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Covid-19: Le banche, ora, devono fare la loro parte

4 proposte per salvare le Partite IVA



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore

Non è il momento delle polemiche e delle chiacchiere. È il momento dei fatti, il momento in cui tutti devono scendere in campo. Siamo in trincea e la guerra non la devono combattere sempre gli stessi soldati.

Il governo, la commissione bicamerale banche (e il suo presidente Carla Ruocco) e le banche (tramite l’Abi) si siedano a un tavolo e affrontino immediatamente il problema delle imprese, soprattutto le piccole imprese che, ricordiamo, rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro paese e hanno una forte dipendenza, quasi sudditanza, nei confronti del credito bancario. Generalmente solo il 10% del fabbisogno finanziario di una PMI viene coperto con capitale proprio (di rischio).

Le imprese sono focolai potenziali più degli ospedali. Negli uffici, nei reparti, nei cantieri il rischio contagio è quasi certezza. La Cina ha fermato tutte le fabbriche nei primi 7 giorni del contagio.

Se lo Stato non interviene con misure straordinarie, tra poche settimane avremo decine di migliaia di contagiati o decine di migliaia di persone senza stipendio.

Le vendite di tutti stanno crollando a picco, restare aperti in certi casi costa più della chiusura. Per conservare la tenuta dei conti privati e consentire il pagamento di paghe e stipendi netti occorre coinvolgere subito il sistema bancario.

Negli ultimi 12 anni, al verificarsi della grave crisi finanziaria e il crack di tanti istituti di credito a livello mondiale, le imprese (e le loro famiglie) hanno aiutato, spesso involontariamente e a loro danno, con i loro sacrifici e il loro risparmio le banche a non fallire e a risalire la china. Ora, in giorni di improvvisa difficoltà per le imprese (e le loro famiglie), gli istituti di credito potrebbero restituire il favore ricordando al governo che il Coronavirus è trasversale e indifferente alle pressioni delle lobby. Colpisce tutti. Ma non lo faranno.

Il Governo deve, quindi,  imporre “un sacrificio” al sistema bancario accordandosi anche con Bruxelles in merito ad alcune misure necessarie per evitare il default di migliaia di piccole imprese e offrendo in contropartita alle banche, anche esse imprese,  una detassazione di alcun asset che producono reddito.

Ne propongo quattro:

Prima proposta: Sì alla revisione delle regole di Basilea

Revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti.

Semplificando gli accordi interbancari di Basilea stabiliscono di “valutare” le aziende tenendo conto sostanzialmente di tre parametri:

  • I “numeri” che esprime l’azienda (il suo bilancio in pratica).
  • Il cosiddetto “andamentale bancario”, ossia: “Come si comporta l’azienda con la banca? È regolare nei pagamenti? Oltrepassa mai il limite di fido? I suoi clienti la pagano regolarmente?”
  • Gli aspetti qualitativi, cioè informazioni di natura qualitativa, come etica della “governance”, rischiosità del settore di appartenenza, saturazione del mercato di operatività, previsioni economico-finanziaria di settore.

Sulla base di questi tre parametri, inseriti in un algoritmo, ogni banca tira fuori  un “voto” per l’azienda che ha richiesto o ha ottenuto il finanziamento, il cosiddetto RATING, che, così come a scuola, varia su una scala che va da 1 (il voto migliore) a 12 (il voto peggiore) e che esprime “la probabilità di default”, cioè la probabilità (il rischio) che nei prossimi 3-5 anni l’azienda NON possa più restituire i soldi alla banca!

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito, al fine di tutelare il risparmio e la sostenibilità del business bancario,  impone alle banche obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate. E l’accantonamento è un costo per le banche. In altri termini le banche devono accantonare quote di capitale (che non possono quindi utilizzare per fare altri affari) proporzionate al rischio assunto che viene appunto valutato con lo strumento del rating.

Siccome è certo che i rating delle piccolo imprese peggioreranno sicuramente a seguito della crisi da Covid-19, è necessario rivedere immediatamente le percentuali di accantonamento altrimenti, così come già raccontato la settimana scorsa, alle banche rimane la strada della stretta creditizia.

Seconda proposta: No all’integrazione delle garanzie

Imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti.

A seguito del crollo delle quotazioni dei titoli azionari ed obbligazionari, è ovvio che quei finanziamenti saranno “meno garantiti”. In altri momenti storici simili a quello attuale le banche hanno richiesto immediatamente il ripristino dello “scarto”, cioè quella differenza tra il valore dell’oggetto del pegno e il credito accordato che serve a cautelare l’istituto di credito contro una eventuale diminuzione di detto valore. E i piccoli imprenditori, a maggior ragione in questa fase, non hanno disponibilità per integrare la garanzia. E quindi, in alternativa, le banche deliberano una riduzione del fido proporzionalmente con l’aumento dello scarto.

Terza proposta: Sì a moratorie

Sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari). Chi non ha i soldi per pagare le rate, non ce li ha né per sostenere il costo degli interessi né per rimborsare il capitale preso a prestito. Ma soprattutto introdurre modalità di richiesta e ottenimento della “moratoria” molto più snelle e agevoli di quelle prescritte negli anni scorsi. 

Quarta proposta: Sì a extrafidi

d) Accordare massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al  20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, ecc).  Tale misura consentirebbe alle imprese in crisi di fatturato (e di incassi) di sostenere il finanziamento del capitale circolante (stipendi, fornitori, utenze, fitti, tributi) e dovrebbe essere sostenuta unitamente alla abolizione per almeno due trimestri di quei balzelli che rispondono al nome di DIF (disponibilità immediata fondi) e CIV (commissione di istruttoria veloce) e che hanno preso il posto della illegittima Commissione di Massimo Scoperto. 

Ai conti pubblici penseremo tutti dal 30 settembre 2020. Altrimenti sarà difficile trovare imprese vive in grado di pagare tributi e banche al primo di ottobre

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