria azienda. Anzi, a rileggerle bene quelle poche righe emerge una sola certezza: l’attribuzione di un potere pericoloso alle banche che continueranno ad assumere comportamenti dilatori e stancanti per il piccolo imprenditore esausto.

La prima anomalia riguarda i prestiti fino a 25mila euro che le banche dovranno erogare in automatico alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori. Ieri il presidente del Consiglio ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”.

Che significa “subito”? Avete idea di cosa stia succedendo nelle banche per ottenere la sospensione del pagamento delle rate di mutuo prevista dal decreto “Cura Italia”? Sapete quanto ostruzionismo, arroganza, indifferenza stanno incontrando i cittadini italiani?

La seconda anomalia riguarda invece i prestiti fino a 800mila euro per i quali il decreto prevede che ci sarà sempre garanzia fino al 100%, ma con il 90% garantito dallo Stato e la controgaranzia del 10% dei Confidi. La concessione non sarà automatica ma si baserà su una valutazione del merito creditizio che “tenga conto della situazione finanziaria pre-crisi e non dell’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”.

Ma i “tecnici dei ministeri” sanno che, secondo le regole di Basilea (che disciplinano l’erogazione creditizia), “in base alla situazione finanziaria pre-crisi” le banche non erogavano fidi perché le nostre piccole imprese sono sottocapitalizzate, hanno una leva finanziaria (rapporto di indebitamento) nel 90% dei casi sempre superiore a 2 (significa che il capitale ottenuto da terzi per finanziare gli investimenti è maggiore del capitale proprio) e i ricavi sono “annacquati” (termine “banchese” per dire che c’è evasione fiscale)? E poi lo sanno che la maggior parte dei Confidi sono praticamente già morti?

La terza anomalia riguarda l’ammontare della richiesta di finanziamento. Il decreto prescrive che l’importo del prestito assistito da garanzia non potrà essere superiore al 25% del fatturato 2019 o al doppio dei costi del personale registrati sempre lo scorso anno. Vale anche per le piccole imprese il cui fatturato non è veritiero (evasione fiscale) e che hanno in media 5 dipendenti “inquadrati”?

L’ultima anomalia riguarda i tassi sui prestiti concessi dalle banche. Le bozze si limitano a dire che dovranno essere inferiori a quelli stabiliti per operazioni analoghe. Hanno capito i “saggi” che una formulazione così vaga lascia aperta a possibili rialzi o cartelli? Tutto ciò è solo incompetenza o si tratta della conferma della storica collusione della politica con la lobby finanziaria?

Muovetevi a chiarire, emendare, correggere quel decreto perché la gente onesta, il paese reale come lo chiamate voi che non avete mai vissuto l’esperienza di “alzare la saracinesca”, non ce la fa più!

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Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie

Il decreto liquidità rischia di dare un potere pericoloso alle banche: io ho notato cinque anomalie


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

 

Leggo e rileggo la bozza del decreto liquidità e mi rendo conto che tra gli “esperti” che lo hanno preparato non ce ne è uno, ma proprio uno, che abbia vissuto un’ora tra le procedure e le dinamiche comportamentali delle banche. Decine di pagine per spiegare il meccanismo delle garanzie dello Stato e poche, vaghe e approssimative righe per capire chi, come e quando potrà ottenere la liquidità necessaria per far sopravvivere la propria azienda. Anzi, a rileggerle bene quelle poche righe emerge una sola certezza: l’attribuzione di un potere pericoloso alle banche che continueranno ad assumere comportamenti dilatori e stancanti per il piccolo imprenditore esausto.

La prima anomalia riguarda i prestiti fino a 25mila euro che le banche dovranno erogare in automatico alle piccole e medie imprese fino a 499 dipendenti, compresi professionisti, negozianti, autonomi e piccoli imprenditori. Ieri il presidente del Consiglio ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”.

Che significa “subito”? Avete idea di cosa stia succedendo nelle banche per ottenere la sospensione del pagamento delle rate di mutuo prevista dal decreto “Cura Italia”? Sapete quanto ostruzionismo, arroganza, indifferenza stanno incontrando i cittadini italiani?

La seconda anomalia riguarda invece i prestiti fino a 800mila euro per i quali il decreto prevede che ci sarà sempre garanzia fino al 100%, ma con il 90% garantito dallo Stato e la controgaranzia del 10% dei Confidi. La concessione non sarà automatica ma si baserà su una valutazione del merito creditizio che “tenga conto della situazione finanziaria pre-crisi e non dell’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”.

Ma i “tecnici dei ministeri” sanno che, secondo le regole di Basilea (che disciplinano l’erogazione creditizia), “in base alla situazione finanziaria pre-crisi” le banche non erogavano fidi perché le nostre piccole imprese sono sottocapitalizzate, hanno una leva finanziaria (rapporto di indebitamento) nel 90% dei casi sempre superiore a 2 (significa che il capitale ottenuto da terzi per finanziare gli investimenti è maggiore del capitale proprio) e i ricavi sono “annacquati” (termine “banchese” per dire che c’è evasione fiscale)? E poi lo sanno che la maggior parte dei Confidi sono praticamente già morti?

La terza anomalia riguarda l’ammontare della richiesta di finanziamento. Il decreto prescrive che l’importo del prestito assistito da garanzia non potrà essere superiore al 25% del fatturato 2019 o al doppio dei costi del personale registrati sempre lo scorso anno. Vale anche per le piccole imprese il cui fatturato non è veritiero (evasione fiscale) e che hanno in media 5 dipendenti “inquadrati”?

L’ultima anomalia riguarda i tassi sui prestiti concessi dalle banche. Le bozze si limitano a dire che dovranno essere inferiori a quelli stabiliti per operazioni analoghe. Hanno capito i “saggi” che una formulazione così vaga lascia aperta a possibili rialzi o cartelli? Tutto ciò è solo incompetenza o si tratta della conferma della storica collusione della politica con la lobby finanziaria?

Muovetevi a chiarire, emendare, correggere quel decreto perché la gente onesta, il paese reale come lo chiamate voi che non avete mai vissuto l’esperienza di “alzare la saracinesca”, non ce la fa più!

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Sai capire il «banchese»?

Sai capire il «banchese»?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere

Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria.

Consapevoli di non essere capiti

Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori ma probabilmente anche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”.

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio.

Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato?

Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa.

Garanzie e “merito del credito”

Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito” attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv!

Mes o coronabond?

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond?
Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia?

Domanda a cui abbiamo già risposto la settimana scorsa

Ad ogni modo Patuelli, ex politico che oggi fa il banchiere, da una sua affermazione (“ …se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati…”) lascia percepire che il suo orientamento è pro MES.

Vi meravigliate

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MES o Coronabond. Cosa conviene alle nostre banche?

MES o Coronabond. Cosa conviene alle nostre banche?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità  di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria. Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni ed interviste di addetti ai lavori  nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori ma probabilmente anche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”. 

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli,  presidente dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio
Cosa ha voluto dire ? Quali messaggi ha lanciato? 
Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa. Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente)  o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito. Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito” attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, e’ abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv !

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond ? Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. Ed in fretta. Il resto non conta. 

Ad ogni modo Patuelli, ex politico trasformatosi in banchiere, da una sua affermazione (“ …se un privato fa i debiti, non puo’ scaricarli sulla comunita’. Vale anche per gli Stati….”) lascia percepire, contrariamente a quanto dichiarato nel novembre scorso,  che il suo orientamento è pro MES.

Vogliamo capire perchè cercando di spiegare in maniera semplice, se non semplicistica, questi due concetti?
Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre

Il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario.  All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla BCE) di ‘salvare’ paesi in difficoltà’” basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso. Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l’economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’EFSF che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il MES, peraltro, ricordiamolo, dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (BOT, Btp, Cct) non venissero piu’ sottoscritti. Il MES (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il MES può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo ma anche influente nei confronti degli organi di controllo delle banche presso la BCE.

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico(perche ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle classiche (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri. Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta frena su questo progetto. 

Più chiaro ora ?

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Il Mes è il prestito di tuo suocero, i coronabond sono i soldi che ti regala tuo padre

Il Mes è il prestito di tuo suocero, i coronabond sono i soldi che ti regala tuo padre


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria. Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori, ma probabilmente neanche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”.

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio. Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato?
Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa.

Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito”, attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito, ottenuto magari per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv.

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. E in fretta. Il resto non conta.

Ad ogni modo Patuelli dà una sua affermazione (“…se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati…”) lascia percepire che il suo orientamento è pro Mes. Vogliamo rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti? Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre.

Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario. All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla Bce) di ‘salvare’ paesi in difficoltà basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso.

Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l’economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’Efsf che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il Mes, peraltro, ricordiamolo, dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (Bot, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.

Il Mes (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il Mes può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€ 6,3 miliardi), Grecia (€ 61,9 miliardi) e Spagna (€ 41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli eurobond o coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’Eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento – quelle classiche (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri.

Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta frena su questo progetto.

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Coronavirus e banche : basta con i finti buonismi

Coronavirus e banche : basta con i finti buonismi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

La storia ce lo insegna. Il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. Dopo, quanto tutto sarà finito, ogni cosa ritornerà come prima. Il neologismo creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali. I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento. I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari. Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui.

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così. E’ vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset.

Ora arriva il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili, dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

E’ qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crac Parmalat, ecc) orientato a “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

Solo con i clienti più ostili, arrabbiati, poco concilianti, si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto. Un ossimoro, vero, ma state attenti perché già mi arrivano notizie di atteggiamenti di bancari che, infastiditi dalle richieste dei clienti, hanno assunto il solito atteggiamento dilatorio.

Basta con le sceneggiate. Siamo dentro la sofferenza, quindi bisogna ricominciare dai fatti. E se nessuno vuole concedere più la parola “buono” a chi si sforza di esserlo, vada per sciacallo – che in fondo è lo stesso di buonista.

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Mutui, la sospensione con il trucco. Così le banche escludono i morosi dall’agevolazione

Mutui, la sospensione con il trucco. Così le banche escludono i morosi dall’agevolazione


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Pensate che la sospensione del pagamento delle rate di mutuo relativo all’acquisto della prima casa significhi che non dovete fare nulla per ottenerla e non dovrete pagare? Non è così, o meglio non è così per milioni di italiani.

Spero sia solo un involontario e distratto assist del governo al mondo bancario che non aspettava altro per fare ostruzionismo e sfinire il cittadino che non riesce a pagare il mutuo per le conseguenze derivanti dalla quarantena per il coronavirus.

Forse nessuno ha letto in profondità il testo di legge ma la “distrazione” è presente al secondo comma dell’articolo 6 del decreto laddove è si stabilisce che “per tutto quanto non previsto dal presente decreto continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al DM n. 312/2010”.

Vado con ordine.

Innanzitutto l’agevolazione prevista dal decreto, è rivolta solo ai lavoratori dipendenti rimasti disoccupati o posti in cassa integrazione oppure ai lavoratori autonomi e liberi professionisti che dichiarino un abbattimento degli introiti superiore al 33% di quanto mediamente incassato nell’ultimo trimestre 2018, lasciando in tal modo fuori un bel pezzo della popolazione italiana che, a prescindere dalle considerazioni etiche, era stata considerata dal sistema bancario meritevole di credito al momento della concessione del mutuo.

Penso, ad esempio, ai disoccupati che, all’epoca della richiesta, probabilmente hanno esibito documenti falsi per ottenere il mutuo oppure a chi percepisce il reddito di cittadinanza e, comprensibilmente, paga le rate in ritardo, ma comunque entro i termini dell’articolo 40 del Testo Unico Bancario (ritardo tra i 30 e 180 giorni), per non parlare poi di quelli che da disoccupati, non avendo altre possibilità di impiego, hanno lavorato in “nero” e continuato a pagare i mutui che avevano ottenuto quando lavoravano (sempre in “nero”) ed adesso non possono più pagarli perché forzatamente a casa.

Ma le banche quando hanno concesso i mutui a chi non poteva averlo sono state stupide o avevano interesse a guadagnare? In ogni caso c’è un concorso di colpe!

Analizzando invece il testo del DM 312/2010 a cui si aggancia l’attuale decreto – che ha dato la possibilità di prorogare di 180 giorni il pagamento delle rate del mutuo – l’articolo 477 recita che: “La sospensione prevista dal comma 476 non può essere richiesta per i mutui che abbiano almeno una delle seguenti caratteristiche: a) ritardo nei pagamenti superiore a novanta giorni consecutivi al momento della presentazione della domanda da parte del mutuatario, ovvero per i quali sia intervenuta la decadenza dal beneficio del termine o la risoluzione del contratto stesso, anche tramite notifica dell’atto di precetto, o sia stata avviata da terzi una procedura esecutiva sull’immobile ipotecato; b) fruizione di agevolazioni pubbliche”.

Bingo!

Fonti interne ad alcune banche mi hanno confermato che nei confronti dei mutuatari con morosità al di sotto dei 90 giorni (e quindi legittimati a ottenere la sospensione), sapendo in anticipo che il “Cura Italia” sarebbe entrato in vigore da lì a poco, si sono avvalse in maniera subdola della prescrizione della seconda parte del comma A. Come??? Inviando, anche a chi era entro i termini dell’articolo 40 del Testo Unico Bancario e/o entro il ritardo dei 90 giorni, la lettera di “decadenza del beneficio del termine” (praticamente la risoluzione del contratto). Ed in tal modo si sono messi in pace con tantissimi mutuatari che pagavano in ritardo le rate del mutuo escludendoli dalla agevolazione.

Oltre a questo hanno fatto la furbata di retrodatare la lettera, inviata con raccomandata e utilizzando un corriere che non è Poste Italiane, di 15/20 giorni. Perché? Perché così facendo sulla lettera non vi è impressa (e quasi mai lo è) la data di consegna e, quindi, non potendolo dimostrare, fa fede la data di emissione della missiva. Furbi, vero?

Non solo ma al comma b) dell’articolo di legge si prescrive che non rientra nell’agevolazione chi “fruisce di agevolazioni pubbliche”. Sapete cosa sono le agevolazioni pubbliche? Senza voler fare elenchi, vi dico solo che se io, come milioni di italiani, ho contratto un mutuo con una banca per il tramite di una cooperativa edilizia, una parte degli interessi che devo pagare mi sono corrisposti dalla Regione.

Mi chiedo: ma in un momento di pandemia globale, a quelli che anziché pagare 700 euro al mese ne pagano 600/650 (per il piccolo contributo ottenuto dalla Regione) che cosa cambia? Ma era così difficile per il legislatore pensare che chi ha ottenuto un mutuo con un aiuto pubblico, in un momento come questo, non lo riesce a pagare?

Ma non era più semplice fare una legge con un solo articolo che sanciva che “a far data dal 1 febbraio 2020 si sospendono tutte le pratiche giudiziali tra banche e mutuatari fino alla fine dell’emergenza sanitaria”, senza per questo incidere sulla sostanza del contenzioso? Tutto ciò non avrebbe sospeso i termini delle controversie in corso, ma le avrebbe solo posticipate.

Io non so se tutto ciò sia costituzionale. So di certo che quello che sta avvenendo può innescare tensioni sociali di grosse proporzioni se non si provvede in tempo.

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MES o Euro(corona)bond?

MES o Euro(corona)bond?

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia ?

Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie,  interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. E in fretta. Il resto non conta.

Ma siccome il direttore di questo giornale me lo chiede, mi sforzerò, con simpatia e piacere, di rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti.

Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre.

Il MES (o Fondo Salva Stati)

Ad ogni modo il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia)  nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario. All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla BCE) di salvare “paesi in difficoltà’” basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi,  nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso.
Ma il momento era critico, alcuni paesi rischiavano il default.

Da qui l’aggiramento dell’art. 123, prima con un fondo temporaneo (l’EFSF che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il MES, appunto.

Tra l’altro, ricordiamolo, il MES nasce dietro forte pressione dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (BOT, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.

Il MES (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il MES può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali.

Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli Eurobond (o Coronabond)

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle ordinarie  (sanità, infrastrutture, spese militari, ecc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri.

Guaio in comune, mezzo gaudio

Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta non ci sta.

Secondo voi come andrà a finire ?

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Coronavirus e banche, ha ragione Mario Draghi: meglio evitare il loro contributo

Coronavirus e banche, ha ragione Mario Draghi: meglio evitare il loro contributo


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Ennesima lezione di leadership di Mario Draghi che ci ha confermato che non è leader chi comanda o chi ha potere ma chi, forte di una rara competenza professionale, ha una visione diversa e nuova del mondo e soprattutto la comunica in modo chiaro e diretto indicando i passi da fare con semplicità.

Complicare è facile, semplificare è difficile e nella sua lettera al Financial Times l’ex governatore ha ridisegnato il futuro dell’Europa in tre azioni elementari:

– L’Europa deve essere unita e solidale con un’identità fiscale tanto forte da bilanciare quella monetaria. Ridurre all’osso la pressione fiscale e niente più egoismi: non ci possiamo più permettere le spinte nazionalistiche di questi ultimi decenni.

– Gli Stati sovrani non possono più correre dietro ai vincoli di bilancio. Siamo in guerra e oggi la priorità è sopravvivere attraverso la ripresa economica.

– Dare direttamente alle imprese le risorse necessarie per ripartire. In altri termini prestare danaro a tasso zero direttamente alle imprese evitando l’intermediazione delle banche.È su questo terzo punto che mi vorrei concentrare.

Draghi, che conosce molto bene quel “mondo”, ha capito perfettamente che se il bazooka passa tra le mani del sistema bancario diventa una pistola ad acqua. Mi arrivano da più parti, infatti, segnalazioni di comportamenti ostruzionistici, dilatori ed arroganti da parte del personale bancario in merito alle urgenti necessità dei piccoli imprenditori di utilizzare le misure a loro tutela stabilite dal decreto “Cura Italia”.

Non generalizziamo ma gli episodi denunciati come worst practice sono ancora numerosi rispetto a quelli, pochi ed eccezionali, individuabili come “buone pratiche” comportamentali (da segnalare, a tal proposito, la procedura semplice ed immediata predisposta da Banca Sella per la sospensione del pagamento delle rate dei mutui).

 “non ci sono ancora i moduli per la richiesta”, mentre il decreto legge sancisce un diritto per il quale non c’è bisogno di una richiesta ma semmai di una disposizione da effettuare con una semplice autocertificazione

– “eventualmente si può sospendere solo il pagamento della quota capitale e continuare a pagare invece gli interessi” laddove il provvedimento legislativo stabilisce per le piccole imprese e le partite Iva che, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale (anche leasing), il pagamento dell’intera rata o del canone di leasing in scadenza è sospeso fino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate è dilazionato senza nuovi o maggiori oneri.

Basta! E’ legge dello Stato, voi bancari non dovete decidere nulla!

L’arroganza dei bancari è il segnale della loro mediocrità professionale e della loro cieca vanità. I loro deliri di onnipotenza nascondono seri problemi di integrazione in un contesto sociale e civile completamente mutato rispetto a ieri. Non è una generalizzazione ma sicuramente il pensiero dominante nell’universo dei dipendenti delle banche è ancora lontano anni luce dalla piena consapevolezza di ciò che sta succedendo nel mondo. Ancora non si rendono conto che siamo in guerra e continuano a mostrare i loro fragili muscoli.

