La settimana scorsa abbiamo detto che un investitore alle prime armi o che comunque capisce poco di finanza (il 90% degli italiani), per evitare di finire nelle fauci dei consulenti-squalo, deve puntare sulla crescita economica del pianeta, non su singoli titoli (per esempio Telecom, Enel eccetera) o mode del momento (come settori particolari tipo biotecnologie, farmaceutici, energetici e così via), e nemmeno su singoli Paesi (per esempio, esclusivamente su titoli o indici italiani).

Ora aggiungiamo un altro tassello determinante per acquisire un minimo di consapevolezza di un processo di investimento delle proprie disponibilità: oltre a investire in modo globale, dovete assicurarvi che lo strumento su cui investite sia efficiente. Ma cosa s’intende per “efficiente”?

Un indice, un mercato o uno strumento finanziario è efficiente quando è in grado di incorporare appieno l’economia reale che rappresenta. Tecnicamente, gli economisti parlano di capacità di incorporare tutte le informazioni che derivano dal mercato. Inoltre, un mercato è efficiente quando ci sono tanti operatori, così da impedire che pochi attori possano condizionarne l’andamento, e anche quando è molto liquido e reattivo, in grado cioè di incorporare immediatamente i cambiamenti che avvengono al suo interno.

Un mercato azionario efficiente, dunque, incorpora sempre la crescita economica, che però avviene esclusivamente nel lungo periodo. Come abbiamo visto qualche settimane fa, nel breve periodo i fattori emotivi e speculativi incidono sulle oscillazioni delle azioni. Per questo è fondamentale saper aspettare che i frutti maturino e non farsi prendere dalla logica di breve periodo: anche se i mercati crollano, bisogna vedere un’eventuale perdita momentanea del 30-40% come un’importante opportunità, più che una tragica fatalità.

Il mercato finanziario italiano, per esempio, non è un mercato efficiente. Al di là della nostra economia, che ormai è al palo da decenni, il nostro mercato azionario non presenta le caratteristiche dell’efficienza, e non è in grado di incorporare la crescita economica del Paese, perché condizionato da pochi attori che fanno il bello e il cattivo tempo. Chi non ricorda le scorribande del finanziere George Soros e compagni tra il 2011 e il 2013 sui nostri titoli di Stato, che rischiarono di mettere in ginocchio il Paese? O tutte quelle attività ultraspeculative fatte su singoli titoli azionari che nel tempo hanno affossato anche il mercato nel suo complesso?

Questo spiega in parte anche perché dal 2011 a oggi mercati più efficienti come quello americano ed europeo abbiano più che raddoppiato il loro valore, mentre il mercato italiano è ancora in negativo rispetto ai massimi del 2008!
Oltre all’efficienza in senso stretto, la selezione degli strumenti da inserire nel portafoglio deve considerare anche l’efficienza in termini di costi (commissioni e spese varie). Ipotizziamo un investimento di mille euro e un rendimento annuo del 6% per 30 anni. Un prodotto con un costo dell’1% genera in questo arco di tempo, per effetto dell’interesse composto, un capitale finale di 4.248 euro, mentre lo stesso prodotto ma con un costo del 2,5% (quindi 1,5% in più) frutta un capitale finale di soli 2.687 euro. L’incidenza dei costi, dunque, in questo caso quasi dimezza il capitale finale!

La sintesi di tutto quanto detto finora si chiama “risparmio gestito”, ovvero quando il risparmio di un investitore viene gestito da un intermediario finanziario specializzato, sia questo una Sgr (società di gestione del risparmio) o una banca. L’intermediario esegue tutte le operazioni di acquisto e vendita di attività finanziarie per costruire un portafoglio caratterizzato da un livello di rischio e da una modalità di gestione (attiva o passiva).
Agli operatori, ovviamente, viene riconosciuta una commissione su tali attività.
Forse starete pensando: “ma che fa, Imperatore, ci ributta di nuovo tra le fauci di quegli squali delle banche?” Mai! Ma ne riparliamo la settimana prossima.