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Assicurazioni sui crediti: le banche stravolgono anche le leggi macroeconomiche

La banca assicura i propri rischi ma con i soldi del cliente




Le piccole imprese, lo ripeto da anni, sono “l’agnellino più sacrificato sull’altare del profitto delle banche”.

Una delle ultime fregature si chiama «assicurazione contro i rischi dei crediti commerciali», un business alternativo per le banche che rivoluziona anche le leggi macroeconomiche.
L’invenzione geniale è piazzare alle piccole imprese affidate (cui sono stati o devono essere concessi finanziamenti), «anche se morose per difficoltà temporanea o addirittura in conclamata crisi» (“come è umano lei!” avrebbe detto Fantozzi), una polizza contro i rischi che le stesse hanno nei confronti dei loro clienti.
Spieghiamo con un esempio concreto il meccanismo diabolico.
La Vesuvio srl è una piccola impresa che produce borse in pelle per il mercato locale. Fornisce soprattutto negozianti di scarpe e di articoli di pelletteria che, con la crisi ormai imperante dal 2008, difficilmente sono puntuali nei pagamenti. Alcuni sono proprio morosi. Per cautelarsi contro il rischio di insolvenza, la Vesuvio, nel momento in cui i clienti (anche nuovi) fanno degli ordini, stipula una polizza – sotto suggerimento della banca – con una compagnia assicurativa che garantisce il credito e che restituisce alla Srl, in caso di insolvenza, quanto pattuito con il proprio cliente.
«Di solito tra l’80/90 per cento dell’importo della fattura», recita la circolare di un primario istituto di credito.
E fin qui nulla di strano; anzi consigliabile.
Ma assicurare i crediti commerciali conviene?
Il costo di queste assicurazioni, estremamente specialistiche e offerte da pochi dealers sul mercato, è molto alto ed è rapportato soprattutto al fatturato del fornitore, in questo caso della Vesuvio, e a certi parametri dei singoli clienti di quest’ultima.
“Mediamente per un’azienda con 10 milioni di fatturato il costo di una polizza assicurativa per i crediti commerciali si aggira intorno ai 42.000 euro. Una cifra esorbitante, da pagare subito in un’unica soluzione al momento della stipula del contratto», mi racconta un bancario whistleblower mostrandomi i dati. Un business che le banche non hanno intenzione di farsi sfuggire. L’istituto semplicemente «collocando», cioè vendendo il prodotto di una compagnia di assicurazione, guadagna il 24 per cento: nel caso della Vesuvio «10.000 euro tondi tondi».
E l’impresa che dipende dalla banca (per i fidi ottenuti) non può dire di no!
La cosa che, infine, mi fa inorridire, leggendo la circolare, è che «la durata della polizza è annuale con rinnovo automatico (sussiste sempre la possibilità di disdetta a scadenza)». Avete capito bene. Rinnovo automatico. E chi tra i clienti affidati darebbe una disdetta?
Nessuno. Le aziende che la stipulano sono sotto ricatto della banca: chiunque avrebbe paura di innescare una reazione a catena ritorsiva che porterebbe fino alla richiesta di rimborso immediato dei soldi prestati per un qualche imprecisato motivo. Questo i manager lo sanno benissimo, tanto che la possibilità di disdetta la riportano tra parentesi, quasi fosse un’informazione marginale.
Inoltre, non è rinegoziabile: un salasso continuo per svariati anni e con un solo sforzo di vendita, quello dei primi dodici mesi», prosegue la gola profonda.
Un altro aspetto che mi salta agli occhi leggendo la brochure di questa grande banca è la didascalia che specifica: «L’assicurazione dei crediti è una risposta concreta alle imprese che desiderano tutelarsi dal rischio di mancato pagamento dei propri clienti e, al tempo stesso, è un utile strumento per le aziende che ambiscono a sviluppare il proprio fatturato».
Chi conosce il mondo bancario sa che si tratta di un paradosso alquanto ridicolo visto che gli istituti con questo ultimo escamotage riusciranno a salassare doppiamente le varie «Vesuvio srl». Oltre all’esosa polizza, ci sono gli interessi applicati sul fido per anticipo fatture ovvero i ricavi ottenuti prestando all’impresa quegli stessi soldi assicurati. L’azienda, infatti, in attesa che il cliente paghi, ha comunque le spese correnti da sostenere quotidianamente e per farlo si deve far anticipare il denaro dalla banca. E ancora, altro paradosso, l’istituto trae profitto con interessi, commissioni e quant’altro su un rischio (e il fido lo è) che non è più tale perché annullato da una polizza assicurativa venduta dalla stessa banca, che ci guadagna il 24 per cento.
«Fare banca», infatti, normalmente significa attenersi a un’equazione macroeconomica basilare: più rischio, più guadagno; meno rischio, meno guadagno.
«Normalmente», appunto, perché anche in questo caso gli istituti sono riusciti a infrangere le leggi dell’economia e a trovare la formula per loro più conveniente: meno rischio e più guadagno. Tanto paga sempre la piccola impresa.

A cura di Vincenzo Imperatore

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