Intervenga immediatamente lo Stato, anche attraverso la commissione bicamerale sulle banche presieduta da Carla Ruocco del M5S, perché la paura è che l’opinione pubblica si abitui alla situazione e, dopo una prima fase di sconforto, impari a tollerare. Qui, invece, non c’è niente da accettare e non ci si può abbandonare alla rassegnazione.

La dignità delle persone non è una merce sacrificabile in nome dell’incompetenza tecnica e relazionale e quando alcune banche parlano di necessità di stare sul mercato dovrebbero farlo con la consapevolezza di piani industriali seri, con investimenti concreti e con la lungimiranza di chi guarda al futuro.

Ma credo che, soprattutto per loro, sia tardi ormai.

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Sfruttare il cambiamento nell’era post Covid-19

Sfruttare il cambiamento nell’era post Covid-19


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Fino a ieri, i piccoli imprenditori di cui tanto si parla in questi giorni e che rappresentano da oltre 30 anni il mio ambito di studio professionale, si confrontavano con un livello di complessità significativamente superiore a quello di qualche anno fa ma comunque il cambiamento era vissuto come un elemento occasionale e sporadico, uno choc. Dopo la stagione del coronavirus sarà tutto diverso: il sistema economico mondiale avrà perso buona parte della sua stabilità e linearità, trovandosi ad essere sollecitato da un cambiamento epocale. Il cambiamento diventerà un elemento strutturale e necessario del sistema. Le situazioni di cambiamento, caratterizzate quindi da una storica discontinuità e incertezza, saranno gli ambiti in cui i piccoli imprenditori saranno maggiormente chiamati in causa e messi alla prova.

È in queste situazioni che si vedrà maggiormente chi sarà in grado di fare la differenza, chi identificherà opportunità laddove altri vedranno rischi, chi attiverà e farà attivare energie straordinarie. In sintesi chi innoverà quando gli altri si affideranno alla routine. In particolare saranno modificate tutte le architravi relazionali tra clienti e fornitori che si fonderanno su un concetto di “fiducia” costruito con un processo completamente diverso rispetto a quanto finora visto. Cadrà il concetto che il consumatore debba essere ascoltato, magari con indagini di customer satisfaction pilotate e fasulle (di cui abbiamo più volte parlato su queste colonne) e si affermerà sempre di più il processo che vede il cliente operare di “iniziativa” utilizzando le relative piattaforme di recensioni. La conferma ci arriva da una ricerca realizzata congiuntamente dalla piattaforma di recensioni on-line Trustpilot e Canvas8, la massima autorità Usa in tema di ricerche sui comportamenti dei consumatori, in cui sono stati forniti nuovi dati sul ruolo decisivo che le recensioni assumono nella questione della fiducia online dei consumatori. In particolare è emerso che:

  • Il 62% dei consumatori smetterebbe di usare le piattaforme di recensione, se venisse a sapere che queste permettono alle aziende di censurare le recensioni.
  • A livello globale, sette utenti su 10 esprimono la loro preoccupazione per la possibilità stessa che viene data ai brand di censurare le recensioni negative su una piattaforma qualsiasi, ritenendo che ciò possa avere un impatto sulla libertà di parola degli utenti (40%) o che possa addirittura causare loro una perdita di denaro (49%).
  • Oltre la metà dei consumatori si insospettisce di fronte a un’azienda con un punteggio perfetto, perché ritenuto troppo buono per essere autentico. Il 56% degli utenti continuerà a prendere in considerazione un prodotto o un servizio a 5 stelle, ma farà qualche ricerca in più prima di decidere di acquistare.
  • Il 64% dei consumatori preferisce acquistare da un’azienda che dà risposte e interagisce con il proprio pubblico, piuttosto che da una all’apparenza perfetta.
  • In molti ritengono che le aziende possano cambiare nel tempo – in meglio o in peggio – e, dunque, tendono a dare maggior peso ai feedback più recenti da parte dei consumatori; il 64% degli utenti afferma di voler dare più fiducia a un’azienda che complessivamente ha meno recensioni ma più recenti.

Basta per i venditori-furbi (penso alle banche) per non voltarsi indietro e guardare al passato con malinconia o addirittura con rabbia?

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Buonismo e sciacallaggio, per le banche, sono sinonimi

Buonismo e sciacallaggio, per le banche, sono sinonimi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Il neologismo “buonismo”, creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia, è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali.

I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento.

I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari.
Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così.

È vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset (di cui parleremo nelle prossime settimane).

Ora arriva il bello, però.

Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste.

Ecco il punto: le modalità di richiesta!

Devono essere semplici e accessibili dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

È qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crack Parmalat, ecc.) orientato a «distrarre» il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto”  che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

Solo con i clienti più ostili, arrabbiati, poco concilianti, si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto.

Un ossimoro, vero, ma state attenti perché già mi arrivano notizie di atteggiamenti di bancari che, infastiditi dalle richieste dei clienti, hanno assunto il solito atteggiamento dilatorio.

Basta con le sceneggiate

Siamo dentro la sofferenza, quindi bisogna ricominciare dai fatti.

E se nessuno vuole concedere più la parola “buono” a chi si sforza di esserlo, vada per sciacallo che in fondo è lo stesso di buonista.

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Coronavirus, la finanza specula sulle tragedie: adesso basta coi finti buonismi

Coronavirus, la finanza specula sulle tragedie: adesso basta coi finti buonismi


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


La storia ce lo insegna. Il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. Dopo, quanto tutto sarà finito, ogni cosa ritornerà come prima. Il neologismo creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali. I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento. I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari. Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui.

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così. E’ vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset (di cui parleremo nelle prossime settimane).

Ora arriva il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili, dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

E’ qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crac Parmalat, ecc) orientato a “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

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Ora sulle agevolazioni per il coronavirus le banche non complichino tutto

Ora sulle agevolazioni per il coronavirus le banche non complichino tutto



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Il 13 marzo, in questa rubrica, avevamo formulato quattro proposte che il governo avrebbe dovuto imporre al sistema bancario a fronte di un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset delle banche. Forse sarà stato un caso, ma sembra che siamo stati ascoltati.

Avevamo chiesto la sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari) e il governo ha decretato una moratoria di nove mesi per il pagamento delle rate dei mutui ottenuti per acquisto della prima casa a favore di coloro che, con una semplice autocertificazione da esibire in banca, dichiarino una perdita di fatturato superiore al 33% dei ricavi dell’ultimo trimestre 2019.

PAGAMENTO LEASING SOSPESO FINO A SETTEMBRE
Non solo, ma per le piccole imprese e le partite Iva il decreto stabilisce che, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale (anche leasing), il pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza è sospeso fino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate è dilazionato senza nuovi o maggiori oneri.


EXTRA FIDO PER TUTTI E NON SOLO
Avevamo chiesto che il sistema bancario accordasse massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al 20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, eccetera) e il decreto Cura Italia ha sancito:

  • misure di sostegno finanziario dello Stato, fino al 33% dei prestiti erogati per anticipi su crediti (Anticipo fatture, riba, export, eccetera) esistenti alla data del 29 febbraio;
  • per nove mesi dal provvedimento, lo Stato fornisce una garanzia per prestiti fino a 5 milioni di euro volta a investimenti e ristrutturazioni di situazioni debitorie;
  • in favore delle imprese che hanno sofferto una riduzione del fatturato, Cassa depositi e prestiti è autorizzata a concedere liquidità, anche nella forma di garanzie di prima perdita su portafogli di finanziamenti. La garanzia dello Stato è rilasciata in favore di Cdp fino a un massimo dell’80% dell’esposizione assunta

NIENTE REVOCA PER CIÒ CHE È GIÀ STATO CONCESSO

Avevamo chiesto di imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti e l’esecutivo ha stabilito che nessuna banca potrà revocare (e quindi tanto meno decurtare) i fidi a breve (scoperto di conto corrente, anticipo crediti, anticipo import, eccetera) già concessi.

REVISIONE DELLE REGOLE DI BASILEA

Avevamo chiesto la revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti e gli organi di governo finanziario europeo hanno già deciso e comunicato alle banche italiane i nuovi criteri che allargano le maglie degli obblighi di assorbimento di capitale.

IL PUNTO ORA: LE MODALITÀ DI RICHIESTA
Ora arrivo il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli imprenditori non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono presentarsi neppure negli uffici pubblici. E nelle banche.


LE BANCHE CERCANO SEMPRE DI DISTRARRE IL CLIENTE
È qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla. Il compito del bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (Lehman BrothersParmalat) quello di “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni spingendolo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringendolo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.


DIRITTI CONCESSI SOLO AI MENO CONCILIANTI
Solo con i clienti più ostili, arrabbiati e poco concilianti si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto. Un ossimoro, vero, ma state attenti perché il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. La storia ce lo insegna.

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Covid-19: Le banche, ora, devono fare la loro parte

Covid-19: Le banche, ora, devono fare la loro parte


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è il momento delle polemiche e delle chiacchiere. È il momento dei fatti, il momento in cui tutti devono scendere in campo. Siamo in trincea e la guerra non la devono combattere sempre gli stessi soldati.

Il governo, la commissione bicamerale banche (e il suo presidente Carla Ruocco) e le banche (tramite l’Abi) si siedano a un tavolo e affrontino immediatamente il problema delle imprese, soprattutto le piccole imprese che, ricordiamo, rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro paese e hanno una forte dipendenza, quasi sudditanza, nei confronti del credito bancario. Generalmente solo il 10% del fabbisogno finanziario di una PMI viene coperto con capitale proprio (di rischio).

Le imprese sono focolai potenziali più degli ospedali. Negli uffici, nei reparti, nei cantieri il rischio contagio è quasi certezza. La Cina ha fermato tutte le fabbriche nei primi 7 giorni del contagio.

Se lo Stato non interviene con misure straordinarie, tra poche settimane avremo decine di migliaia di contagiati o decine di migliaia di persone senza stipendio.

Le vendite di tutti stanno crollando a picco, restare aperti in certi casi costa più della chiusura. Per conservare la tenuta dei conti privati e consentire il pagamento di paghe e stipendi netti occorre coinvolgere subito il sistema bancario.

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le imprese (e le loro famiglie) hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con i loro sacrifici e il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le imprese (e le loro famiglie), gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti. Ma non lo faranno.

Il Governo deve, quindi,  imporre “un sacrificio” al sistema bancario accordandosi anche con Bruxelles in merito ad alcune misure necessarie per evitare il default di migliaia di piccole imprese e offrendo in contropartita alle banche, anche esse imprese,  una detassazione di alcun asset che producono reddito.

Ne propongo quattro:

Prima proposta: Sì alla revisione delle regole di Basilea

Revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti.

Semplificando gli accordi interbancari di Basilea stabiliscono di “valutare” le aziende tenendo conto sostanzialmente di tre parametri:

  • I “numeri” che esprime l’azienda (il suo bilancio in pratica).
  • Il cosiddetto “andamentale bancario”, ossia: “Come si comporta l’azienda con la banca? È regolare nei pagamenti? Oltrepassa mai il limite di fido? I suoi clienti la pagano regolarmente?”
  • Gli aspetti qualitativi, cioè informazioni di natura qualitativa, come etica della “governance”, rischiosità del settore di appartenenza, saturazione del mercato di operatività, previsioni economico-finanziaria di settore.

Sulla base di questi tre parametri, inseriti in un algoritmo, ogni banca tira fuori  un “voto” per l’azienda che ha richiesto o ha ottenuto il finanziamento, il cosiddetto RATING, che, così come a scuola, varia su una scala che va da 1 (il voto migliore) a 12 (il voto peggiore) e che esprime “la probabilità di default”, cioè la probabilità (il rischio) che nei prossimi 3-5 anni l’azienda NON possa più restituire i soldi alla banca!

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito, al fine di tutelare il risparmio e la sostenibilità del business bancario,  impone alle banche obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate. E l’accantonamento è un costo per le banche. In altri termini le banche devono accantonare quote di capitale (che non possono quindi utilizzare per fare altri affari) proporzionate al rischio assunto che viene appunto valutato con lo strumento del rating.

Siccome è certo che i rating delle piccolo imprese peggioreranno sicuramente a seguito della crisi da Covid-19, è necessario rivedere immediatamente le percentuali di accantonamento altrimenti, così come già raccontato la settimana scorsa, alle banche rimane la strada della stretta creditizia.

Seconda proposta: No all’integrazione delle garanzie

Imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti.

A seguito del crollo delle quotazioni dei titoli azionari ed obbligazionari, è ovvio che quei finanziamenti saranno “meno garantiti”. In altri momenti storici simili a quello attuale le banche hanno richiesto immediatamente il ripristino dello “scarto”, cioè quella differenza tra il valore dell’oggetto del pegno e il credito accordato che serve a cautelare l’istituto di credito contro una eventuale diminuzione di detto valore. E i piccoli imprenditori, a maggior ragione in questa fase, non hanno disponibilità per integrare la garanzia. E quindi, in alternativa, le banche deliberano una riduzione del fido proporzionalmente con l’aumento dello scarto.

Terza proposta: Sì a moratorie

Sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari). Chi non ha i soldi per pagare le rate, non ce li ha né per sostenere il costo degli interessi né per rimborsare il capitale preso a prestito. Ma soprattutto introdurre modalità di richiesta e ottenimento della “moratoria” molto più snelle e agevoli di quelle prescritte negli anni scorsi. 

Quarta proposta: Sì a extrafidi

d) Accordare massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al  20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, ecc).  Tale misura consentirebbe alle imprese in crisi di fatturato (e di incassi) di sostenere il finanziamento del capitale circolante (stipendi, fornitori, utenze, fitti, tributi) e dovrebbe essere sostenuta unitamente alla abolizione per almeno due trimestri di quei balzelli che rispondono al nome di DIF (disponibilità immediata fondi) e CIV (commissione di istruttoria veloce) e che hanno preso il posto della illegittima Commissione di Massimo Scoperto. 

Ai conti pubblici penseremo tutti dal 30 settembre 2020. Altrimenti sarà difficile trovare imprese vive in grado di pagare tributi e banche al primo di ottobre

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Come salvare le piccole imprese dal default per coronavirus

Come salvare le piccole imprese dal default per coronavirus


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è il momento delle polemiche e delle chiacchiere. È il momento dei fatti, il momento in cui tutti devono scendere in campo. Siamo in trincea e la guerra contro il coronavirus non la devono combattere sempre gli stessi soldati. Il governo, la commissione bicamerale banche (e la sua presidente Carla Ruocco) e le banche (tramite l’Abi, l’Associazione bancaria italiana) si siedano a un tavolo e affrontino immediatamente il problema delle imprese, soprattutto le piccole imprese che, ricordiamo, rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro Paese e hanno una forte dipendenza, quasi sudditanza, nei confronti del credito bancario.

Generalmente solo il 10% del fabbisogno finanziario di una Pmi viene coperto con capitale proprio (di rischio). Le imprese sono focolai potenziali più degli ospedali. Negli uffici, nei reparti, nei cantieri il rischio contagio è quasi certezza. La Cina ha fermato tutte le fabbriche nei primi sette giorni del contagio. Se lo Stato non interviene con misure straordinarie, tra poche settimane avremo decine di migliaia di contagiati o decine di migliaia di persone senza stipendio.

LE BANCHE DEVONO RESTITUIRE IL FAVORE
Le vendite di tutti stanno crollando a picco, restare aperti in certi casi costa più della chiusura. Per conservare la tenuta dei conti privati e consentire il pagamento dei salari netti occorre coinvolgere subito il sistema bancario. Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crac di tanti istituti di credito a livello mondiale, le imprese (e le loro famiglie) hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con i loro sacrifici e il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le imprese (e le loro famiglie), gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti. Ma non lo faranno.

IL GOVERNO IMPONGA UN SACRIFICIO AGLI ISTITUTI DI CREDITO

Il governo deve, quindi, imporre “un sacrificio” al sistema bancario accordandosi anche con Bruxelles in merito ad alcune misure necessarie per evitare il default di migliaia di piccole imprese e offendo in contropartita alle banche, anche esse imprese, una detassazione di alcuni asset che producono reddito. Faccio quattro proposte.

1. RIVEDERE LE REGOLE DI BASILEA

Revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti. Semplificando gli accordi interbancari di Basilea stabiliscono di “valutare” le aziende tenendo conto sostanzialmente di tre parametri: i “numeri” che esprime l’azienda (il suo bilancio in pratica); il cosiddetto “andamentale bancario”, ossia: “Come si comporta l’azienda con la banca? È regolare nei pagamenti? Oltrepassa mai il limite di fido? I suoi clienti la pagano regolarmente?”; e infine gli aspetti qualitativi, cioè informazioni di natura qualitativa, come etica della “governance”, rischiosità del settore di appartenenza, saturazione del mercato di operatività, previsioni economico-finanziaria di settore.


Il rating esprime “la probabilità di default”, cioè il rischio che in 3-5 anni l’azienda non possa più restituire i soldi alla banca

Sulla base di questi tre parametri, inseriti in un algoritmo, ogni banca tira fuori un “voto” per l’azienda che ha richiesto o ha ottenuto il finanziamento, il cosiddetto rating, che, così come a scuola, varia su una scala che va da 1 (il voto migliore) a 12 (il voto peggiore) e che esprime “la probabilità di default”, cioè la probabilità (il rischio) che in 3-5 anni l’azienda non possa più restituire i soldi alla banca.

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito, al fine di tutelare il risparmio e la sostenibilità del business bancario, impone alle banche obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate. E l’accantonamento è un costo per le banche. In altri termini le banche devono accantonare quote di capitale (che non possono quindi utilizzare per fare altri affari) proporzionate al rischio assunto che viene appunto valutato con lo strumento del rating. Siccome è certo che i rating delle piccole imprese peggioreranno sicuramente a seguito della crisi da Covid-19, è necessario rivedere immediatamente le percentuali di accantonamento altrimenti, così come già raccontato qui su Lettera43.it, alle banche rimane la strada della stretta creditizia.

2. VIETATO CHIEDERE INTEGRAZIONE DEI TITOLI DATI IN PEGNO

Imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti. A seguito del crollo delle quotazioni dei titoli azionari e obbligazionari, è ovvio che quei finanziamenti saranno “meno garantiti”. In altri momenti storici simili a quello attuale le banche hanno richiesto immediatamente il ripristino dello “scarto”, cioè quella differenza tra il valore dell’oggetto del pegno e il credito accordato che serve a cautelare l’istituto di credito contro una eventuale diminuzione di detto valore. E i piccoli imprenditori, a maggior ragione in questa fase, non hanno disponibilità per integrare la garanzia. E quindi, in alternativa, le banche deliberano una riduzione del fido proporzionalmente con l’aumento dello scarto.

3. SOSPENDERE PER UN ANNO L’AMMORTAMENTO DEL CAPITALE

Sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari). Chi non ha i soldi per pagare le rate, non ce li ha né per sostenere il costo degli interessi né per rimborsare il capitale preso a prestito. Ma soprattutto introdurre modalità di richiesta e ottenimento della “moratoria” molto più snelle e agevoli di quelle prescritte negli anni precedenti.

