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Imprenditoria italiana in crisi: i fuffa-coach non sono la soluzione


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Perché pagare per un corso di autostima e invece non investire in strumenti di gestione?

Lavoro da oltre 30 anni per i piccoli imprenditori che, ricordiamo, rappresentano l’80% del tessuto produttivo del nostro paese. Se dovessi individuare un parametro che evidenzi il livello della sua lenta evoluzione, sicuramente la massiccia partecipazione ai corsi-seminari motivazionali dei fuffa-guru rappresenta un indicatore molto significativo.

Ma là dove c’è un business di successo, c’è un’offerta che incontra una domanda. Semplice e banale. Pagano migliaia di euro poche ore di auto-esaltazione e poi considerano un costo (non un investimento) l’implementazione di fondamentali strumenti di gestione aziendale.

E quindi mi sono chiesto: perché i micro-piccoli imprenditori, con profondi gap in termini di competenze gestionali, accorrono poi in massa a quei momenti di esaltazione collettiva che insegnano ad aumentare l’autostima, a incanalare al meglio le proprie risorse ed energie interiori per ottenere il successo nella vita professionale e privata?

Provate a guardare qualche evento del genere cercando gli appositi link sul web.

Si tratta di veri e propri show dove più bravo sarà il protagonista sul palco, più forte sarà la musica, più vivaci e splendenti saranno i colori e più si esce da un corso del genere carico a pallettoni, a mille, pieno di energie e di bellissime sensazioni.

Non è una cosa strana. È perfettamente normale e sarebbe un problema il caso contrario!

Si tratta però sempre e comunque di spettacoli, dopo i quali vai a dormire come Rambo e l’effetto dura qualche giorno. Ma dopo… non ti resta nulla, hai solo ricevuto un po’ di temporaneo sollievo. Una vera e propria droga.

Dopodiché, quando finisce l’effetto elettrizzante, inizia la cosiddetta fase calante dopo la quale stai pure peggio di prima. Perché non ti ha lasciato nulla. Eppure in quel momento non ci pensavi, volevi solo star bene, volevi farti caricare.

Il successo di questi corsi si basa sulla efficienza della macchina organizzativa, su una imponente campagna di marketing e soprattutto sulla capacità e bravura dei fuffa-coach che hanno ben capito il meccanismo chimico e psicologico, assolutamente naturale, su cui agire.

A questo punto è chiaro perché questi corsi sono perfettamente inutili e anzi dannosi. Perché contribuiscono a distrarre ancor di più il piccolo imprenditore dalla analisi delle sue esigenze.

Ciò che manca, infatti, alla classe dei nostri piccoli imprenditori, che dovrebbero passare da un modello dinastico a un sistema manageriale, sono le competenze basiche di una gestione manageriale dell’impresa.

Introduzione di sistemi di controllo di gestione, implementazione di indagini di customer satisfaction, gestione della identità visiva, gestione delle risorse umane e attivazione di un modello di marketing tailor-made.

Senza questi modelli-strumenti, non bastano passeggiate sui carboni ardenti per scongiurare la crisi.

Ma perché poi il piccolo imprenditore si blocca nel momento in cui deve decidere di azionare il cambiamento e riorganizzare la propria azienda?

Perché hanno alcuni punti di vista, universali e sbagliati, rappresentati ormai da frasi divenute idiomatiche. Quali sono?

“Non è colpa mia”

Il più facile e anche il più diffuso idiotismo nelle aziende a conduzione familiare. La stragrande maggioranza dei piccoli imprenditori si incarta già a questo primissimo livello, affidando la responsabilità a degli ostacoli esterni, attribuibili ad altri componenti familiari della compagine aziendale 

“E se poi il controllo di gestione evidenzia miei limiti?”

Questo concetto ha a che fare con una cosa che ci inculcano fin da bambini: il terrore di sbagliare e di sentirsi un “fallito” perché non sei riuscito nell’intento. E quindi meglio evitare di controllarsi

“Lo faccio solo se i miei collaboratori mi seguono…”

Non c’è alcuna speranza di avere successo con una strategia del genere, si fallisce ancora prima di cominciare, perché il proprio impegno deve essere rivolto al 100% al cambiamento. Bisogna essere disposti in prima persona a pagare il prezzo in termini di tempo, denaro ed energia da metterci.

“Se la maggior parte non lo vuole fare, un motivo ci sarà…”

Ma il motivo non è quello che tutti pensano. E cioè che è “la cosa giusta o la più intelligente da fare”. Al contrario, raramente “tutti” fanno la cosa più intelligente. Il motivo per cui “(non) lo fanno tutti” è che la scelta più facile è non uscire dalla propria “zona di comfort”.

Ricordatevi che se la “massa” è pigra, il mercato è veloce.

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