4. ACCORDARE UN EXTRA FIDO: IL 20% DI QUANTO GIÀ CONCESSO

Accordare massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al 20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, eccetera). Tale misura consentirebbe alle imprese in crisi di fatturato (e di incassi) di sostenere il finanziamento del capitale circolante (stipendi, fornitori, utenze, fitti, tributi) e dovrebbe essere sostenuta unitamente alla abolizione per almeno due trimestri di quei balzelli che rispondono al nome di Dif (disponibilità immediata fondi) e Civ (commissione di istruttoria veloce) e che hanno preso il posto della illegittima commisione di massimo scoperto. Ai conti pubblici penseremo tutti dal 30 settembre 2020. Altrimenti sarà difficile trovare imprese vive in grado di pagare tributi e banche al primo di ottobre.

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Coronavirus, e le banche? In Cina sterilizzano i contanti, qui neanche le mascherine

Coronavirus, e le banche? In Cina sterilizzano i contanti, qui neanche le mascherine


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Il paese è isolamento, i suoi abitanti hanno restrizioni di movimento. Devono chiudere tutti per evitare la diffusione del virus. Bar, ristoranti, teatri, cinema, discoteche, musei, stadi ed impianti sportivi, scuole e Università, chiese e luoghi di culto, tutti i luoghi di aggregazione pubblica devono osservare le giuste disposizioni restrittive del governo per combattere l’emergenza della epidemia.

Ma le banche e gli uffici postali? Gli sportelli bancari (e quelli postali) sono luoghi di contatto sociale sia per i dipendenti che per i clienti?

Negli ultimi giorni lavorativi, ogni mattina, mentre mi recavo al lavoro, assistevo alla solita scena della fila interminabile di persone in attesa di entrare nell’ufficio postale. Si trattava prevalentemente di persone anziane che si recavano a prelevare la pensione ed aspettavano in fila, accalcati gli uni agli altri, il loro turno per entrare poi nella filiale che, in circa 10 metri quadri, riuniva ben oltre 20 persone (tra impiegati e pubblico).
Era il cosiddetto “fine-mese”, termine banchese con il quale si identifica il periodo di maggior afflusso allo sportello per le operazioni di pagamento e che di solito dura quei 5-6 giorni lavorativi collocati a cavallo tra il mese che termina e quello che inizia.

E’ il periodo in cui si maneggia tanto “contante”, banconote e monete che nell’immaginario collettivo (e non solo) sono sporchi per definizione e, per taluni, addirittura portatori di virus.

A livello precauzionale, la Cina, ad esempio, dal 17 gennaio scorso sta sterilizzando il denaro, che, circolando, potrebbe veicolare di mano in mano microbi e virus. In Cina le banche hanno ricevuto l’ordine di sterilizzare il denaro contante prima di diffonderlo tra i clienti: disinfezione a raggi ultravioletti e ad alte temperature per tutto il denaro contante.

Diversi esperti hanno però dichiarato che la “quarantena” delle banconote decisa dalla Repubblica Popolare Cinese è eccessiva. Così come il rischio di venire contagiati dal Coronavirus toccando monete, banconote, carte di credito e altri oggetti è stato considerato “molto basso” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ad ogni modo, anche se vi invito a non farvi prendere dalla psicosi, ho la sensazione che nei confronti delle banche, anche in questo caso, siano stati adottati provvedimenti poco prudenziali a livello nazionale. Solo alcune banche e solo per le (ormai ex) zone-rosse e gialle sono state assunte iniziative cautelative. E il resto del paese?

Non è il momento della polemica ma ci spieghino il motivo della esclusione dei luoghi finanziari dai provvedimenti limitativi. Non credo alla mera dimenticanza. Ma se cosi fosse, almeno i manager bancari stanno pensando alla salute dei loro dipendenti e dei loro clienti ?

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le famiglie hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le famiglie, gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti.

Potrebbe essere il momento per offrire ai clienti, gratuitamente per un determinato periodo, la possibilità di utilizzare i canali del remote banking.

Potrebbe essere il momento per sollecitare, tramite disposizione governativa, ai commercianti l’accettazione, senza alcuna commissione per un determinato periodo, del pagamento tramite moneta elettronica.

Qualsiasi crisi nasconde sempre delle opportunità. Ma non per i ciechi.

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Coronavirus: chiudono tutti ma non banche e uffici postali. Perché?

Coronavirus: chiudono tutti ma non banche e uffici postali. Perché?


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Gli sportelli bancari (e quelli postali) sono o non sono luoghi di contatto sociale sia per i dipendenti che per i clienti?

Devono chiudere tutti per evitare la diffusione del COVID-19. Bar, ristoranti, teatri, cinema, discoteche, musei, stadi ed impianti sportivi, scuole e Università, chiese e luoghi di culto, tutti i luoghi di aggregazione pubblica devono osservare le giuste disposizioni restrittive del governo per combattere l’emergenza della epidemia. Addirittura una zona del paese in isolamento e con restrizioni di movimento per i suoi abitanti.

Ma le banche e gli uffici postali?

Gli sportelli bancari (e quelli postali) sono luoghi di contatto sociale sia per i dipendenti che per i clienti?

Negli ultimi tre giorni lavorativi, ogni mattina, mentre mi recavo al lavoro, assistevo alla solita scena della fila interminabile di persone in attesa di entrare nell’ufficio postale. Si trattava prevalentemente di persone anziane che si recavano a prelevare la pensione e aspettavano in fila, accalcati gli uni agli altri, il loro turno per entrare poi nella filiale che, in circa 10 metri quadri, riuniva ben oltre 20 persone (tra impiegati e pubblico).

Nessuno (neppure i dipendenti) aveva la mascherina e i cassieri non avevano i guanti usa e getta (come prevenzione per il maneggio dei contanti).

Era il cosiddetto “fine-mese”, termine banchese con il quale si identifica il periodo di maggior afflusso allo sportello per le operazioni di pagamento e che di solito dura quei  5-6 giorni lavorativi collocati a cavallo tra il mese che termina e quello che inizia.

È il periodo in cui si maneggia tanto “contante”, banconote e monete che nell’immaginario collettivo (e non solo) sono sporchi per definizione e, per taluni, addirittura portatori di virus.

A livello precauzionale, la Cina, ad esempio, dal 17 gennaio scorso sta sterilizzando il denaro, che, circolando, potrebbe veicolare di mano in mano microbi e virus. In Cina le banche hanno ricevuto l’ordine di sterilizzare il denaro contante prima di diffonderlo tra i clienti: disinfezione a raggi ultravioletti e ad alte temperature per tutto il denaro contante.

Diversi esperti hanno però  dichiarato che la “quarantena” delle banconote decisa dalla Repubblica Popolare Cinese è eccessiva. Così come il rischio di venire contagiati dal Coronavirus toccando monete, banconote, carte di credito e altri oggetti è stato considerato “molto basso” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ad ogni modo, anche se vi invito a non farvi prendere dalla psicosi, ho la sensazione che nei confronti delle banche, anche in questo caso, siano stati adottati provvedimenti poco prudenziali a livello nazionale.

Solo per le (ormai ex) zone-rosse e gialle e solo alcune banche hanno assunto iniziative cautelative.

E il resto del paese?

Non è il momento della polemica ma ci spieghi il governo il motivo della esclusione dei luoghi finanziari dai provvedimenti limitativi. Non credo alla mera dimenticanza. Ma se cosi fosse, almeno i manager bancari stanno pensando alla salute dei loro dipendenti e dei loro clienti ?

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le famiglie con il loro risparmio hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, le banche a non fallire e a risalire la china.

Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le famiglie, gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby.

Colpisce tutti.

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Aziende, nella successione familiare un consulente direzionale è fondamentale

Aziende, nella successione familiare un consulente direzionale è fondamentale

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Questa settimana ci occuperemo invece degli attori extra-famiglia che intervengono (o dovrebbero intervenire) nel processo di ricambio generazionale. Gli attori “esterni” che agiscono in ambito aziendale (dirigenti, consulenti e tutti gli altri collaboratori) possono e devono contribuire alla creazione di una visione realistica e approfondita dell’azienda: ciò a beneficio immediato dei protagonisti della successione.
Questi attori dovrebbero essere attentamente ascoltati da entrambi in ordine alle attese dell’evoluzione futura dell’azienda e coinvolti nei tempi e nei modi più opportuni, laddove l’avvento di uno o più successori possa bloccare significativamente le aspettative di carriera e le motivazioni al lavoro di ognuno di essi.
In alcuni casi di successione imprenditoriale impossibile da realizzare in ambito familiare, collaboratori e consulenti possono svolgere un ruolo più attivo rilevando la proprietà dell’azienda o, nel caso di successione traumatica e quindi improvvisa, supportando l’eventuale periodo di interregno. Normalmente questo è l’unico polo da cui, nell’intero processo di successione, possano provenire informazioni aggiuntive sulla gestione aziendale rispetto a quelle già conosciute dai protagonisti. L’unica alternativa può essere rappresentata da clienti e fornitori che possono rilevare l’azienda.
Fatte queste premesse, il ruolo dei consulenti tradizionali non appare ancora pronto ad affrontare, tranne casi eccezionali (significa statisticamente una percentuale bassissima), il fenomeno della successione in azienda. Il consulente deve essere autorevole e meritare la piena fiducia dell’imprenditore e della famiglia comprendendo le di
L’ordinamento giuridico italiano offre diversi strumenti per il passaggio generazionale, ma l’esperienza dimostra che la soluzione del caso concreto richiede spesso l’impiego congiunto ed equilibrato di più strumenti, conciliando la trasmissione della proprietà e la definizione delle regole di corporate governance senza mai perdere di vista la strategia di continuità e crescita dell’impresa.
La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio
La strutturazione di un trust o di un patto di famiglia, la stesura di un testamento, la definizione di una carta dei valori della famiglia, la costituzione di comitati di famiglia con relativa condivisione delle regole di funzionamento o la negoziazione di patti parasociali sono esempi di attività che un passaggio generazionale può richiedere unitamente a una razionalizzazione dello schema societario e/o alla scelta dei veicoli societari più adatti.
Una figura fondamentale in questo processo, atipica nel panorama delle piccole imprese, è il consulente direzionale o aziendale, il professionista con competenze specialistiche che riesce ad approcciare ai problemi aziendali in modo sistemico, riuscendo a vedere l’insieme delle dinamiche causa-effetto.
Attenzione, piccoli imprenditori, a non confondere il consulente direzionale con la figura del commercialista. Pur essendo anch’egli un professionista autonomo, copre ruoli e ha competenze molto diverse. Il commercialista è esperto, infatti, di ragioneria, contabilità, fisco, diritto tributario e commerciale. Non potremmo pretendere che il commercialista ci dica, sulla base della analisi della mera contabilità, cosa non va nella nostra azienda. Manca in lui la visione d’insieme dell’impresa che permette al consulente direzionale di guidarla.
La differenza fondamentale è nell’esperienza aziendale che fa del consulente direzionale uno che si è sporcato le mani nelle dinamiche di impresa. Esperienza che il commercialista non ha. Analisi organizzativa, gestione delle risorse umane, marketing, controllo di gestione direzionale, customer satisfaction, gestione della identità visiva dell’azienda sono competenze che vanno vissute quotidianamente in azienda. Non solo sui libri
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Il coronavirus colpisce le piccole imprese. Ecco come difendersi dalle banche prima che sia troppo tardi...

Il coronavirus colpisce le piccole imprese. Ecco come difendersi dalle banche prima che sia troppo tardi...

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

l coronavirus colpirà anche i piccoli imprenditori. E il portatore sano sarà il sistema bancario. Non stiamo parlando della patologia, ma delle conseguenze che l’epidemia può generare nella gestione della finanza delle piccole imprese, che rappresentano, ricordiamolo, il 90% del tessuto produttivo dell’Italia e, da sempre, l’agnello più sacrificato sull’altare del profitto delle banche.
PROBLEMI DI BILANCIO EVIDENTI
Un dato è certo: il post epidemia si presenterà davvero come un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. I segnali sono già inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito. Le banche hanno, da anni, problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, crediti deteriorati) sembra l’unica strada percorribile.
OBBLIGHI DI ACCANTONAMENTI
La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio. E l’accantonamento è un costo. A un sistema già vacillante si aggiunga lo scossone da coronavirus che sta producendo una ennesima crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.
SCENARIO NON ROSEO PER IL SISTEMA FINANZIARIO
Aumento dei Non performing loan (Npl, crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.
SI APRE LA FASE DEL “PRE-CONTENZIOSO”
Le banche, per tutelarsi, cercheranno quindi di ridurre il rischio nei confronti delle aziende affidate, cioè chiederanno alle stesse la restituzione dei soldi che non hanno (la crisi ha colpito tutti). Si apre quella fase definita “pre-contenzioso“, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di “girare” (in banchese significa affidare) la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero
ATTENZIONE AL TERRORISMO PSICOLOGICO
È puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a “girare”, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a “contenzioso” e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quantomeno, tentano di “fortificare” una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo i noti illeciti dell’usura e dell’anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.
REGOLARIZZAZIONE DELLE SINGOLE POSIZIONI
Nel momento in cui hanno deciso di “disimpegnarsi” dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti), gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (inviando una lettera di revoca dagli affidamenti e di messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.
OPERA ANCHE SCORRETTA MA CAMMUFFATA
Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché “camuffata” attraverso:
  1. offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una “blindatura” di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
  2. concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).
IRREGOLARITÀ IGNOTE AL DEBITORE
Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la “sistemazione” dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza. Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta. Non accettate queste proposte!
PREVENTIVA AZIONE GIUDIZIARIA
Cosa fare allora? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.
CONSAPEVOLEZZA PER TRATTARE DA PARI A PARI
Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come “contraente debole”. Questa consapevolezza necessita però di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro. Alla banca, quindi, si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità.
OCCHIO AI TRUFFATORI IN GIRO
Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio. Ma occhio ai truffatori in giro: anche il mercato delle perizie è una giungla. Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca.
LA BANCA HA OTTO ANNI PER PORTARE A CASA IL PIÙ POSSIBILE
L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%. Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento, secondo le indicazioni restrittive di Basilea, ha mediamente otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.
COME GLI ISTITUTI SI POSSONO ACCONTENTARE
A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.
NO ALL’ATTEGGIAMENTO DA STRUZZO
Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e quindi benefici (ogni tanto qualche disfunzione agevola anche gli “ultimi”) dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa. In soldoni, se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. Muovetevi prima che sia troppo tardi perché l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.



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Coronavirus e Banche: leggete questi consigli…

Coronavirus e Banche: leggete questi consigli…

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Sembra un film già visto. Quando il mondo sta per crollare di fronte a un terremoto, le banche pensano (o fanno credere) sempre che l’unico palazzo che rimarrà in piedi è il loro.
Era successo già con Lehman Brothers nel 2008, si sta ripetendo di fronte alla epidemia dovuta al coronavirus.
Non è cosi. Un sistema già vacillante sta ricevendo altri forti scossoni per effetto della crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.
Aumento degli NPL (crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.
Ma oggi, su queste colonne, piu che fare un analisi del sistema dobbiamo chiederci cosa succederà ai cittadini che hanno un rapporto con le banche.
E l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.
Lo so bene. Io so e ho le prove
Nel 2008, quando si verificò il default di Lehman Brothers, ero dall’altra parte. Ci comportammo in maniera subdola ma dall’altro lato avevamo un popolo di utenti che metteva la testa sotto la sabbia per non vedere e capire.
Sapevamo che il fallimento di Lehman Brothers avrebbe danneggiato migliaia di correntisti, sebbene, già dal giorno successivo al crac della banca d’affari americana, le direzioni generali degli istituti di credito italiani sostenessero il contrario.
Il fine settimana lo avevamo trascorso attaccati al nostro BlackBerry facendo scommesse via email, sms e chat. La domanda era sempre la stessa: «Fallisce?». La maggior parte di noi rispondeva ostinatamente di no. Tutti pensavamo – forse anche per scongiurare l’ipotesi che un giorno potesse capitare anche a noi – che la Federal Reserve sarebbe intervenuta. Invece, quando alle otto di lunedì 15 settembre 2008, appena arrivati in ufficio, accendemmo i nostri computer, le agenzie di stampa battevano la notizia che Lehman Brothers, la terza banca per dimensioni negli Stati Uniti, aveva portato i libri in tribunale ed entrava ufficialmente sotto tutela fallimentare. La scommessa era stata persa. In tutti i sensi.
Nei nostri uffici i telefoni squillavano all’impazzata, i clienti, già scottati da ciò che era avvenuto proprio all’indomani dell’inferno di Ground zero, volevano spiegazioni, erano preoccupati, ansiosi, impauriti di perdere i propri risparmi.
In quello stato di agitazione generale, chiedemmo subito aiuto al top management per avere delle direttive da seguire con i correntisti. Le prime email che ci arrivarono dall’alto suonavano più o meno così:
«Tranquilli, state sereni. La vicenda Lehman Brothers è un fatto esclusivamente americano». Secondo i capi supremi, quello dei mutui subprime – concessi a chi non aveva neppure un dollaro ma aveva il diritto di comprare una casa – era un fenomeno che riguardava solo gli americani, che si erano lanciati nel business della finanza creativa. In sostanza, dovevamo rassicurare i clienti come se il fatto non ci riguardasse.
Ma non era così. E la storia degli ultimi 12 anni lo ha dimostrato.
La crisi di oggi
Chiediamoci quindi, oggi, quali effetti potrebbero riversarsi sui cittadini a causa della crisi economica e finanziaria prodotta dalla epidemia. Immaginiamo uno scenario per loro e suddividiamoli in due categorie: quelli che prendono soldi a prestito dalle banche e quelli che invece hanno i loro risparmi gestiti dagli istituti di credito.
È venuto il momento che, cari lettori, dovete RI-leggerci. Si, perché People For Planet ha già affrontato questi temi e ve li riproponiamo prima che sia troppo tardi.
Nel secondo caso (coloro che hanno affidato i loro soldini in gestione al sistema bancario) vi invito a rileggere quanto già scritto su queste colonne in merito alla attività di controllo degli investimenti in momenti di panico:
At last but not the least, mi preme dirvi che non risponderò agli struzzi e ai coccodrilli.
Noi ve lo avevamo detto come comportarvi.
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L'ops di Intesa su Ubi fa male al Mps

L'ops di Intesa su Ubi fa male al Mps



Articolo a cura di Vincenzo Impereratore 

La scalata del gruppo Intesa-San Paolo, primo istituto di credito del paese, su UBI Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo stato italiano, principale azionista di Monte Paschi di Siena. No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più. Ma l’ops lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni. Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di “interesse nazionale”.

Proviamo a ragionare semplice. Se Intesa-San Paolo è interessata ad Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah e il Monte dei Paschi di Siena. Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6.000 dipendenti e 450 filiali), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi. Se Bper ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di Ubi a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva. Se il titolo del banco Bpm continua a perdere valore in borsa perché gli analisti vedono male una probabile fusione con Mps, allora ecco che l’ad Giuseppe Castagna, ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E quindi? Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di “interesse nazionale” con controllo pubblico, oppure il Tesoro, spiazzato dall’ops promossa da IntesaSanpaolo su Ubi Banca, deve svenderla ad un gruppo straniero. E intanto sono scattate le vendite del titolo in borsa.

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Il lobbismo nel calcio: esigenze e degenerazioni dei comportamenti dei portatori di interesse

Il lobbismo nel calcio: esigenze e degenerazioni dei comportamenti dei portatori di interesse

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Vivo un personale paradosso ideologico. Sono stato il primo insider che nel nostro paese ha denunciato la malafinanza sostenendo e provando la connessione causale con i poteri forti ma mi rifiuto di pensare, come tifoso, che anche il calcio, uno dei primi dieci business mondiali, sia sporco e manovrato da un lobbismo deviato.

E’ l’unica arma che ho a disposizione, come appassionato di questo sport, per difendermi da ciò che si sta ormai consolidando non solo nell’immaginario collettivo del tifoso ma anche degli addetti al lavoro e dell’opinione pubblica: il nostro calcio è inquinato.

E’ il giubbotto anti-proiettile che indosso ogni volta che guardo una partita il cui risultato è determinato da un errore arbitrale. E’ la cuffia che metto alle orecchie ogniqualvolta ascolto mio figlio imprecare contro le ingiustizie inappellabili.

Per me il calcio è pulito. Voglio drogarmi di incredulità per continuare a pensare che il calcio sia poesia. Sì, poesia. Malgrado tutto e tutti, i rancori, i veleni, i sospetti, i pugni in tasca, quel rigore giusto o sbagliato. Perché l’incantesimo ricomincia, ogni volta, al fischio iniziale dell’arbitro. E in quel tempo, epico, omerico, fanciullo, tutto si ferma: Eupalla non permette complottismi.

Ha vinto la Juventus, ha fatto lobbismo. Ha lavorato sottotraccia perché il derby d’Italia non si giocasse. Ha utilizzato la retorica del calcio che “appartiene ai tifosi”. Trascinando al 13 maggio – cioè tra due mesi e mezzo, a giochi presumibilmente fatti – altre quattro partite, come se niente fosse ed alterando il calendario di tutte le altre competizioni nazionali.

Decide la Juventus per tutti, il resto non conta una mazza e men che meno gli organi federali che decidono di falsare due competizioni (campionato e Coppa Italia) con totale assenza di galanteria e con un tempismo da organizzazione del torneo aziendale. Appena giovedì la Lega di Serie A, la Federcalcio e a rimorchio il governo chiedono, scelgono e comunicano che le cinque partite in zone a rischio contagio si sarebbero giocate a porte chiuse.

Tre giorni dopo le decisioni delle istituzioni sono carta straccia: salta tutto, con implicazioni sottovalutate in un avvilente silenzio generale.

Giovedì ad esempio si gioca a Napoli una semifinale di Coppa Italia con una squadra, l’Inter, sicuramente più lucida dal punta di vista fisico (visto che ha riposato).

In tal modo si ufficializza che il calcio è uno sport che deve funzionare solo se c’è un pubblico che lo segue. Se nessuno assiste, non c’è competizione. Quindi non è più uno sport ma si tratta di uno spettacolo, con forti implicazioni socioeconomiche, che prescinde dalla gara.

Non capisco neppure la logica di controllo sanitario: si decide che non si può giocare a San Siro, a Torino, a Parma, a Udine, a Reggio Emilia. Ma i tifosi dell’Atalanta possono andare in trasferta a Lecce, o quelli del Torino a Napoli, come se nulla fosse. Non solo ma addirittura leggo che la partita di Coppa Italia Juve-Milan, mercoledì sera, si giocherà molto probabilmente a porte aperte, ma solo per i residenti in Piemonte. Nello stesso stadio in cui ieri non è stato possibile giocare.

Fatemi capire: o la Coppa Italia non conta ai fini della sanità pubblica, o i piemontesi, in quanto tali, sono immuni al coronavirus. Ma solo il mercoledì.

Aiutatemi dicendomi che la serie A è solo una pagliacciata. Sarete più credibili e mi aiuterete ad essere meno fatalista.

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Se l’impresa passa al figlio, il problema non è solo famigliare. Ecco quali attori sono coinvolti

Se l’impresa passa al figlio, il problema non è solo famigliare. Ecco quali attori sono coinvolti

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Lo sviluppo delle imprese di piccole dimensioni è strettamente correlato alla storia professionale dell’imprenditore e, molto spesso, dei membri della sua famiglia. La settimana scorsa abbiamo iniziato a discutere dei rischi insiti nella successione aziendale ma forse, per questione di spazio e di battute, non abbiamo fatto ben comprendere che la continuità aziendale è un problema che riguarda non solo la proprietà (i rappresentanti delle due generazioni che originano il cambio) ma anche altri attori che sono portatori di interessi esterni alla azienda che, è bene ricordarlo, nel momento del passaggio generazionale, esce quasi sempre profondamente mutata.
La successione imprenditoriale può essere infatti concepita anche come un processo di scambio e selezione di competenze tra i due protagonisti principali che, oltre a garantire il fisiologico alternarsi alla guida dell’azienda, permetta il mantenere o il variare di valori, metodi, procedure e tecniche manageriali (competenze critiche) coerenti con le esigenze proprie dell’impresa e soprattutto del mercato.

Se queste competenze critiche per l’efficace conduzione dell’azienda rimangono inalterate nel tempo ed è presumibile possano durare anche per il futuro, risulta chiaro che, da un lato, il percorso formativo del successore potrà ricalcare quello seguito a suo tempo dall’attuale imprenditore e, dall’altro, che la delega tra i due protagonisti potrà essere esclusivamente operativa cioè limitata allo svolgimento di attività in misura più o meno ampia a seconda dei casi. Differente e più complesso è il caso in cui il processo di successione non si deve limitare a concludere un avvicendamento fisiologico ai vertici dell’azienda, ma deve anche favorire la riformulazione del ruolo imprenditoriale richiesto dalle mutate condizioni aziendali. In presenza di nuove funzioni critiche, di emergenti strategie di evoluzione aziendale, di rapida crescita dell’azienda o al contrario, di involuzioni nel processo di sviluppo, l’imprenditore deve, oltre che percepire queste novità, sapervi adattare i modi e i tempi del proprio contributo all’azienda.

Parliamo degli eventuali manager dell’azienda che non siano membri del gruppo proprietario, tutti i collaboratori, i consulenti “tradizionali” (commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro) dei protagonisti della successione, le loro famiglie e, all’esterno dell’azienda, tutti i portatori di interessi in azienda come le banche, i fornitori e i clienti e, sia pure in maniera molto indiretta, le associazioni industriali di appartenenza e gli enti locali.

In questo quadro occorre soffermarsi sul ruolo degli altri attori coinvolti. Chi sono? Escludendo le banche di cui abbiamo parlato tanto su queste colonne e che, tranne casi eccezionali, sono portatori dei soli propri interessi, è il caso di soffermarci sugli altri protagonisti.

Suddividerò l’analisi in due puntate, soffermandomi ora sugli attori legati all’ambito familiare e amicale il cui principale obiettivo è quello di garantire un clima favorevole alla successione.

Ciò non significa evidentemente evitare che, influenzati dalla morale cattolica della “famiglia del Mulino Bianco”, determinati e oggettivi conflitti si manifestino. Il ruolo positivo della famiglia e di eventuali amici coinvolti come esterni nel processo di successione, tranne alcune eccezioni, si svolge soprattutto nella sfera della mediazione interpersonale e della creazione di spazi di confronto. Soprattutto per i membri della famiglia che possiedano quote o azioni dell’azienda e che non sono coinvolti nella gestione, il momento della successione può rappresentare l’occasione traumatica di divisioni e contrapposizioni: anche per questo l’abitudine al confronto regolare nell’ambito di un consiglio di famiglia, scadenzato a cadenza anche annuale, può essere molto utile.

Infine, va ricordato che la famiglia per sua natura tende a smembrarsi e a creare nuovi nuclei; poiché non sempre per l’azienda è efficace seguire la stessa prospettiva si fondano, per esempio, piccoli “sottogruppi” familiari: questo fenomeno tende di per sé ad aumentare la complessità del processo successorio. E, quindi, a maggior ragione occorrono momenti di confronto (consiglio di famiglia) e forze di mediazione che sicuramente possono svolgere i familiari e gli amici.
Alla prossima per parlare degli attori extra-famiglia.

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La rivoluzione dal basso dei dipendenti della Banca Popolare di Bari

La rivoluzione dal basso dei dipendenti della Banca Popolare di Bari

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è demagogia, ma la storia ce lo ha sistematicamente confermato: le rivoluzioni partono sempre dal basso. Le vere rivoluzioni hanno una visione ampia, capace di fornire risposte e nuovi strumenti di prospettiva, hanno la forza di rimettere in circolo una libertà che non è solo presunzione, ma senso della misura, equilibrio, armonia. Le rivoluzioni, quando sono vere rivoluzioni, cambiano i rapporti, li fanno diventare più umani, più capaci di definire limiti e necessità.

Si parte dalla consapevolezza che da soli non sia possibile, che ci voglia qualcosa o qualcuno che sappia entrare in comunione con la natura umana, con l’uomo e le sue necessità, i suoi valori, le sue aspettative. La vera rivoluzione è silenziosa. Passa attraverso lo spirito della legge, si guarda attorno e si mette a servizio. Si umilia e si prostra perché quel mondo che ci ruota attorno possa esprimere al meglio la sua condizione. Le grandi crisi e le grandi rivoluzioni arrivano dopo grandi errori, che si legano alle inadempienze umane.

ESEMPIO DI “BANALITÀ DEL BENE”

E finalmente è arrivato nel mondo della finanza il primo atto di disobbedienza civile, un atto di coraggio compiuto da chi sostiene, magari rischiando il posto di lavoro o comunque la sua serenità familiare, di agire come che ogni altro persona al suo posto avrebbe fatto. Una “banalità del bene”, come ci raccontano Steve Crawshaw e John Jackson in Small Act or Resistance. How courage, tenacity and ingenuity can change the world, che dovrebbe creare immancabilmente un effetto contagioso.

TENTATIVO DI TUTELARE IL FUTURO

È quanto hanno fatto alcuni dipendenti della Banca Popolare di Bari che hanno redatto un manifesto, inviato ai commissari straordinari, in cui esprimono dissenso nei confronti della “vecchia” mala gestio, di prenderne le distanze e soprattutto di tutelare il futuro di quella comunità di onorabili colleghi, nel segno del merito, della lealtà e della trasparenza.

Ci hanno messo la faccia, i loro nomi e cognomi, hanno abbandonato la strada della tutela sindacale, sono usciti dal torpore della complacency per affermare (e confermare quanto sostengo da anni) che risulta piuttosto urgente rimuovere situazioni di incompatibilità, conflitti di interessi tra dipendenti che, appartenendo a stessi nuclei familiari o in qualità di soggetti comunque “interessati”, gravitano e operano negli stessi ambiti aziendali, assicurando la giusta complicità che ha consentito e che continua, neppure in modo così tanto latente, a permettere a certi rappresentanti aziendali e/o certo sindacato di perseverare in condotte al limite della decenza e della moralità.

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Che fine farà MPS nel Risiko bancario

Che fine farà MPS nel Risiko bancario


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore 

La scalata del gruppo Intesa-San Paolo, primo istituto di credito del paese, su UBI Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo Stato italiano, principale azionista di Monte Paschi di Siena.

No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più.
Ma l’OPS lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni.

Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di “interesse nazionale”.

Proviamo a ragionare semplice

Se Intesa-San Paolo è interessata ad Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah e il Monte dei Paschi di Siena.

Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6.000 dipendenti e 450 filiali), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi.

Se BPER ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di UBI a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva.

Se il titolo del Banco BPM continua a perdere valore in borsa perché gli analisti vedono male una probabile fusione con MPS, allora ecco che l’AD, Giuseppe Castagna, ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E quindi ?

Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di “interesse nazionale” con controllo pubblico oppure il Tesoro, spiazzato dall’OPS promossa da IntesaSanpaolo su UBI Banca, deve svenderla a un gruppo straniero.

E intanto sono scattate le vendite del titolo in borsa.

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La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Uno studio di Confindustria di pochi anni fa riporta che su 80mila imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale “appena un quarto supera il primo passaggio, il 14 per cento non supera il secondo mentre al terzo rimane in piedi solo il 5 per cento delle imprese”. E il 63 per cento delle aziende che superano il passaggio generazionale “non va oltre il quinto anno di vita”. In sostanza circa 30mila aziende lasciano il mercato per motivi che “non sono legati alla crisi o alle contingenze ma a due pilastri della parte umana del capitalismo nostrano”.

Insomma, non è sempre detto che l’azienda di famiglia, soprattutto se piccola, sia in grado di creare valore al momento della successione. La maggior parte di quelle 30mila inserite nello studio di Confindustria “cessano l’attività per cause non legate a ragioni legali e neanche fiscali ma per cattiva gestione delle informazioni e delle comunicazioni all’interno del nucleo, per il mancato rispetto dei ruoli di amministratore, azionista e manager, per una scarsa regolamentazione dell’ingresso e del trattamento dei famigliari in azienda”. Senza contare che il 68 per cento degli imprenditori manifesta l’intenzione di affidare in blocco l’azienda a un parente. In genere stretto. Indipendentemente dalle capacità.

Il tema del passaggio generazionale è, quindi, molto sentito nel nostro paese ma viene affrontato come quelle malattie tanto temute che per fasulla scaramanzia non si vogliono curare. Il rapporto nucleo famigliare-impresa-management è un equilibrio complesso tra business e sentimento che il piccolo imprenditore “capo-famiglia” preferisce emotivamente non affrontare.

L’unico rimedio si chiama prevenzione: capacità di preparare, anche attraverso un programma di coaching e tutoring, l’avvicendamento nella gestione.

Inoltre, questo tipo di impresa dovrebbe passare il più possibile da una condizione di gestione da “padre-padrone”, autonoma e poco incline al confronto, a una situazione ove sia presente un team di governance. Bisogna iniziare a separare i ruoli di azionista/socio (o comunque di chi ci mette il capitale) da quelli di consigliere e di manager. Spesso, nei casi di piccole società più evolute, la questione si risolve solo “formalmente” includendo nei consigli di amministrazione amici di famiglia (di solito avvocati o commercialisti), il che genera un fenomeno di complacency – ovvero di conferma dei giudizi e spesso dei pregiudizi. L’esatto opposto di quanto riesce ad apportare un consigliere indipendente, che ha meno vincoli per valutare un nuovo management, le dinamiche relazionali tra tutti gli attori in campo, analizzare i flussi di informazioni e creare un sistema di controllo in grado di resistere ai cambi generazionali.

Pertanto per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema, relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire “naturalmente” e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli, il risveglio è dei più amari. E in tal caso è inutile addossare la responsabilità alla banca che ha chiuso il rubinetto. Perché anche il vostro istituto di credito, al pari di qualsiasi stakeholder (dipendente, fornitore, cliente, ecc), valuta la forza prospettica della vostra azienda leggendo anche il bilancio delle competenze dei vostri figli.

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La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

La successione dell’azienda di famiglia può portare alla rovina. E c’è un unico rimedio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Uno studio di Confindustria di pochi anni fa riporta che su 80mila imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale “appena un quarto supera il primo passaggio, il 14 per cento non supera il secondo mentre al terzo rimane in piedi solo il 5 per cento delle imprese”. E il 63 per cento delle aziende che superano il passaggio generazionale “non va oltre il quinto anno di vita”. In sostanza circa 30mila aziende lasciano il mercato per motivi che “non sono legati alla crisi o alle contingenze ma a due pilastri della parte umana del capitalismo nostrano”.

Insomma, non è sempre detto che l’azienda di famiglia, soprattutto se piccola, sia in grado di creare valore al momento della successione. La maggior parte di quelle 30mila inserite nello studio di Confindustria “cessano l’attività per cause non legate a ragioni legali e neanche fiscali ma per cattiva gestione delle informazioni e delle comunicazioni all’interno del nucleo, per il mancato rispetto dei ruoli di amministratore, azionista e manager, per una scarsa regolamentazione dell’ingresso e del trattamento dei famigliari in azienda”. Senza contare che il 68 per cento degli imprenditori manifesta l’intenzione di affidare in blocco l’azienda a un parente. In genere stretto. Indipendentemente dalle capacità.

Il tema del passaggio generazionale è, quindi, molto sentito nel nostro paese ma viene affrontato come quelle malattie tanto temute che per fasulla scaramanzia non si vogliono curare. Il rapporto nucleo famigliare-impresa-management è un equilibrio complesso tra business e sentimento che il piccolo imprenditore “capo-famiglia” preferisce emotivamente non affrontare.

L’unico rimedio si chiama prevenzione: capacità di preparare, anche attraverso un programma di coaching e tutoring, l’avvicendamento nella gestione.

Inoltre, questo tipo di impresa dovrebbe passare il più possibile da una condizione di gestione da “padre-padrone”, autonoma e poco incline al confronto, a una situazione ove sia presente un team di governance. Bisogna iniziare a separare i ruoli di azionista/socio (o comunque di chi ci mette il capitale) da quelli di consigliere e di manager. Spesso, nei casi di piccole società più evolute, la questione si risolve solo “formalmente” includendo nei consigli di amministrazione amici di famiglia (di solito avvocati o commercialisti), il che genera un fenomeno di complacency – ovvero di conferma dei giudizi e spesso dei pregiudizi. L’esatto opposto di quanto riesce ad apportare un consigliere indipendente, che ha meno vincoli per valutare un nuovo management, le dinamiche relazionali tra tutti gli attori in campo, analizzare i flussi di informazioni e creare un sistema di controllo in grado di resistere ai cambi generazionali.

Pertanto per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema, relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire “naturalmente” e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli, il risveglio è dei più amari. E in tal caso è inutile addossare la responsabilità alla banca che ha chiuso il rubinetto. Perché anche il vostro istituto di credito, al pari di qualsiasi stakeholder (dipendente, fornitore, cliente, ecc), valuta la forza prospettica della vostra azienda leggendo anche il bilancio delle competenze dei vostri figli.

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Perché la mossa di Intesa su Ubi fa male al Monte dei Paschi di Siena

Perché la mossa di Intesa su Ubi fa male al Monte dei Paschi di Siena


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

La scalata del gruppo Intesa SanPaolo, primo istituto di credito del Paese, su Ubi Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo Stato italiano, principale azionista di Monte dei Paschi di Siena. No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più. Ma l’Ops (Offerta pubblica di scambio) lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni.

VERSO LA DISINTEGRAZIONE DI BANCHE MALCONCE

Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di «interesse nazionale».

UNICREDIT PUNTA OLTRE LE ALPI

Proviamo a ragionare semplice. Se Intesa è interessata a Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah ed Mps. Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6 mila dipendenti in esubero e 450 filiali da chiudere), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi.

BPER NON HA LIQUIDITÀ PER ALTRE OPERAZIONI

Se Bper ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di Ubi a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva.

BMP RIFIUTA FUSIONI E VA AVANTI DA SOLO

Se il titolo del banco Bpm continua a perdere valore in Borsa perche gli analisti vedono male una probabile fusione con Mps, allora ecco che l’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E INTANTO SCATTANO LE VENDITE DEL TITOLO MPS…

E quindi? Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di «interesse nazionale» con controllo pubblico oppure il Tesoro, spiazzato dall’Ops promossa da Intesa su Ubi Banca, deve svenderlo a un gruppo straniero. E intanto sono scattate le vendite del titolo in Borsa.

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Vincenzo Imperatore, docente del Master in Fintech e Corporate Finance

Vincenzo Imperatore, docente del Master in Fintech e Corporate Finance
Ieri e’ terminato il modulo relativo alla blockchain e alle cryptovalute previsto nell’ambito del Master in Fintech e Corporate Finance organizzato da MANDS-Master&Skills in collaborazione con l’Universita’ La Sapienza di Roma.
Vincenzo Imperatore, in veste di docente, ha avuto l’opportunità di approfondire temi innovativi e complessi ed è stato altrettanto felice di averli potuti declinare in un linguaggio semplice e comprensibile per un gruppo di giovani che hanno manifestato soddisfazione per la qualità della docenza.
A loro un sincero augurio per un futuro coerente con le loro aspettative.

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Azioni e obbligazioni. E la salumeria di Giorgio

Azioni e obbligazioni. E la salumeria di Giorgio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore
Premetto: articolo non adatto a competenti e presunti “GeorgeSoros”. Vi consiglio di non leggerlo.

Ad ogni modo sarò didascalico, sicuramente percepito come pretenzioso ma io non ce la faccio più a sentire (e leggere) che gli italiani, indipendentemente dal grado di scolarizzazione, sono talmente arretrati nelle competenze finanziarie da non conoscere neppure la differenza tra una azione e una obbligazione.
Lo vogliamo colmare questo gap ascoltando la storia di Giorgio, il mio salumiere di fiducia?
Giorgio e Aldo
Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole incrementare il fatturato e i profitti deve ampliare la salumeria, trasformarla in un minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio intestandogli una quota del 35% della sua società.
Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata, appunto, «partecipazione». Ciò significa che Aldo seguirà il destino dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In altre parole, Aldo è proprietario «in quota-parte» del minimarket.
Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a quello complessivo dell’azienda. Facciamo un esempio.
Le azioni di Aldo
Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro. Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi, quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante piccole partecipazioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce.
Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male.
Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di partecipazione delle più disparate aziende (tra cui anche le banche), e voi potete decidere di quali aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere.
Le obbligazioni di Giorgio
A questo punto Giorgio, il socio di maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi.
Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si «obbliga») per iscritto a restituire il prestito dopo dieci anni e a corrispondere un interesse annuo del 5%.
In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli saranno restituiti tra dieci anni e nel frattempo percepirà ogni anno un interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda, ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori.
Quindi l’obbligazione non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda (anche una banca). Nel caso questo prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si chiama «titolo di Stato».
In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci rende soci di tale impresa (anche banca), un’obbligazione è un prestito che facciamo a un’azienda (anche banca) o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche. Strumenti semplici ma di grande efficacia.
Da conoscere anche se non si possiedono risparmi.
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Gli sciacalli sono in agguato e Bruxelles non li vede

Gli sciacalli sono in agguato e Bruxelles non li vede


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore




Ricordatevi di questa data: oggi 17 Febbraio sarà votata la Direttiva Europea che istituisce il mercato dei crediti a sofferenza (Npl).

La motivazione di facciata è da libro cuore.
Secondo l’Ue, per completare l’Unione bancaria è necessario affrontare la questione dei grandi stock di crediti deteriorati e quello di un eventuale accumulo futuro, così da ridurre ulteriormente i rischi e consentire alle banche di concentrarsi sull’erogazione di credito alle imprese e ai cittadini. Se gli istituti hanno in pancia molti Npl – sottolinea Bruxelles – i risultati possono essere inficiati per due motivi.

I crediti deteriorati

In primo luogo i crediti deteriorati generano meno entrate rispetto ai cosiddetti crediti in bonis riducendo la redditività della banca e possono causare perdite che riducono il capitale e, nei casi più gravi, mettendo in discussione la solvibilità di una banca con possibili implicazioni per la stabilità finanziaria.
In secondo luogo, gli Npl vincolano una quota importante di risorse, umane e finanziarie, diminuendo la capacità di erogare prestiti, anche nei confronti delle piccole e medie imprese.

Una torta appetibile per tutti

La verità è che, invece, la Direttiva europea Npl fa gola ai fondi speculativi, permettendo loro di vendere circa 500 miliardi di euro di crediti bancari acquistati a saldo negli ultimi 7 anni.
Una torta troppo appetibile anche per organizzazioni criminali, sciacalli e usurai che potrebbero, opportunamente mimetizzati, insinuarsi nel business. A questo punto voi giustamente starete pensando che i parlamentari europei, per prevenire il fenomeno, siano stati molto attenti in sede legislativa. Invece si sono distratti un attimo e si sono dimenticati di affrontare il tema del rischio riciclaggio!

Rischio riciclaggio…

Il “riciclaggio”, ricordiamolo, inteso in maniera ampia e più generica rispetto al termine penale, indica il processo attraverso cui qualcuno nasconde l’esistenza, la fonte illegale, o l’illegale utilizzo di redditi, e poi camuffa questi redditi per farli apparire legittimi. In generale quando si pensa a un soggetto che ricicla denaro sporco, si tende a immaginare un criminale che, dopo aver commesso reati di varia natura, tenta di ripulire il denaro così ottenuto per poterlo reinserire nell’economia lecita. Ma non sempre è così. 
Trattandosi, cosi come stabilito all’art. 648-bis c.p., di un reato comune, lo stesso può essere commesso da chiunque, compresi coloro che nella loro quotidiana attività lavorativa entrano in contatto con questo denaro sporco, come, ad esempio, i dipendenti di una banca, di società finanziarie o di un fondo speculativo.
Voi pensate che il requisito fondamentale per imputare un soggetto di riciclaggio sia la conoscenza, consapevole ed effettiva, della provenienza illecita del bene in questione?
Non è cosi.
In realtà, dimostrare il dolo dell’autore non è semplice.
Ecco quindi che la giurisprudenza, considerando il sempre maggior utilizzo di strumenti sofisticati per ripulire il danaro, ha ampliato sempre più i margini, fino a ricomprendere anche il semplice dubbio sulla provenienza, e la conseguente scelta di non evitare una possibile condotta di riciclaggio.

… e silenzio europeo

Ebbene di fronte a tutto ciò i parlamentari europei sembrano essere consapevoli ma hanno ritenuto opportuno mettere in stand by questo “problemino” e affrontarlo solo successivamente. L’articolo 56 ter, infatti, stabilisce: “È opportuno che nel riesame della presente direttiva la Commissione includa anche una valutazione approfondita dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo associati alle attività svolte dai gestori di crediti e dagli acquirenti di crediti, nonché della cooperazione amministrativa tra autorità competenti”.
Valutazione che a oggi non esiste e chissà quando arriverà.

Misteri della fede.

 
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Sul mercato ciò che conta sono le emozioni. E la Juve lo ricorda bene

Sul mercato ciò che conta sono le emozioni. E la Juve lo ricorda bene

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

“I mercati hanno reagito male”, “Positività del mercato”, “Destabilizzazione dei mercati”, “Crollo dei mercati”, “Gli speculatori azzannano il mercato”. Alzi mano chi non ha mai sentito queste locuzioni almeno una volta nella vita. Le sentiamo ripetere in loop dai principali mezzi d’informazione.
Capiamo che i mercati si muovono e che provano emozioni. Ma perché sono così sensibili e, soprattutto, a cosa sono così sensibili? Come si formano i prezzi sui mercati finanziari? Cosa fanno gli speculatori?
Ai mercati finanziari, soprattutto quello azionario, molti “presunti” investitori si approcciano in un modo ritenuto quasi infallibile: attraverso l’intelligenza razionale. Alcuni credono che applicando qualche teoria economica-finanziaria, presa da internet o letta in qualche libro mentre si aspetta un treno, possano ascendere come lupi di Wall Street.
Fate attenzione! Le teorie possono essere anche giuste, ma occorrono anni di studio per essere davvero preparati in materia e, poi, oltre gli aspetti tecnici c’è di più. L’intelligenza razionale non basta. Ciò che muove davvero i mercati, che tocca la sensibilità, che li fa reagire in maniera inconsulta, è l’intelligenza emotiva. Se non si riesce a controllare le proprie emozioni non si va da nessuna parte.
Quando dobbiamo decidere il destino dei nostri soldi entrano in gioco le emozioni. Questo è ciò che sanno i mercati (e gli speculatori) ed è per questo che oscillano, che vanno dal panico all’euforia. I mercati stessi sono emotivi, non razionali e il loro andamento spesso non rispecchia il valore del bene bensì le emozioni che i soggetti coinvolti nel mercato riversano sul bene. Sui mercati non c’è quasi mai coincidenza tra prezzo e il “giusto valore” (fair value): è l’emotività degli investitori a stimolare la domanda e l’offerta del mercato.
Quando un mercato è in rialzo può esserci una crescita economica ma può anche rispecchiare una fase di euforia degli investitori. Stessa cosa per il ribasso, può esserci crisi ma anche paura.
Prendete il titolo della Juve e andate a vedere ciò che è successo nel giugno scorso quando si vociferava che sulla panchina dei bianconeri sarebbe arrivato Pep Guardiola. In quel periodo il valore dell’azione Juve aumentò del 30%, mica perché avevano preso davvero Guardiola. No, è aumentato perché la notizia dell’arrivo del catalano portava entusiasmo negli investitori.
Ripercorriamo quella dinamica. Il prezzo di un’azione oscilla quando c’è una notizia positiva che coinvolge la società. “La Juve ha in mano Guardiola”, il titolo schizza. Ora, facciamo che il prezzo reale di un’azione Juventus valga 1, l’emozione Guardiola porta quel prezzo a 4, oltre il suo effettivo valore.
Le notizie però, si sa, si espandano step by step. Arrivano prima a poche persone, quelle vicine all’azienda (insider): “Sai che Andrea ha parlato con Pep?”. Il prezzo delle azioni aumenta leggermente per effetto della domanda.
Poi entrano in scena gli analisti fondamentali, cioè quelli che leggono i bilanci, notano il dato, cercano di individuare il valore effettivo prospettico dell’azienda (Guardiola porta con sé sponsor e fatturato), rilevano l’aumento di valore e comprano a mani basse, sicuri dell’affare.
Nella city di Londra, ad esempio, il matrimonio tra il tecnico dei Citizens e i bianconeri è dato per fatto (da giorni!). La notizia comincia a diffondersi, il prezzo sale ancora. A questo punto intervengono gli analisti tecnici, quelli che leggono le statistiche e i grafici per prevedere l’andamento di un titolo e che sono più numerosi dei “fondamentalisti” . Il momento è favorevole, decidono di acquistare.
A questo punto il titolo è alle stelle, Guardiola-Juve non è fatta ma il titolo è alle stelle. La notizia è arrivata agli investitori comuni: media, risparmiatori, operatori del settore (banche, consulenti, ecc). È un affare! A questo punto ci entrano tutti, anche chi non aveva mai investito. Questo è il “parco buoi” in gergo, perché come i buoi tutti vanno nella stessa direzione anche non conoscendola.
Inizia il declino, non perché forse sarà Sarri il nuovo tecnico ma perché gli insider (i primi investitori) cominciano ad uscire, hanno già portato a casa un grande guadagno. Dopodiché disinvestono anche parte degli analisti fondamentali e il prezzo scende ancora. Gli analisti tecnici leggono i grafici, fuori in massa, il prezzo crolla. Restano gli ultimi entrati (gli investitori comuni) che, presi dalla paura, vendono: il titolo sprofonda oltre il suo valore intrinseco. Inizia la fase del panico. Il ciclo si chiude quando le emozioni abbandonano il titolo, che risale lentamente e torna a prezzare il suo valore effettivo.
La lezione numero uno per gestire i mercati finanziari è: capire il valore e da dove deriva. Il valore intrinseco dei mercati oscilla per i cicli emotivi degli investitori, ma nel lungo periodo riflette la crescita effettiva di ricchezza globale. E negli ultimi 2000 anni la produzione di ricchezza globale, che rappresenta l’evoluzione della nostra civiltà, cresce anno dopo anno. Durante gli anni abbiamo assistito a crolli del mercato segnati dalla paura e nelle situazioni estreme perdono solo coloro che fuggono intimoriti, che non riescono a tenere nel momento di disagio.
La borsa non è un gioco, non esiste “giocare in borsa”, non lasciatevi influenzare dalle dicerie popolari, da quell’amico che vi dice di aver fatto un sacco di soldi. Per stare sui mercati, soprattutto azionari, c’è bisogno di conoscenza. Non consapevolezza finanziaria, ma conoscenza, è un livello superiore. Conoscenza e freddezza. Non è per tutti.
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Azioni e obbligazioni spiegate con il caso del salumiere Giorgio

Azioni e obbligazioni spiegate con il caso del salumiere Giorgio

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Premetto: articolo non adatto a competenti e presunti George Soros: vi consiglio di non leggerlo.

A ogni modo sarò didascalico, sicuramente percepito come pretenzioso ma non ce la faccio più a sentire (e leggere) che gli italiani, indipendentemente dal grado di scolarizzazione, sono talmente arretrati nelle competenze finanziarie da non conoscere neppure la differenza tra una azione e una obbligazione

PARTEPAZIONI E QUOTE

Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole incrementare il fatturato e i profitti deve ampliare la salumeria, trasformarla in un minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio intestandogli una quota del 35% della sua società.

Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata, appunto, partecipazione. Ciò significa che Aldo seguirà il destino dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In altre parole, Aldo è proprietario “in quota-parte” del minimarket. Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a quello complessivo dell’azienda.

CON LE AZIONI CONDIVIDIAMO I DESTINI DELLA SOCIETÀ

Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro. Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi, quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante piccole partecipa-zioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce. Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male. Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di partecipazione delle più disparate aziende (tra cui anche le banche), e voi potete decidere di quali aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere. 

L’OBBLIGAZIONE: UN PRESTITO GARANTITO

A questo punto Giorgio, il socio di maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi. Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si obbliga) per iscritto a restituire il prestito dopo 10 anni e a corrispondere un interesse annuo del 5%.

In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli saranno restituiti tra 10 anni e nel frattempo percepirà ogni anno un interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda, ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori. Quindi l’obbligazione non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda (anche una banca). Nel caso questo prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si chiama titolo di Stato.

DUE STRUMENTI DA CONOSCERE ANCHE SE NON SI HANNO RISPARMI

In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci rende soci di tale impresa (anche banca), un’obbligazione è un prestito che facciamo a un’azienda (anche banca) o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche. Strumenti semplici ma di grande efficacia. Da conoscere anche se non si possiedono risparmi.

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Siamo davvero certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Siamo davvero certi che il nostro sistema bancario sia solido?


Come leggere i dati della BCE sui rischi delle singole banche?

La domanda è chiaramente retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della BCE (per le banche “significant”) e di Bankitalia (per le banche “less significant”), denominato “processo di revisione e valutazione prudenziale” (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni successivi.

Forse è il caso di dire però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore.

Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

Premessa 

In Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8 % !

Cosa significa?

Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento.

In maniera ancora più semplicistica, ogni banca può prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale!

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire).

Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante.

Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con BNP, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi BPER (2%), Credito Cooperativo Italiano, UBI, Banco BPM, e CCB  (2,25%), ICCREA (2,50%) ed infine, fanalini di coda, MPS e Banca Popolare di Sondrio (3%).

Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

Per rendervi più digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo.

E, leggendo il comunicato della lega (BCE) di questo atipico campionato, si rileva che TUTTE le squadre  hanno ricevuto delle penalità.

Dire che CREDEM, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione  potrà essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore.

Come?

In tre modi:

  • chiedendo a soci ed azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste???) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale
  • chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca
  • facendo meno prestiti!

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza.

E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora più capitale .

Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada al di là dei peana delle penne di sistema.

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Ma siamo certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Ma siamo certi che il nostro sistema bancario sia solido?
Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Domanda retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca

Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche significant) e di Bankitalia (per le banche less significant), denominato «processo di revisione e valutazione prudenziale» (Supervisory Review and Evaluation Process, Srep appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni succesivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

DIRE CHE LE NOSTRE BANCHE SONO TRA LE MIGLIORI IN EUROPA È FUORVIANTE
Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%. Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca puo’ prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale.

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire). Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante. Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con Bnp, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi Bper (2%), Credito Cooperativo Italiano, Ubi, Banco Bpm, e Ccb (2,25%), Iccrea (2,50%) ed infine, fanalini di coda, Mps e Banca Popolare di Sondrio (3%). Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potra’ essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:

• chiedendo a soci e azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste?) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
• chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
• facendo meno prestiti.
Meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora piu’ capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada aldilà dei peana delle penne di sistema.

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Popolare di Bari, così la banca si è “comprata i sindacati”

Popolare di Bari, così la banca si è “comprata i sindacati”

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

"In guerra come in guerra… si è comprato i sindacati”. A pronunciare queste parole, che si ritrovano a pagina 372 del provvedimento cautelare del Gip del Tribunale di Bari che ha portato all’arresto di Mario e Gianluca Jacobini, storici proprietari della Banca Popolare di Bari  è Alberto Maria Antodaro, responsabile Area Basilicata Banca Popolare di Bari e membro della commissione regionale Abi Puglia. Si riferisce, Antodaro, proprio a Jacobini padre e figlio, nel mezzo della difficile gestione della crisi dell’istituto di credito pugliese.

Non è un’affermazione di poco conto, soprattutto alla luce degli esuberi previsti – dagli 800 ai 1000 – previsti dopo il commissariamento deciso dal consiglio dei ministri dello scorso 14 dicembre. Numeri enormi, seppur mitigati da scivoli pensionistici e incentivi all’uscita, per un gruppo che impiega poco più di 3000 dipendenti. Numeri che gettano ulteriori ombre non solo sulla gestione della proprietà e del management dell’istituto barese, ora sotto inchiesta e agli arresti, ma anche sul lavoro di controllo e tutela dei lavoratori esercitato dai sindacati a partire dal 2014, quando la Popolare di Bari, dopo l’acquisizione della Cassa di Risparmio di Teramo, ha imboccato una crisi da cui non si è più ripresa. Sigle che, stando alle carte del Tribunale di Bari e alla documentazione di cui entrata in possesso Fanpage.it. non sarebbero esenti dal crac della banca barese. Soprattutto, se le parole di Antodaro vengono lette alla luce di alcune “strane” assunzioni e promozioni che si sono succedute in questi ultimi anni all’interno della Popolare di Bari. Una prassi strana che si può riassumere in una regola aurea: chi elogia viene promosso, chi denuncia viene defenestrato.

Il primo caso, il più eclatante, è quello di Carmine Iandolo: fino al 2016 la FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani), sebbene fosse il primo sindacato di categoria a livello nazionale, era poco rappresentativo in Banca Popolare di Bari. I suoi pochi iscritti erano prevalentemente concentrati in provincia di Potenza mentre sulla piazza di Bari risultava poco rappresentativo. Questo fino a quando Iandolo, già impegnato in attività sindacale, decide di iscriversi alla FABI. Da quel momento, sulla piazza di Bari, la FABI cresce in maniera esponenziale fino ad annoverare, tra i propri iscritti, caso abbastanza atipico alti Dirigenti e funzionari molto vicini alla famiglia Jacobini. È solo un caso che gli iscritti alla Fabi crescano quasi contestualmente alla firma dell’accordo sulla solidarietà dell’agosto 2017? Mistero.

Iandolo, nel frattempo, viene nominato responsabile dell’Organo di Coordinamento di Gruppo – BPB e Cassa di Risparmio di Orvieto – direttamente dal segretario nazionale Lando Sileoni nonchè capo della delegazione trattante con l’azienda. Nello stesso periodo viene nominato membro anche del Dipartimento Welfare della FABI, ruolo solitamente riservato ai militanti di lungo corso. Non entriamo nel merito della decisione. Ma è curioso che per tale ruolo sia scelto un personaggio che a un consesso nazionale della FABI del marzo 2017,  epoca in cui i prodromi della disastrosa situazione della BPB erano fin troppo evidenti, affermasse che la BPB "….è gestita magistralmente dal nostro grande Presidente Marco Jacobini, con la collaborazione dei suoi figli dott. Gianluca Jacobini e dott. Luigi Jacobini…." e che il suo segretario Sileoni “….è mitico”

Caso isolato? Assolutamente no, se si torna indietro nel tempo. Nel 2007, infatti, si registra il caso di Carmine Del Monaco, che durante il suo mandato di segretario regionale FISAC/CGIL fu assunto come Responsabile delle Risorse Umane. O il caso di Fulvio Calcagni, figlio di Giuliano, attuale segretario nazionale FISAC/ CGIL, che fu assunto e lavorò fino al 2018 in Banca Popolare di Bari e assegnato, a Roma, presso l’Ufficio Enti e Pubblica amministrazione, lo stesso Ufficio dove attualmente lavora Alessio Lannutti, figlio del senatore Elio, fondatore ed attuale presidente onorario di ADUSBEF, che aveva proposto ricorso al TAR contro il decreto di trasformazione in Spa delle banche popolari da sempre fortemente contrastato dalla famiglia Jacobini.

Non finisce qui, però. Pochi mesi fa, il 9 ottobre 2019, la banca ha assunto con contratto a tempo indeterminato dopo un periodo di stage e di contratto a tempo determinato – dal 9 aprile al 8 ottobre -, il giovane Antonio Violante, figlio di Leonardo, tuttora in servizio presso la stessa banca dal 1982, e che attualmente riveste attualmente le cariche di segretario RSA della FALCRI (Federazione Autonoma Lavoratori del Credito e del Risparmio Italiani) successivamente confluita in UNISIN (Unità Sindacale) di cui diviene segretario dell’Organo di Coordinamento, oltre ad essere componente del Consiglio Nazionale della sigla.

Nulla di cui gridare allo scandalo, per ora. Se non fosse che Antonio Violante viene assegnato all’ufficio Amministrazione del Personale dove, per la sua attività, è a conoscenza di dati estremamente sensibili, anche di natura sindacale. L’iniziativa, seppur non illecita, manifesta un conflitto di interessi, anche alla luce di quanto stabilito dal codice etico della banca agli articoli 11 e 13. Più in generale? Che interesse c’era ad assumere il figlio di un sindacalista proprio in un ruolo a rischio di conflitto d’interesse, in cui transitano informazioni sensibili sui lavoratori? Non lo sappiamo. Sappiamo tuttavia che Leonardo Violante non è un sindacalista qualunque, in seno alla Popolare di Bari. A seguito di una querela presentata nel 2009 da tre rappresentanti sindacali della sua stessa Organizzazione (FALCRI, poi confluita in UNISIN), nel 2015 Leonardo Violante è stato infatti condannato, in primo grado, dal Giudice monocratico del Tribunale di Bari per appropriazione indebita ai danni della sua organizzazione sindacale di appartenenza, la FALCRI.

È qui che entra in scena un altro sindacalista: Claudio Gulinello, segretario nazionale di riferimento per FALCRI BPB. Nel febbraio del 2010, tre mesi dopo la loro denuncia, i tre whistleblower sono stati sospesi e successivamente espulsi dal Sindacato, con l'avallo di Gulinello, che nel corso dei mesi successivi, assumerà posizioni a totale sostegno di Leonardo Violante. Nello stesso mese, i tre sindacalisti dissidenti propongono ricorso all'esito del quale, con sentenza del Giudice monocratico, vengono reintegrati. Contraria alla sentenza di reintegra, la FALCRI ricorre in appello, ma la sua richiesta è rigettata dal Tribunale di Bari.

Anche Gulinello, al pari di Violante, ha i suoi scheletri nell’armadio: il 5 ottobre del 2010 l'Associazione FALCRI BPB viene commissariata e Claudio Gulinello, membro della Segreteria Nazionale e già Referente nazionale per la BPB, viene nominato Commissario. Ma nel 2014 Claudio Gulinello, insieme a Maria Angela Comotti, viene citato in giudizio dalla FALCRI Banca Intesa per aver sottratto fondi alle casse dei sindacato e, nel 2017, viene condannato in primo grado per appropriazione indebita ed espulso, notizia, questa, riportata da "Il Fatto Quotidiano" del 1 aprile 2017).

Nel frattempo, che fine hanno fatto i tre whistleblower? Alla fine del 2011 si iscrivono all’UGL (Unione Generale del Lavoro), ma, nell’agosto del 2017, tuttavia, ai tre sindacalisti-whistleblower, nel frattempo passati a questa sigla, vengono revocate, da parte della Segreteria Nazionale UGL Credito, tutte le cariche sindacali e sostituiti, in quanto ritenuti colpevoli di non aver sottoscritto l'accordo sulla solidarietà del 5 agosto 2017. Accordo che prevedeva, per i dipendenti della Banca Popolare di Bari, giornate di solidarietà obbligatoria – caso raro se non unico nel panorama bancario italiano contrariamente a quanto indicato dalle varie segreterie sindacali nazionali che hanno sempre inteso e preteso solo la solidarietà volontaria – da un minimo di 18 giorni e fino ad un massimo di 33 giorni.

Chi elogia viene promosso, chi denuncia viene defenestrato. In un momento di vertenze legate al commissariamento della banca non esattamente la migliore delle premesse possibili.

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'Le banche italiane sono solide’, titolano i giornali sull’indice Srep. Ma le cose sono diverse

'Le banche italiane sono solide’, titolano i giornali sull’indice Srep. Ma le cose sono diverse

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

“Il nostro sistema bancario è patrimonialmente solido ma la redditività è bassa” . Così hanno sostanzialmente titolato i giornali la notizia relativa ai risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca. Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche “significant) e di Bankitalia (per le banche “less significant”), denominato “processo di revisione e valutazione prudenziale” (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni successivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%! Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia dell’eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca può prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale!

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire).

Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere. Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante.

Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con BNP, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi BPER (2%), Credito Cooperativo Italiano, UBI, Banco BPM, e CCB (2,25%), ICCREA (2,50%) ed infine, fanalini di coda, MPS e Banca Popolare di Sondrio (3%).

Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata. Per rendervi più digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo. E, leggendo il comunicato della lega (Bce) di questo atipico campionato, si rileva che tutte le squadre hanno ricevuto delle penalità

Dire che Credem, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potrà essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:

– chiedendo a soci ed azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste??) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
– chiedendo a soci ed azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
– facendo meno prestiti.

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significherà meno utili e meno servizio all’economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora più capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada al di là dei peana delle penne di sistema.

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La decisione di UniCredit di applicare tassi negativi non deve scandalizzare

La decisione di UniCredit di applicare tassi negativi non deve scandalizzare


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Però riflettete e reagite

Se fossi un cliente Unicredit con disponibilità sul conto corrente superiori a 100.000 euro, trasferirei tutto o comunque la parte eccedente la cifra summenzionata presso una altra banca. Perché sono italiano e sono figlio di Guicciardini.

Se dovessi invece esaminare, da analista, la decisione strategica di Mustier, AD di Unicredit, di applicare i tassi negativi sui conti dei clienti con saldi di almeno 100.000 euro, potrei ribadire, contrariamente a quanto negli ultimi giorni l’opinione pubblica sostiene, che non ci vedo nulla di strano.

Per comprendere la portata di questa apparente sequenza hegeliana occorre semplificare alcuni concetti di gestione di una azienda bancaria che probabilmente neppure i media hanno afferrato fino in fondo.

Seguitemi…

Le banche possono accantonare gli eccessi di liquidità (in soldoni la differenza tra ciò che raccolgono e ciò che prestano) presso la Banca Centrale Europea.

Molti operatori economico finanziari e associazioni di imprese hanno fortemente criticato la politica dei depositi presso la Banca Centrale Europea. Questo perché le banche hanno ottenuto grande liquidità da parte dell’Istituto Centrale perché riaprissero i rubinetti del credito a famiglie e aziende, ma sfortunatamente non è avvenuto quello che ci si aspettava.

Per tale motivo e quindi per incentivare le banche a prestare danaro i tassi deposito sono virati al negativo. Vale a dire che le banche che scelgono di depositare gli eccessi di liquidità presso la Banca Centrale Europea riceveranno poi una somma minore di quella iniziale. Tuttavia taluni istituti di credito, tra cui Unicredit, preferiscono anche questa opzione piuttosto che l’impegno verso operazioni più rischiose.

Unicredit, che al 30 giugno 2019 aveva 453.019 milioni di euro di depositi della clientela (gia’ in calo del 5,4% rispetto al dato del 31 dicembre 2018), ha ben pensato di trasferire il costo dei tassi negativi alle grandi imprese o a certi grandi clienti, sicuramente consapevole che tale manovra comporterà una ulteriore e probabilmente sostanziale riduzione delle masse raccolte.

Né più né meno di ciò che fa qualsiasi imprenditore quando scarica l’aumento dei prezzi della materia prima sul prezzo del prodotto finito da proporre ai propri clienti.

Perché scandalizzarsi ?

Piuttosto chiediamoci cosa potrebbe esserci dietro una tale decisone strategica, al momento unica nel panorama del nostro sistema bancario e, come abbiamo visto, particolarmente rischiosa.

Nulla di più coerente con quanto negli ultimi tempi Mustier ha esplicitamente dichiarato.

Basta solo mettere insieme (e non dimenticarsene) i pezzi del puzzle e lo scenario è chiaro.

Ogni amministratore, non sempre un genio, di azienda ragiona in questi termini. Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi scaricandoli sui clienti. L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo. Si trova nella condizione di dover necessariamente fare un trade-off economico.

Costa di più un euro di “sofferenza” per un prestito andato male o un euro di raccolta persa?

Sicuramente il primo !

Arriviamo quindi all’obiettivo primario di Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile.

E che probabilmente parla francese.

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Polizze assicurative, una giungla: manuale di sopravvivenza

Polizze assicurative, una giungla: manuale di sopravvivenza

Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Tra contratti, commissioni e rischi, qualche consiglio per non finire nelle fauci degli squali in agguato.
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Recanati, Sinistra italiana presenta il libro "Sacco Bancario" di Imperatore

Recanati, Sinistra italiana presenta il libro "Sacco Bancario" di Imperatore


Articolo della testata "Il Picchio Rosso"
Mercoledì 29 Novembre alle 21.15 presso il Salone del Popolo di Recanati, Sinistra Italiana ospiterà la presentazione del libro “Sacco Bancario” con la partecipazione dell’autore Vincenzo Imperatore.

"Quello delle banche - scrive il Coordinamento Sinistra italiana Macerata - è un tema importante sul quale Sinistra Italiana ritiene necessario mantenere alta l’attenzione sia rispetto agli scandali, tutt’ora impuniti, come quello dell’ex Banca Marche, sia rispetto al ruolo degli amministratori e della politica: nel libro infatti si alternano rivelazioni didocumenti segreti a testimonianze inedite di risparmiatori che lottano per salvare i propri soldi. Dal caso Deiulemar ai mancati controlli di Consob e Banca d’Italia,Vincenzo Imperatore ci parlerà del grande sacco bancario emerso con gli scandali di MPS, Banca Etruria, Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Banca Marche,solo per citarne alcuni. Tuttavia l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali è più profondo e capillare; solo entrando nelle stanze segrete del potere bancario possiamo capire come, ancora oggi, tutto funzioni come se nulla fosse accaduto. La politica è servile, anche per necessità (le banche hanno in cassaforte miliardi di titoli di Stato e un forte potere di ricatto) e finora, nonostante tutto, sono stati i cittadini e i risparmiatori a pagare il conto.

"C’è però una speranza: grazie - conclude - alla collaborazione del presidente di Banca Popolare Etica Ugo Biggeri, Imperatore racconta un cambiamento possibile, tuttora in corso eppure colpevolmente taciuto dai media, una bella esperienza che porta profitto e etica a vivere insieme. Grazie alla collaborazione della libreria “Passepartout” sarà possibile acquistare il libro direttamente in sala e autografarlo. L’ingresso è libero e l’invito è rivolto a tutti".

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Recanati: Vincenzo Imperatore presenta il libro ''Sacco bancario''

Recanati: Vincenzo Imperatore presenta il libro ''Sacco bancario''


Presentazione del nuovo libro di inchiesta "Sacco Bancario" di Vincenzo Imperatore a Recanti. Articolo a cura di Sinistra Italiana Macerata.
Mercoledì 29 Novembre alle 21. 15 presso il Salone del Popolo di Recanati, Sinistra Italiana ospiterà la presentazione del libro “Sacco Bancario” con la partecipazione dell’autore Vincenzo Imperatore.

Quello delle banche è un tema importante sul quale Sinistra Italiana ritiene necessario mantenere alta l’attenzione sia rispetto agli scandali, tutt’ora impuniti, come quello dell’ex Banca Marche, sia rispetto al ruolo degli amministratori e della politica: nel libro infatti si alternano rivelazioni di documenti segreti a testimonianze inedite di risparmiatori che lottano per salvare i propri soldi.

Dal caso Deiulemar ai mancati controlli di Consob e Banca d’Italia, Vincenzo Imperatore ci parlerà del grande sacco bancario emerso con gli scandali di MPS, Banca Etruria, Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Banca Marche, solo per citarne alcuni. Tuttavia l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali è più profondo e capillare; solo entrando nelle stanze segrete del potere bancario possiamo capire come, ancora oggi, tutto funzioni come se nulla fosse accaduto.

La politica è servile, anche per necessità (le banche hanno in cassaforte miliardi di titoli di Stato e un forte potere di ricatto) e finora, nonostante tutto, sono stati i cittadini e i risparmiatori a pagare il conto. C’è però una speranza: grazie alla collaborazione del presidente di Banca Popolare Etica Ugo Biggeri, Imperatore racconta un cambiamento possibile, tuttora in corso eppure colpevolmente taciuto dai media, una bella esperienza che porta profitto e etica a vivere insieme.

Grazie alla collaborazione della libreria “ Passepartout” sarà possibile acquistare il libro direttamente in sala e autografarlo. L’ingresso è libero e l’invito è rivolto a tutti.



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L'ex manager: <<Debitori impuniti>> Soldi presi senza garanzie personali

L'ex manager: <<Debitori impuniti>> Soldi presi senza garanzie personali


Recensione di Nino Femiani della testata "Il Resto del Carlino-La Nazione" su "Sacco Bancario-il grande imbroglio raccontato da ex manager,gole profonde e risparmiatori truffati" di Vincenzo Imperatore.

Come hanno fatto i grandi manager degli istituti bancari a far sparire i loro patrimoni?
<I trucchi sono tanti, ma i più diffusi sono due: intestarli, con dotazioni fatte per tempo, a terzi non ricolegabili alla famihlia; utiizzare società fiduciarie all'estero nei cosidetti paradisi fiscali che fanno dileguare sott'acqua il proprio tesoro. E' dura per un magistrato seguire le tracce, spesso il denaro viaggia dall'Italia, al Lussenburgo, all'Irlanda, alle Isole Verginie e così via in un vorticoso itinerario turistico. Occorono indagini approfondite , e servono tre cose: tempo, determinazione e preparazione>>.

Vincenzo Imperatore, napoletano di 54 anni, laureato in Economia aziendale , è stato per ventidue anni un importante manager bancario. Con Chiarelettere ha pubblicato <<Io so e ho le prove>> (2014) e <<Io vi accuso>> (2015) che raccontano il marcio delle banche visto dall'interno.
Ora è in libreria con <<Sacco Bancario>>, radiografia degli ultimi anni attraverso documenti inediti e top secret.

Tra i 100 grandi nomi che hanno contribuito al crac di Veneto Banca, spiccano single importanti. Possibile che alla fine se la cavino senza colpo ferire e a pagare siano solo risparmiatori e azionisti?
<<Non restituiranno nulla e vivranno felici e contenti. Un'immensa truffa impunita che ha lasciato sul lastrico tanti risparmiatori onesti, mentre i responsabili e chi ha beneficiato del credito allegro se la caveranno con lievissime conseguenze: qualche indagine, qualche multa, qualche buffetto sulle guance. Alla fine si accorderanno, sborseranno solo briciole perchè, al momento di chiedere i prestiti, non hanno rilasciato garanzie personali>>.

Come è stato possibile?
<<Lo è grazie alla loro forza negoziale che nasceva da appoggi politici o di altri poteri forti alle spalle, talvolta occulti. E' la potenza della "lettera di presentazione" che fa diventare questi gruppi degli intoccabili.

Cosa l'ha sorpreso, scavando nel fango delle banche?
<<Ci siamo resi conto, grazie alla visione di documenti riservati, che gli organi di vigilanza della Banca d'Italia erano attenti solo agli aspetti formali, che la loro efficienza era una presa per i fondelli. Abbiamo un documento che BanKitalia fornisce agli istituti di credito, il cosiddetto piano di risanamento, che è un'autocertificazione che le banche devo fare ogni anno per dichiarare il loro stato di salute. Ebbene, poi nessuno controlla se è tutto vero o no>>.

Nessun correntista sembra più al sicuro.
<<Il mostro - banche ha perso il suo vero capitale: la fiducia >>.

Io,piccolo risparmiatore, come faccio a sapere se la mia banca è solida?
<<Posso tutelarmi un pò leggendo il Cet1 (commmon equity tier 1) del mio istituto di credito che misura il rapporto fra i mezzi propri della banca e gli impieghi. Deve essere almeno superiore al 10%, si può trovare nel bilancio e nelle trimestrali>>.

C'è stato anche un ritardo della magistratura,almeno nel bloccare i beni dei responsabili. Come mai?
E' intervenuta quando non c'era più niente nelle casse. Negli Stati Uniti, a dieci anni dallo scandalo Lehman Brothers, sono state inasprite le sanzioni, fior di manager sono finiti in galera. In Italia, invece, il conto lo stanno pagando i cittadini e i risparmiatori>>.

Quale domanda farebbe, da risparmiatore, a Visco?
<<Una sola: se non ritiene giusto cambiare il suo stato maggiore, visto la pessima prova fornita. L'inefficienza degli organi di vigilanza è un fatto conclamato e il governatore penso ne debba prendere atto>>.


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Banca-rotta non ci avrai

Banca-rotta non ci avrai


Recensione di Igor Traboni sul nuovo libro di inchiesta Sacco Bancario di Vincenzo Imperatore

Non ce la racconta giusta l’ex rottamatore Matteo Renzi (in verità anche ex premier, ma questo non fa gioire più di tanto, vista la successiva clonazione in Paolo Gentiloni) sulla storia delle banche. E lo scriviamo da tempi non sospetti. Non la racconta giusta alle migliaia di risparmiatori truffati, che ad ogni tappa del suo trenino in giro per l’Italia, accolgono il segretario pd con frizzi e lazzi di ogni tipo al solo scorgerlo all’orizzonte, figuriamoci poi quanto si mette a ripetere come un disco rotto e stonato: . Come no: e chi scrive è Napoleone.

Come consiglio non richiesto, diamo al signor Renzi un altro indizio che magari potrebbe avvicinarlo alla verità, e smetterla di raccontar fandonie sulle banche: in un’Italia in sui si legge poco (e sempre di meno, perché grazie alla crisi moltiplicata proprio dal suo governo, anche 17-20 euro per un buon volume pesano parecchio nel bilancio familiare) stanno spopolando proprio i libri sulle banche.  Come “Sacco bancario” che Vincenzo Imperatore ha scritto con Ugo Biggeri (Chiarelettere editore).

Imperatore nelle banche importanti ha lavorato per oltre 20 anni; poi, capita l’antifona, si è messo a fare banca con il cuore (il coautore Biggeri è fondatore di Banca Etica) e a raccontare le malefatte del mondo del credito.

Nel suo precedente “Io so e ho le prove” ha spiattellato tutto in presa diretta e anche quello è stato un successo, tanto da arrivare perfino a teatro (ne abbiamo parlato sul Giornale d’Italia il 14 gennaio scorso). Adesso, e ancora una volta dall’interno e con cognizione di causa, ecco questo libro che racconta per l’appunto il grande sacco bancario: Mps, Etruria, Veneto Banca, Popolare di Vicenza, con tutti gli intrecci tra finanza, politica e interessi personali. Un pandemonio, ma chi ha rotto – anticamera della bancarotta – mica sta raccogliendo i cocci: no, tutto scaricato sui risparmiatori, su chi ha sgobbato una vita per quel gruzzoletto e adesso si stente dire che lo stanno pure aiutando e tutti in carrozza, signori si parte: altro giro, altra stazione, altra bugia.

Altrove, per i reati finanziari si paga anche penalmente. In Italia, il massimo è una commissione di inchiesta, presieduta da Pier Ferdinando Casini. Che è comunque una pena, ma per noi.

 

 

 

 

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Banca Etica in festa: sabato inaugurazione del nuovo ufficio e spettacolo teatrale “Io so e ho le prove”

Banca Etica in festa: sabato inaugurazione del nuovo ufficio e spettacolo teatrale “Io so e ho le prove”


Lo spettacolo teatrale "Io so e ho le prove" in scena a Senigalllia

09/11/2017 - Sabato 11 novembre Banca Etica inaugura a Senigallia il nuovo ufficio del consulente finanziario per le Marche Nord, Paolo Manoni.

Un'occasione per stare insieme, brindare e andare a teatro: dopo il taglio del nastro, infatti, la cittadinanza è invitata all'Auditorium San Rocco per assistere allo spettacolo "Io so e ho le prove", di e con Giovanni Meola. Una pièce che farà riflettere su quello che non va nel modo in cui molte banche sono gestite, e su ciò che si può fare per creare un cambiamento dal basso.

L’appuntamento per il brindisi e il taglio del nastro è alle 16.30 in Via Testaferrata 10, Senigallia. Interverranno:

Maurizio Mangialardi - Sindaco di Senigallia

Giuseppe Orlandoni - Vescovo emerito di Senigallia

Paolo Manoni - consulente finanziario di Banca Etica nelle Marche

Nazzareno Gabrielli - Vice Direttore generale di Banca Etica

Dopo il taglio del nastro ci si sposta all’Auditorium San Rocco per assistere allo spettacolo “Io so e ho le prove” di e con Giovanni Meola. Introduce Nicoletta Dentico, consigliera di amministrazione di Banca Etica.

Banca Etica è presente nelle Marche dal 2011 con una filiale ad Ancona e un banchiere ambulante/consulente finanziario a Senigallia che serve le province di Pesaro-Urbino e Ancona.

Banca Etica conta oggi nelle Marche 950 soci; una raccolta di risparmio pari a 33 mln di €, e finanziamenti accordati per 38 mln di euro.

Banca Etica nelle marche finanzia realtà importanti quali: La Terra e il Cielo, Terra bio, Mondo Solidale, Shadhilly, Cooss Marche, Labirinto, Tecnos.

A Senigallia finanzia Undicesima Ora, Fondazione Caritas, Cesanella coop. edilizia e tante altre realtà.

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Imperatore racconta in un libro il grande imbroglio delle banche

Imperatore racconta in un libro il grande imbroglio delle banche


Recensione di AdnKros - Sicilia su il nuovo libro di inchiesta di Vincenzo Imperatore "SaccoBancario"

“Sacco bancario” è il libro nel quale lo scrittore (ex bancario) Vincenzo Imperatore racconta il grande imbroglio delle banche. Tra risparmiatori truffati e manager senza scrupoli un libro inchiesta scomodo con documenti esclusivi.




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Bilanci falsi e indici manipolati

Bilanci falsi e indici manipolati


Intervista di Vincenzo Imperatore sull’inserto SOLDI&DIRITTI di “Altro Consumo”

‹‹Questa volta ho alzato lo sguardo e ho indagato nelle segrete stanze dei Consigli di amministrazione, nelle connivenze con la politica, nei controlli solo formali di BankItalia, Consob e della stessa Banca centrale europea››. Con il suo tono squillante e l’inconfondibile accento napoletano, Vincenzo Imperatore mi racconta il suo nuovo libro in uscita per Chiarelettere: “Il sacco bancario”. Una vecchia conoscenza per la nostra associazione che lo ha ospitato a Ferrara durante il Festival 2015 dove ha presentato il suo primo libro: “Io so e ho le prove – Come le banche imbrogliano il correntista”. Racconta il dietro le quinte degli istituti di credito in cui per vent’anni, è stato uno spietato manager che ha venduto “spazzatura ai clienti” – polizze, diamanti, obbligazioni subordinate, derivati – perfettamente integrato in un sistema che non tiene conto del cliente, ma solo del profitto. Finché con la crisi economica, questa logica “malata” ha cominciato a scavare un buco nella sua coscienza. Non ha più voluto far parte del sistema e ne è uscito denunciandone tutte le nefandezze. ‹‹Ho potuto farlo – ammette – perché ho raggiunto una certa tranquillità economica. Mentre quando ero dentro al sistema ero ricattabile per il mio lauto stipendio e i benefit. Ci sono ancora tanti “Vincenzi Imperatori” dentro alle banche che non possono tirarsi indietro››.



In questo momento storico molti risparmiatori devono fare i conti con il fallimento della loro banca.

‹‹Eppure si può ancora fare banca “sana” e se si lavora bene si è anche indipendenti e si può resistere alle pressioni esterne. Nel libro parlo di due banche che fanno ciò che deve fare un istituto di credito: raccogliere risparmio e fare prestiti alle imprese. Sono Banca Popolare Etica e Banca Popolare delle Province Molisane. Siamo al di fuori dal sistema–Italia-Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Banco Popolare-Banca Popolare di Milano e Banca Popolare dell’Emilia Romagna – istituti di credito che hanno chiuso il 2016 in perdita di circa 14,5 miliardi. Basti pensare che la banca molisana ha un indice Core Tier 1, che misura la solidità patrimoniale, del 18,76 per cento (riferito al 2016). Per capire il valore di questa cifra, basti sapere che le principali autorità bancarie europee raccomandano una soglia minima del 7-9% e che tra le maggiori banche “sistemiche” d’Italia nessuna ha un coefficiente così alto. Come hanno fatto? Ho interpellato Giancarlo Mandato, Risk e manager dell’istituto, che mi ha detto che la prima regola è il rigore nella concessione del credito, che la presenza sul territorio non può e non deve tramutarsi in comportamenti o approcci “confidenziali”. Niente favori, dunque. A nessuno. Per essere indipendenti si deve restare fuori dalle logiche clientelari: dietro ai loro sportelli non ci sono “figli di” ››.



Secondo quanto si racconta nel libro, invece, i prestiti vanno “agli amici degli amici”

‹‹Il caso di Banca Promos è emblematico di come nei bilanci delle banche arrivino i crediti “deteriorati” (le attività che non riescono più a ripagare capitale e interessi dovuti ai creditori). Spesso sono quelli concessi secondo criteri “clientelari”. Questa piccola banca campana finanzia con un prestito consistente l’acquisto da parte di K4A Spa di una giovane azienda che fabbrica elicotteri di nuova generazione, anche se non offre alcuna garanzia: ha un capitale sociale di appena 10.000 euro, non ci sono i risultati imprenditoriali, né competenza ed esperienza maturata nel settore. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento (ancora oggi, al 10 settembre), questa società risulta “inattiva” presso la Camera di commercio di Napoli. Se è inattiva non produce reddito, come ripaga il prestito? Non solo. L’ispezione di Bankitalia non ha portato a nulla, non si sono neanche accorti che la società acquistata è inattiva. Inoltre, come confermano i documenti messi a nostra disposizione da un whistleblower, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari e sottoposto agli organi deliberanti. Ma come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Se si guarda nel Cda dell’azienda sono evidenti i rapporti stretti tra Pr, enti pubblici e finanza locale››.

Perché Banckitalia non è mai riuscita a capire in anticipo nessuna delle crisi che hanno coinvolto le banche poi in default?

‹‹O c’è collusione o c’è impreparazione. Da qui non si sfugge. Quella tra le banche private e lo Stato è davvero una relazione pericolosa – soprattutto per noi correntisti. Con il finanziamento del debito pubblico, le banche forniscono una “stampella” allo Stato. Questo aiutino avviene attraverso un massiccio acquisto di Bot, Btp e Cct, parliamo di tanti soldi, 635 miliardi (fine 2016). Così facendo, i governi finanziano il proprio debito e le banche, acquistando titoli a “rischio zero”, raggiungono obiettivi di solidità patrimoniale richiesti dalla vigilanza. Come mai le banche sono così generose con lo Stato? Il mio dubbio è che, lungi dall’essere paladine di una causa sociale o morale, siano interessate a tenere una poltrona riservata nel salotto buono delle lobby. Patti chiari, amicizia lunga: la banca compra i titoli di Stato e in cambio lo Stato - cioè anche Bankitalia, Consob & Co. – chiude un occhio sugli affari “meno nobili” dell’istituto. D’altro canto basta guardare all’unicreditizzazione delle banche in difficoltà. I manager che Unicredit ha mandato via considerandoli non più efficienti, il governo li ha messi a dirigere Banca Etruria & Co. quelli che poi possano chinare il capo di fronte alle indicazioni governative››.

Con il caso Deiulemar emergono i danni della mancata vigilanza delle autorità

‹‹Deiulemar, compagnia di navigazione di Torre del Greco, è fallita tre anni fa lasciando sul campo le sue obbligazioni. Liquidato tutto, non è rimasto abbastanza per ripagare i risparmiatori. Una “gola profonda” ci ha mostrato una mail del dirigente di una grande banca italiana che apriva un finanziamento a questa società una settimana prima del crac. La Consob stessa ha autorizzato l’emissione delle obbligazioni nonostante il parere contrario di Bankitalia. Che, a sua volta, pur notando flussi anomali di denaro e segnalando le irregolarità delle obbligazioni, si è limitata a denunciare i fatti agli inquirenti, senza bloccare l’afflusso dei fondi sui conti coinvolti››.

 

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Banche, l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”

Banche, l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”


Recensione su "Il Sacco Bancario - il grande imbroglio raccontato da ex manager, gole profonde e risparmiatori truffati" de "Il Fatto Quotidiano"
Nel nuovo libro Sacco bancario Vincenzo Imperatore racconta l'inefficienza degli organi di vigilanza, gli escamotage con cui i vertici proteggono imprenditori senza scrupoli e i trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile

L’inefficienza degli organi di vigilanza, attentissimi solo agli aspetti formali. Gli escamotage con cui i vertici di alcune banche italiane proteggono imprenditori senza scrupoli, mentre le severe (sulla carta) norme antiriciclaggio raccomandano segnalazioni urgenti anche per piccoli movimenti all’apparenza poco chiari. I trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri – come raccontato nell’estratto che anticipiamo – mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile. In poche parole: l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali che sta dietro a un sistema per le cui falle stanno pagando un conto salato cittadini e risparmiatori.
A raccontarlo è l’ex manager bancario Vincenzo Imperatore nel suo nuovo libro Sacco Bancario (Chiarelettere) scritto in collaborazione con Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, e con la prefazione di Marco Travaglio. Nel libro che conclude il percorso iniziato con “Io so e ho le prove” (Chiarelettere, 2014) continuato con“Io vi accuso” (Chiarelettere, 2015), Imperatore mette a disposizione le testimonianze di dirigenti apicali, gole profonde e insider. Oltre a documenti interni e riservati che fanno luce su meccanismi “mille volte denunciati eppure tuttora perfettamente funzionanti”.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Storie di piccole banche (come la Banca Popolare delle Province Molisane o di Banca Popolare Etica) che funzionano sulla base di tre parametri solo all’apparenza incompatibili: ottima governance, rigore morale nei consigli di amministrazione e profitto.

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro 

IL CASO BANCA PROMOS

Eccezioni e distrazioni

Quella che segue è la storia di una piccola impresa «benedetta» dal caso, dalla fortuna o, più probabilmente, da una raccomandazione giunta dall’alto. Un «pesce piccolo» che, mancando di solide basi patrimoniali e dunque di sufficienti garanzie, non avrebbe mai potuto ricevere soldi in prestito da una banca. Invece li ha ricevuti, e pure tanti.

La banca di cui stiamo parlando si chiama Promos Spa, e nasce a Napoli, nel 1980, su iniziativa di Ugo Malasomma e Tiziana Carano. All’inizio è una Srl che ha per oggetto sociale lo svolgimento di attività di intermediazione sui mercati azionari e obbligazionari italiani, poi seguiranno vari passaggi, come l’iscrizione all’albo della Consob nel 1991, l’ingresso in Abi (l’Associazione bancaria italiana) nel 1998, e infine l’iter di trasformazione in banca nel 2002.

Ancora oggi  ha un capitale sociale di soli 7.740.000 euro e nel suo consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri, Luigi Gorga, che da presidente della Banca Popolare di Sviluppo subì nel 2013 una sanzione da parte della Banca d’Italia, e Umberto de Gregorio, nel 2015 nominato dal governatore della Campania Vincenzo De Luca – per il quale aveva svolto il ruolo di coordinatore della campagna elettorale – al vertice dell’Eav (Ente Autonomo Volturno), la holding che gestisce una larga fetta dei trasporti della regione (1).  Nell’aprile del 2015 (attenzione alle date…), la Promos finanzia l’acquisto del 22 per cento della società 4KA Spa Knowledge for aviation – una giovane azienda che fabbrica aeromobili e veicoli spaziali, con sede a Ponticelli, in provincia di Napoli – da parte della Hold and Fly Srl. Prezzo di acquisto/vendita: 1.720.000 euro.

Un finanziamento come tanti, direte voi. Nient’affatto, perché la Hold and Fly Srl, in realtà, è una scatola vuota e l’operazione, per una piccola banca come la Promos, è da considerare a dir poco rischiosa. Come mai si è andati avanti lo stesso? La verità è che la Hold and Fly Srl è stata costituita il 10 aprile 2015 dagli stessi soci di riferimento della K4A Spa, allo scopo di rafforzarne il gruppo di controllo e supportarne i piani di sviluppo.

La Banca Promos accorda ogni richiesta ma, in cambio, quali garanzie offre la Hold and Fly Srl? Nessuna, visto che ha un capitale sociale di appena 10.000 euro. Anzi, non potrebbe nemmeno essere finanziata, perché priva di alcuni requisiti necessari non ancora verificati: i risultati imprenditoriali, la competenza e l’esperienza maturata nel settore e il comportamento negli affari. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento e ancora oggi (8 settembre 2017), la Hold and Fly srl risulta ancora “inattiva” presso la Camera di Commercio di Napoli. Una società inattiva significa che non opera e pertanto non produce reddito, ma legalmente costituita pertanto esistente come natura giuridica. “La banca in questione, come tutto il sistema bancario d’altronde – ci rivela la nostra “gola profonda”- in base a una consuetudine che alcuni giudicano ormai superata ma che ancora oggi tende a essere osservata – finanzia soltanto aziende «già consolidate da almeno un paio di anni di attività, che operino e producano reddito, risultante dal bilancio ufficiale, da almeno 24 mesi.».

“Se poi ci aggiungiamo il fatto – continua il nostro interlocutore – che la normativa interna della banca stabilisce che “di regola” non e’ possibile concedere finanziamenti ad aziende che non abbiamo almeno 6 mesi di vita “salvo deroga”, capiamo che tutto e’ possibile se deciso nelle segrete stanze del cda.”

Come è stato possibile dunque che la Promos abbia erogato ugualmente il prestito? Qui entra in gioco la fantasia. Il «trucco» escogitato è stato quello di finanziare uno a uno i singoli soci della Hold and Fly, con un affidamento, sotto forma di scoperto di conto corrente, per complessivi 1.755.000 euro.

Il problema è che neppure loro – lo attestano i documenti interni della stessa Promos, che il whistleblower mi ha procurato – non sarebbero stati «teoricamente» in grado di restituire il prestito alla scadenza pattuita. Per la maggior parte dei soci, il rischio creditizio valutato da CRIF (2) e’ alto o addirittura negativo.

Vero è che la banca ha chiesto in garanzia un pegno sulle azioni della K4A Spa possedute dai soci. Ma nessuno si è curato di stabilire se il loro valore nominale fosse realistico e coerente rispetto a quello riportato in bilancio. Nella fase istruttoria, questo controllo è stato, chissà perché, «dimenticato». Inoltre, come confermano i documenti a nostra disposizione, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari proponenti e sottoposto agli organi deliberanti.

Come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Sono dunque da ritenere casuali tante «attenzioni», eccezioni e «distrazioni», da parte di Promos, a vantaggio dei soci della Hold and Fly Srl? Difficile dare una risposta.

Certo, è forte il sospetto che il top management della banca, avesse in testa solo il profitto immediato, e che non si curasse di far correre un rischio agli altri risparmiatori.

L’istituto, dal novembre del 2016, sempre secondo il racconto della fonte, era sotto ispezione di Bankitalia, un lavoro conclusosi nel giugno del 2017 senza riscontrare irregolarita’. Ma le proporzioni dell’affidamento, per una iniziativa imprenditoriale che ad oggi risulta inattiva, parrebbero disattendere i piu’ normali criteri di erogazione creditizia. Ma facciamo un passo indietro, per conoscere piu’ da vicino il “gioiello” che sta al centro di tutta questa vicenda: la K4A Spa.

(1) Per tale nomina, cosi come riporta Dagospia, e’ stato inviato alla Procura di Napoli e all’Anac di Raffaele Cantone un esposto contro il presidente dell’EaV per una presunta incompatibilità per l’incarico ricoperto in quanto dipendente pubblico. De Gregorio, iscritto all’Ordine dei dottori commercialisti di Napoli, è infatti docente di economia aziendale nell’istituto tecnico commerciale «A. Diaz».Secondo la denuncia, l’assunzione della guida della società pubblica sarebbe in contrasto con il contratto nazionale scuola oltre che vietato da specifiche disposizioni di legge. In più, sempre alla base dell’esposto, ci sarebbe la circostanza che De Gregorio avrebbe chiesto l’aspettativa un anno dopo circa la nomina alla guida della holding regionale. Un «doppio lavoro» che potrebbe aver provocato anche un danno all’Erario su cui potrebbe essere chiamata a indagare la Procura presso la Corte dei Conti.

(2) Crif è il gestore del principale Sistema di informazioni creditizie (Sic) presente in Italia, chiamato Eurisc. Si tratta di un archivio informatico che contiene i dati sui finanziamenti richiesti ed erogati a privati e imprese.

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Deiulemar – “Sacco Bancario”: Le colpe di Consob, Banca d’Italia e le banche che stavano a guardare

Deiulemar – “Sacco Bancario”: Le colpe di Consob, Banca d’Italia e le banche che stavano a guardare


Articolo di Vincenzo Legna su TorreChanel.it


Il libro di Vincenzo Imperatore “Sacco Bancario”, nel capitolo dedicato al crack Deiulemar,  affronta anche il ruolo della Consob e della Banca d’Italia, visto che si tratta di organi di vigilanza che evidentemente non hanno fatto il loro dovere. Emblematico il ruolo dell’avvocato Roberto Maviglia, che prima di diventare amministratore unico della compagnia nel 2012 fu consulente nel 2004, facendo ottenere alla Deiulemar l’iscrizione nell’elenco degli emittenti diffusi, ossia società con strumenti finanziari non collocati su mercati regolamentati ma oggetto di investimento presso un ampio numero di risparmiatori. Strana coincidenza, in quello stesso periodo alla Consob lavorava Renato Maviglia, fratello di Roberto. Nel libro si sottolinea inoltre che nel 2005 la Deiulemar veniva spogliata di ogni bene attraverso la costituzione di un reticolo di società fiduciarie e trust in Lussemburgo, Malta e Svizzera, con il chiaro intento di sottrarre risorse ai creditori. E la Consob dov’era? Oltretutto nel 2007 proprio la Consob aveva autorizzato un ulteriore prestito obbligazionario di 50 milioni di euro, nonostante il parere contrario della Banca d’Italia. Un operazione senza senso, visto che la compagnia era ormai una scatola vuota e per giunta indebitata. Si pone dunque l’enfasi sulle tante omissioni della Consob e sulla scarsa attenzione della Banca d’Italia, che nonostante gli enormi flussi di denaro e le irregolarità dei prestiti obbligazionari si è limitata a qualche denuncia senza mai bloccare tali operazioni, pur avendone gli strumenti.

Un ruolo importante nel crack lo hanno giocato anche gli istituti di credito, che hanno lucrato sulle ingenti somme di denaro presenti sui conti correnti personali di Michele Iuliano. Le banche erano consapevoli di prendere parte ad operazioni che venivano svolte in barba alle regolari procedure societarie, ed erano dunque corresponsabili. Oltretutto appare impossibile che l’ingente quantitativo di soldi finito all’estero non abbia implicato il coinvolgimento di qualche banca italiana. Il capitolo dedicato al crack Deiulemar si conclude infine con un passaggio molto significativo: “La verità è che quelle tre famiglie erano diventate padrone della città. Se qualcuno aveva bisogno di qualcosa non bussava alla porta del sindaco, ma alla loro. In pratica garantivano i livelli di occupazione e i profitti alle banche. A Torre del Greco c’è persino una strada intestata a Giovanni Battista Della Gatta, uno dei fondatori del colosso economico. Nel 2013, con un’iniziativa provocatoria, un gruppo di obbligazionisti tentò di ribattezzarla “via dei Truffatori””.

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Colapietro: “Per i torresi Michele Iuliano era come un papà. Risparmiatori prima rassicurati, poi raggirati e abbandonati”

Colapietro: “Per i torresi Michele Iuliano era come un papà. Risparmiatori prima rassicurati, poi raggirati e abbandonati”


Recensione di Vincenzo Legna su TorreChannel.it su Sacco Bancario.Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori truffati di Vincenzo Imperatore


Nello spazio dedicato al crack Deiulemar del libro di Vincenzo Imperatore “Sacco “Bancario” c’è anche la testimonianza dell’avvocato Giuseppe Colapietro, presidente del comitato dei creditori e lui stesso obbligazionista raggirato. Di seguito i passaggi principali.

“Quella della Deiulemar è una tragedia che pochi possono davvero comprendere, a meno che non l’abbiano vissuta in prima persona o non siano abitanti di Torre del Greco. Da quando la compagnia è fallita la disoccupazione è aumentata e il Comune è finito quasi sul lastrico”. Esordisce così l’avvocato Colapietro nella sua testimonianza sul fallimento del colosso armatoriale torrese che ha messo in ginocchio 13000 famiglie. “La Deiulemar era un’istituzione” prosegue l’avvocato. “Torre del Greco era una città fiorente, che prima del crack aveva dato l’anima alla Deiulemar. I cittadini avevano messo le chiavi del loro futuro in mano ai padroni della compagnia, in particolare al capitano Michele Iuliano, che per loro era come un papà”. Poi la descrizione di come avvenivano i passaggi di denaro. “Sui conti correnti intestati a Iuliano – la procura ne ha contati ben 18 – affluivano i soldi delle obbligazioni irregolari e si eseguivano altre operazioni e movimenti, come l’eventuale smobilizzo e il pagamento degli interessi. Una cosa basata sulla fiducia, ma quel che è peggio è la scarsa o nulla informazione fornita ai clienti sul tipo di investimento fatto e sui rischi che si potevano correre. I risparmiatori – continua Colapietro – sono stati tenuti all’oscuro di tutto, inutilmente rassicurati e infine raggirati e abbandonati”. L’avvocato sintetizza poi la strategia intrapresa per cercare di recuperare le somme perse. “Le famiglie dei proprietari della Deiulemar avevano costituito una società di fatto, parallela a quella ufficiale, che controllava una rete infinita di conti correnti e altre compagnie fantasma. Per recuperare il maltolto, abbiamo dovuto far fallire prima tutte le loro società, poi quella di fatto e infine anche loro personalmente”.

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Deiulemar – “Sacco Bancario”, il libro che parla del crack: le rivelazioni shock di un ex dipendente bancario

Deiulemar – “Sacco Bancario”, il libro che parla del crack: le rivelazioni shock di un ex dipendente bancario


Recensione di Vincenzo Legna su TorreChannel.it su Sacco Bancario.Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori truffati di Vincenzo Imperatore

E’ uscito il 26 ottobre “Sacco Bancario”, il libro di Vincenzo Imperatore che affronta una serie di scandali bancari e truffe ai danni di risparmiatori. Tra le vicende trattate dall’ex manager bancario c’è anche il crack Deiulemar. Nel capitolo dedicato c’è spazio per una cronistoria della vicenda – con tutti i vari passaggi che hanno portato allo svuotamento della Deiulemar Compagnia di Navigazione tramite la graduale cessione della flotta e del patrimonio immobiliare – poi largo alle testimonianze di un ex dipendente di una delle banche in affari con la Deiulemar e alle parole dell’avvocato Giuseppe Colapietro. Di seguito i passaggi salienti della testimonianza dell’ex dipendente bancario.

Le rivelazioni shock dell’ex dipendente bancario

“Il crack Deiulemar non è stato un fulmine a ciel sereno” rivela l’ex bancario, che poi parla dell’estensione di un fido a favore della compagnia poco prima del crack, a testimonianza di un’analisi creditizia fatta in maniera sommaria e basata soltanto sulle disponibilità personali dei soci. “Già nel settembre 2011 avevo iniziato a scrivere e a lanciare segnali di allarme, perché ero preoccupato. Sta di fatto che i miei superiori hanno cominciato a scavalcarmi o evitarmi ogni qual volta si dovevano prendere decisioni di peso che favorivano le manovre rischiose dei soci Deiulemar” racconta la fonte. Cosa ben più grave i vertici della banca in cui lavorava lo hanno minacciato una volta venuti a galla i guai della Deiulemar: “Devi dire che è colpa tua, che sei stato tu a non fare le segnalazioni di operazioni sospette all’antiriciclaggio”. Morale della favola: la persona che ha reso la testimonianza è stata licenziata. Poi il racconto di un incontro tra uno degli armatori (nel libro signor L.) e i vertici della banca per firmare un accordo che concedeva all’istituto la delega di amministrare e investire il patrimonio dell’armatore. Si parla di un atteggiamento altezzoso e spocchioso del signor L. che ad un centro punto, rivolto al testimone esclama: “Guagliò, vamme a piglà ‘na penna“. Frase che ha fatto scattare l’ex dipendente che ha prima urlato all’armatore di uscire dalla stanza, per poi andarsene lasciando ai dirigenti il compito di concludere l’operazione. Alla fine si dimostra così la sudditanza del sistema bancario nei confronti di coloro che hanno messo in ginocchio un’intera città.


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Bankitalia e Consob, interrogatorio immaginario sulla vigilanza

Bankitalia e Consob, interrogatorio immaginario sulla vigilanza


Articolo di Vincenzo Imperatore su Lettera43

Al netto delle strumentalizzazioni politiche di questi giorni, entrambi gli istituti dovrebbero chiarire ben più di un punto oscuro. E anche la magistratura è chiamata a dare delle risposte. Ecco quali.

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"Bankitalia e Consob colpevoli", libro-inchiesta su crac banche

"Bankitalia e Consob colpevoli", libro-inchiesta su crac banche


Articolo su Adnkronos

Esce oggi in libreria 'Sacco bancario - Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori', edito da Chiarelettere, scritto da Vincenzo Imperatore con la collaborazione di Ugo Biggeri.
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Basta con il “saper essere”... passiamo alle competenze!

Basta con il “saper essere”... passiamo alle competenze!


Articolo di Vincenzo Imperatore su Il Roma

Nel nostro paese non solo l’ascensore sociale si è inceppato. Anche quello professionale si e’ arenato. Le conseguenze, se guardiamo alle condizioni attuali in cui versa l’Italia, il suo sistema bancario e ai suoi principali indicatori macroeconomici, sono molto serie. E dovrebbero indurci a riflettere. Potrebbe essere un problema di taratura delle competenze necessarie per poter sostenere il cambiamento?

Come ben sappiamo, le dimensioni della professionalita’ di un manager sono strutturate su 3 livelli :

-    il SAPERE, cioe’ la dimensione della conoscenza tecnica costruita negli anni in base alla formazione accademica e soprattutto per effetto dei corsi di specializzazione aziendali;

-    il SAPER FARE, in altri termini cio’ che identifichiamo sinteticamente come “esperienza” e che permette al manager di tradurre i concetti teorici studiati in atti operativi;

-    il SAPER ESSERE; tutto cio’ che attiene all’area comportamentale e relazionale del manager.
Negli ultimi 20 anni la formazione in banca si e’ focalizzata essenzialmente sullo sviluppo della dimensione del SAPER ESSERE. C’e’ stato un abuso dei percorsi formativi basati su PNL (Programmazione Neuro Linguistica), Leadership for Results, Intelligenza Emotiva, ecc, che hanno saputo produrre sicuramente degli ottimi venditori e dei discreti “capi” ma nel contempo hanno depauperato il patrimonio tecnico e professionale che possedeva il bancario della generazione precedente. Una tragedia sotto gli occhi di tutti. Non l’unica causa ma una delle tante piu volte analizzate su questa rubrica. Soprattutto perche’ in banca si vende un “prodotto complesso” che necessita di una preparazione e di una competenza che non puo’ basarsi solo o esclusivamente sulla capacita’ di comunicare. Se sono un consulente finanziario e non ho competenze di analisi creditizia, se non so “leggere” una Centrale Rischi posso solo “improvvisare” una chiacchierata con un imprenditore che tento di acquisire come cliente ma non riuscirò mai ad essere convincente per farmi canalizzare i suoi risparmi personali. Un esempio classico di queste dinamiche si riscontra, ad esempio, nel mondo dei promotori finanziari che hanno, tranne una percentuale bassissima di professionisti, un gap formativo profondo nella cultura di impresa. Ne e’ una conferma il fatto che l’esame per l’iscrizione all’albo, cosi come il catalogo formativo proposto dalle associazioni di categoria per l’acquisizione dei “crediti formativi”, non prevedono percorsi di addestramento sulla analisi creditizia.
Purtroppo, in Italia sappiamo come funzionano certe cose. Si preferisce appiattire tutto verso il basso. I bravi e i competenti vanno allontanati, marginalizzati, esclusi, perché alterano, «sovvertono» il sistema. Che ha le sue regole inamovibili. Un simile atteggiamento, purtroppo assai diffuso sul piano culturale, sociale ed economico, non è però a somma zero. Anzi.

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VENDERE AZIONI NON QUOTATE E’ DIFFICILE: CONSIGLI PER DIFENDERSI

VENDERE AZIONI NON QUOTATE E’ DIFFICILE: CONSIGLI PER DIFENDERSI



Articolo di Vincenzo Imperatore su Il Roma

Conquistare fiducia e credibilità e’ l’obiettivo primario del sistema bancario. Il Gruppo Banca Popolare di Bari ha definito un successo il collocamento presso investitori internazionali, di un'obbligazione senior di 597,2 milioni di euro, emessa nell'ambito dell'operazione di cartolarizzazione di mutui residenziali.

In particolare l’Istituto ha dichiarato che il risultato e’ «un grande segno di fiducia, soprattutto perché ottenuto in un contesto di mercato caratterizzato dal permanere di elementi di incertezza”.

Verissimo. Tanta incertezza e tanta apprensione e’ vissuta anche dai circa 69mila azionisti di BpB che, di fronte al deprezzamento del titolo (oggi quota circa 6,50 euro rispetto ai 9,53 del marzo 2016), vorrebbero vendere, seppur in perdita, per evitare di ritrovarsi nella stessa condizione degli azionisti delle varie banche poi andate in default. Cioè risparmi azzerati!

Le preoccupazioni non sono frutto della psicopatia dei poveri risparmiatori visto che, come scritto due settimane fa su questa rubrica, qualche perplessità produce l’inchiesta risalente al 30 agosto scorso che ha portato all’iscrizione dei vertici dell’Istituto (compresi Marco Jacobini e i figli Gianluca e Luigi) nel registro degli indagati per varie ipotesi di reato tra cui presunte irregolarità nei bilanci.

Vendere le azioni delle banche non quotate, però, non è così facile, soprattutto se si pensa che la compravendita si svolge nell’ambito di un “mercatino” interno dove pare che ci siano stati degli azionisti “privilegiati” che si sono liberati delle azioni (che riacquista la banca) prima del crollo del prezzo. Ma pare, sembra, si immagina, che i fortunati risparmiatori abbiano ricevuto un trattamento di favore nel rispetto della cronologia di chiusura delle operazioni.

Pare, sembra, si immagina che nel registro cronologico degli ordini di vendita ci sarebbero tanti altri “non illustri” risparmiatori che avevano la precedenza rispetto ai soliti “amici degli amici”.

Sarà questione di poco tempo per accertarne la verità. Perché proprio in questi giorni c’e’ stata una svolta giudiziaria determinante. Ci riferiamo a quanto è stato stabilito da un sentenza del 27 settembre scorso della quarta sezione civile del tribunale di Bari a firma del giudice Sergio Cassano a seguito di un decreto ingiuntivo presentato in estate da un azionista barese che nel lontano 1996 ha acquistato circa 430 azioni che ha cercato di rivendere invano da dicembre del 2015. Il risparmiatore più volte aveva richiesto l'ordine cronologico di vendita e più volte la banca si era rifiutata adducendo “non meglio identificate esigenze di riservatezza". La sentenza del giudice è stata chiara: "Il socio deve essere ammesso all'esame dei registri elettronici degli ordini di vendita e di acquisto e quini ha diritto di ricevere copia documentale delle relative risultanze e per tale ragione è legittimato ad avvalersi dello strumento processuale monitorio per ottenere la consegna di tale documentazione".

Ecco il precedente giurisprudenziale che ci mancava e che puo’ rappresentare una svolta nella tutela dei risparmiatori, indipendentemente dal caso BpB.

Tanti lettori, anche clienti della banca in questione, mi hanno scritto sui social e in privato chiedendomi consigli al riguardo.

Allora eccovi due semplici passaggi:

In primo luogo andate in banca e chiedete di verificare il vostro “profilo di rischio”, quella “fotografia” che vi identifica come investitore e che la banca avrebbe dovuto produrre per effetto delle risposte che voi avreste dovuto dare ad un questionario (test di adeguatezza) appositamente predisposto.Se il cliente si accorge che quello sottoposto non è il suo «profilo di rischio», ne chiede (e ottiene) la modifica, adeguandolo alle sue effettive caratteristiche di investitore ma soprattutto forse si rende conto che quelle azioni, se mai conoscesse il significato della parola “azione”, non avrebbe potuto acquistarle. E’ un documento che puo’ essere rilasciato dalla banca allo sportello con un semplice click. Se incontrate resistenze....... insospettitevi!

In secondo luogo, visto che ora la giurisprudenza si è espressa al riguardo, chiedete il registro cronologico degli ordini di compravendita relativo la periodo “sospetto”. Anche in questo caso, se incontrate riluttanza........... raddoppiate il sospetto. Dopodiché raccogliete il tutto e correte da un professionista che sappia difendere i vostri diritti. Se non vi consegnano nulla, non tergiversate ulteriormente. Andateci subito!

Alla prossima.

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Banca Popolare di Bari: tutelatevi prima che sia troppo tardi!

Banca Popolare di Bari: tutelatevi prima che sia troppo tardi!




Articolo di Vincenzo Imperatore su il Roma

Forse scriverò alla redazione di “Chi l’ha visto?” per la soluzione di questo mistero insoluto : che fine hanno fatto i “buonisti” che dicevano che la Banca Popolare di Bari non "sarebbe potuta crollare", altrimenti sarebbe stato un disastro per l'intero territorio visto che quotava circa 70mila azionisti e quasi 3500 dipendenti ? Queste erano le voci autorevoli della politica, questi i commenti dei media specializzati dopo che la magistratura aveva aperto una inchiesta su presunte voragini nascoste nei bilanci di questa banca e derivanti da malagestione, prestiti anomali, acquisizioni di altri istituti decotti. Anche in questo caso siamo di fronte allo stesso classico schema “italiano” laddove finanza e politica si sono scambiati favori con le risorse dei correntisti che sono serviti per finanziare i progetti fallimentari degli “amici degli amici “ in paradossale contrasto con la ufficiale e dichiarata politica creditizia della banca che invece ha chiuso le porte del credito solo ai comuni cittadini. E, tanto per cambiare, chi avrebbe dovuto vigilare - Bankitalia e Consob - non ha vigilato.

Se fosse così, saremmo di fronte a un nuovo caso Monte Paschi (o popolari venete)......

Forse così inizierà il mio editoriale tra qualche mese se mai dovesse verificarsi l’ennesimo default di una banca che può crollare per vari motivi.

Perché non sarà più possibile un nuovo salvataggio statale (mettendo le mani nelle tasche degli italiani) di un istituto di credito!

Perché l’UE nei prossimi mesi affronterà le revisioni dei due provvedimenti europei che regolamentano i fallimenti bancari e i requisiti di capitale.

Perché e’ ormai acclarato ( a breve ne avremo le testimonianze) che gli attuali controlli di Bankitalia e Consob sono solo formali.

Perché i requisiti patrimoniali sono garantiti attraverso “magheggi” che nemmeno il mago Silvan ........

Perché le pene per i manager che mettono in ginocchio le banche non saranno inasprite.

Un consiglio quindi alle migliaia di risparmiatori danneggiati e che hanno visto azzerare i loro risparmi: tu-te-la-te-vi ! Prima che si troppo tardi perché poi si trova sempre qualcuno disposto ad acquistare la banca ad un euro ! Chiedete ai risparmiatori di Popolare di Vicenza e Veneto Banca!

A presto

 

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